
Il problema dei rifiuti ha assunto carattere globale. Faccendieri, burocrati, esponenti dei servizi segreti, politicanti locali, imprenditori, organizzazioni criminali italiane ed estere: tutti intenti a trarre profitto da questo gigantesco business. Ma sono i più poveri della Terra a pagarne il prezzo.
Non conoscono frontiere, sono esenti dalle farraginosità della burocrazia, immuni dallo zelo dei funzionari doganali, non lasciano tracce del loro passaggio, percorrono migliaia di chilometri senza intoppi; talvolta sono invisibili, per poi riapparire funestamente; generano montagne di denaro a chi osa curarne il commercio, mentre cancellano interi ecosistemi e devastano la salute di milioni di ignari, sventurati individui. Sono le quasi 50 milioni di tonnellate di rifiuti tossici che i Paesi del mondo industrializzato sversano senza remore nelle lande più disastrate e più povere delle Terra. Si tratta di carichi venefici che percorrono migliaia di leghe marine a bordo di fatiscenti carrette, che vengono fatti adagiare con il loro contenuto sul fondo marino, simulando un
incidente. Oppure, di veleni che vengono interrati sotto distese un tempo fertili e rigogliose.
BUSINESS INGENTE - Ovviamente, il business di questi traffici illegali è quanto mai florido: secondo i dati del Rapporto Ecomafia 2007, curato dall’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente, il solo volume di affari italiano delle ecomafie si è aggirato intorno ai 23 miliardi di euro con una proiezione in costante crescita per gli anni a venire. Mentre, la quantità di rifiuti tossici e pericolosi “stoccata”nei Paesi del Terzo Mondo ha raggiunto la ragguardevole cifra delle 26 milioni di tonnellate. È chiaro che se si estende il discorso a tutti i Paesi industrializzati, le cifre non possono che decuplicarsi. In sostanza, si ritiene che questo ignominioso commercio renda meno solo del traffico di droga e di quello delle armi. Ebbene, date queste premesse, si potrebbe pensare che il fulcro di questi “scambi” siano solo e solamente le organizzazioni criminali,quali vere e proprie primedonne di questo immane giro di affari. Ma si peccherebbe di superficialità!
IL RUOLO DELLE MAFIE -E’ noto che una grossa fetta del fatturato di queste organizzazioni provenga da una simile attività. Spesso si tende a trascurare il ruolo di intermediari che questi sodalizi criminali assumono. In altre parole, il diabolico meccanismo commerciale messo in piedi dai clan serve non solo a rimpinguare le loro già prospere casse, ma anche a facilitare l’assolvimento di un bisogno primario delle economie dei Paesi post-industrializzati: lo smaltimento di rifiuti nocivi per la salute e per l’ambiente. Ebbene, gli scarti della industria pesante, degli uffici, delle stampanti, dei computers, delle apparecchiature ospedaliere, delle officine, dei cantieri edili, ecc.. oltre a rappresentare un ingombro dal punto di vista dello spazio, costituiscono dei costi per chi li produce. Infatti, il processo di smaltimento di rifiuti tossici nei Paesi Ue costa più di 1000 euro a tonnellata, mentre, il ricorrere alle organizzazioni criminali, o il corrompere un funzionario di un Paese del Terzo mondo, seppellendo semplicemente il carico, possono abbattere i costi anche di dieci volte. E’ ammissibile che i Paesi più sviluppati economicamente e giuridicamente tollerino tale abominio e non siano stati in grado di varare una efficace legislazione di contrasto a questo fenomeno?
LA LEGISLAZIONE INTERNAZIONALE - In realtà, una seppur timida reazione è stata abbozzata dalla Comunità internazionale. Infatti, i movimenti transfrontalieri sono regolati a livello globale dalla Convenzione di Basilea (approvata nel 1989 e entrata in vigore nel 1992), mentre a livello europeo dalla convenzione “Waste Shipment Regulation”, con l’intento di controllare la eco-compatibilità dei rifiuti nei luoghi di destinazione. Nello specifico, la Convenzione di Basilea prevede la suddivisione dei rifiuti in due grandi macrocategorie: i rifiuti tossici sono ascritti alla prima categoria, la “lista rossa” e quella “ambra”, i rifiuti meno pericolosi alla “lista verde”. I primi possono circolare solo all’interno dello spazio Ue, o essere spediti verso Paesi appartenenti all’Ocse, mentre i secondi possono circolare liberamente su autorizzazione scritta del Paese ricevente. Purtroppo, gli stessi Paesi firmatari della Convenzione sono gli autori di ripetute violazioni della Convenzione di Basilea. Accade sovente, infatti, che un carico di rifiuti sia sprovvisto della dichiarazione di appartenenza ad una delle due suddette categorie; oppure che vi siano rifiuti tossici classificati come non pericolosi e così inseriti nella “lista verde”. Come se non bastasse, negli ultimi anni i Paesi firmatari hanno adottato politiche legislative improntate alla deregolamentazione della materia, con il risultato di “tradire” la ratio della Convenzione a favore di una accentuata frammentarietà e divergenza normativa fra i vari Stati. Alla luce di ciò, è naturale assistere al corposo aumento dei materiali da inserire nella “lista verde”! Gli Stati Uniti, dal canto loro, in qualità di Paese firmatario, ma non ratificatore della Convenzione di Basilea, ritengono che i rifiuti costituiscano un “prodotto” commercializzabile secondo le regole del libero mercato, senza alcun ostacolo legislativo di sorta. Un esempio che può, invece, considerarsi virtuoso è quello della Cina, Paese un tempo meta dei trasporti più pericolosi, oggi leader mondiale nelle tecniche di smaltimento. Si stima, infatti, che i cinesi riciclino l’80% delle bottigliette di plastica. E’ evidente come una politica ambientale sensibile e persuasiva nei confronti del cittadino possa portare a risultati lusinghieri anche in Paese decisamente popolato come la Cina.