Le mafie nel mondo – Traffico di armi, falle e lacune nel diritto internazionale

Mercoledì 02 Novembre 2011 00:00 Matteo Mezzalira World - Attualità
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traf arm

«Ci sono più di 550 milioni di armi da fuoco in circolazione nel mondo. Significa che c'è un'arma da fuoco ogni dodici persone nel pianeta. La domanda è: come armiamo le altre undici?» Così comincia il lungo discorso di Yuri Orlov, protagonista del film “Lord of War”, diretto da Andrew Niccol nel 2005. Orlov, interpretato da Nicolas Cage, è un ucraino immigrato negli USA che si cimenta nella vendita illecita di armamenti leggeri. La figura di Yuri è liberamente ispirata ai veri contrabbandieri come l’ex latitante Viktor Bout, descritto dal direttore del National Security Council della Casa Bianca, Lee S. Wolosky, “la persona più importante a livello internazionale nel traffico illegale di armi”. Soprannominato il mercante della morte, Bout, tagiko di nascita, da capo del KGB è diventato un leader nel mercato nero delle armi, fino al suo arresto, avvenuto in Thailandia il 6 marzo 2008.

 

 

UN MERCATO DA 1200 MILIARDI DI $ - Ma l’universo del contrabbando di armi, o gunrunning in inglese, non è solo Viktor Bout. Il fenomeno criminale è molto vasto. Innanzitutto, per traffico di armi si intende l’approvvigionamento da parte di un’entità (movimento di lotta, organizzazione criminale o Stato), in armi o in munizioni, di un’altra entità, in violazione delle normative internazionali sulla compravendita di armi. Vendite che, appunto, si effettuano tra bande mafiose (sanzionabili come reato) oppure direttamente tra Stati, difficilmente punibili. Tale definizione, però, resta vaga in virtù del fatto che le normative internazionali in materia sono ancora troppo imprecise e soggette a cambiamenti. Secondo l’ONU, il traffico di armamenti è il terzo mercato illegale più lucrativo del mondo (dopo quello della droga e quello della prostituzione) ed è stimato intorno ai 1200 miliardi di dollari all’anno. Un sondaggio condotto nel 2001 da Small Arms Survey ha quantificato che vengono fabbricate 15 armi da fuoco al minuto e che una persona viene uccisa ogni 60 secondi. Ciò vuol dire che le pallottole fanno oltre 500.000 vittime all’anno tra civili e militari, senza contare il numero inquantificabile di feriti. Il rapporto del 2007 di Small Arms Survey ha svelato che 650 degli 850 milioni di piccole armi da fuoco presenti sulla Terra (cioè il 76,5%) sono detenute da civili, mentre solo 200 milioni sono in mano alle forze dell’ordine e agli eserciti regolari.

EMBARGO? VENDI A PEZZI - Queste cifre fanno intuire quanto sia redditizio il commercio illegale di armi. Traffico che coinvolge la gran parte dei Paesi del mondo. Infatti, la globalizzazione dell'industria armiera ha aperto ampie scappatoie nelle norme che dovrebbero regolare l'esportazione delle armi, consentendo vendite verso Paesi che violano i diritti umani e quelli sotto embargo: è la denuncia contenuta in un rapporto della campagna “Control Arms”, promossa nel 2003 dalle ONG (Organizzazioni Non Governative) Oxfam International, Amnesty International e IANSA (“International Action Network on Small Arms”). La campagna “Control Arms” rivela come aziende nordamericane ed europee siano tra coloro in grado di aggirare i controlli, attraverso la vendita di singoli componenti e il subappalto della produzione in altri Paesi. Secondo il rapporto, qualunque sorta di armi (compresi elicotteri d'attacco e veicoli da combattimento) viene assemblata grazie a componenti provenienti dall'estero e prodotte sotto licenza in nazioni come Cina, Egitto, India, Israele e Turchia. Questi armamenti vanno a finire in altri Stati come Colombia, Sudan e Uzbekistan e vengono usati per uccidere i civili. “La nostra ricerca mette in luce che l'industria armiera è globale, ma le norme per controllarla no” ha dichiarato Jeremy Hobbs, direttore di Oxfam Internatonal. “Il risultato è che noi stessi stiamo armando dei regimi che violano i diritti umani. L'Europa e il Nordamerica” ha continuato Hobbs, “stanno rapidamente diventando l'IKEA di quest'industria, fornendo singoli componenti a chi viola i diritti fondamentali, che poi se li assembla a casa. Nelle istruzioni, l'etica è del tutto esclusa. È giunto il momento di adottare un Trattato sul Commercio delle Armi”. Nel 2007 Amnesty International ha accusato gli USA, la Russia, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, l’Italia (nel 2006 il Belpaese era il secondo esportatore mondiale di light weapons dopo gli Stati Uniti con 434 milioni di dollari di esportazioni, e il primo in diversi settori, tra cui le pistole automatiche), la Grecia, la Bulgaria, la Corea del Nord e il Sudafrica di aver venduto armi a diversi Paesi africani in cui erano state ravvisate gravi violazioni dei diritti umani. Ecco, quindi, che non deve meravigliare il fatto di trovare in Arabia Saudita elicotteri con componenti francesi e tecnologia statunitense, di rinvenire in Uzbekistan autoblindati di fabbricazione italiana o inglese, oppure di scoprire che le munizioni utilizzate in Congo provengono da Grecia, Cina e Corea del Nord. “Le leggi sul commercio delle armi sono così datate che è più difficile vendere un elmetto che le parti da assemblare di un mortaio” ha commentato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International.

IL NO DEGLI STATUNITENSI - Il 26 ottobre 2006, le Nazioni Unite si sono pronunciate a favore di un trattato internazionale su questo tema, in seguito alla mobilitazione “Control Arms” che ha ottenuto il sostegno di un milione di firme in 170 Paesi, tra cui quelle di venti Premi Nobel per la Pace: 153 governi hanno appoggiato la misura (africani, latino-americani ed europei in particolare), 24 si sono astenuti e uno, quello degli Stati Uniti, si è opposto. “Ne abbiamo fatta di strada dal lancio della campagna: tre anni fa l’idea che l’ONU negoziasse l’adozione di un Trattato era considerata quantomeno idealistica. Ma oggi siamo la maggioranza. Questa vittoria, adesso, deve tradursi in un trattato forte, basato sugli impegni di diritto internazionale assunti dagli Stati”, ha affermato Rebecca Peters, direttrice di IANSA. Attualmente, un gruppo di esperti è al lavoro per tracciare una bozza di “uno strumento esaustivo e vincolante”.

RD CONGO, INVISCHIATI ANCHE I CASCHI BLU - Negli anni ’90, l’aumento dei conflitti regionali e la proclamazione di ben 13 embarghi tra il 1997 e il 2007, hanno avuto l’effetto di accrescere la domanda di armamenti leggeri spacciati illecitamente. Al momento, il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo sono in testa per le richieste. Numerosi conflitti sono e sono stati alimentati dal mercato nero, come in Sierra Leone, Eritrea, Colombia, Libano, Niger, Ciad, Mauritania, Pakistan, Angola, Yemen, Afghanistan, Kenya, Somalia, Libia, Zimbabwe e in ex-Jugoslavia (l’eroe dell’indipendenza della Croazia, Franjo Tudman, era un trafficante). Gli scambi si fanno perlopiù per via marittima o aerea, camuffando e falsificando la natura della merce. Persino alcune truppe dell’ONU si sono rese complici del contrabbando: accadde nella Repubblica Democratica del Congo nel 2005. Tutto questo rende evidente quanto sia impellente la necessità di norme internazionali per regolare un'industria sempre più globalizzata e combattere più efficacemente le associazioni mafiose e il loro traffico illegale.

Per un ulteriore approfondimento, clicca qui.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Novembre 2011 23:53

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