
I tumulti scoppiati a gennaio in Tunisia e poi nel Nord Africa e in tutto il Medio Oriente hanno avuto esiti diversi e per certi versi opposti. In Libia dopo l’uccisione di Gheddafi la guerra sembra prossima ad una conclusione. Resta però il problema della stabilizzazione di un paese diviso in una decina di tribù rivali e lacerato da nove mesi di guerra civile.
In Tunisia si sono appena svolte le prime elezioni democratiche del dopo Ben Ali. L’affluenza altissima (più del 70%) fa sperare in un esito positivo del processo di transizione. Ben peggiore è la situazione in altri paesi. Si pensi all’Egitto: piazza Tahrir, luogo simbolo della lotta per la libertà, è divenuta nei giorni scorsi teatro del massacro di decine di cristiani copti da parte di esponenti dell'ala militante dell'Islam radicale. Anche in Siria “la spirale di violenza è ormai senza controllo”, al punto che l'Alto commissariato ONU per i diritti umani si aspetta lo scoppio di una vera e propria "guerra civile".
YEMEN, UNA NUOVA SOMALIA? – A preoccupare maggiormente la comunità internazionale è la situazione dello Yemen. Qui da nove mesi le richieste dei manifestanti vengono ignorate e le proteste soffocate nel sangue. Molti analisti temono che la crisi del paese possa presto aggravarsi al punto da poter essere paragonata a quella in cui versa la Somalia. Il presidente Saleh ha fatto ritorno nel paese (dopo che il 3 giugno scorso era rimasto ferito in un attentato e si era recato in Arabia Saudita per sottoporsi a cure mediche) e ha promesso per l’ennesima volta riforme democratiche. La sua strategia è chiara: cerca di guadagnare tempo promettendo riforme, per poi ritrattare i suoi impegni. Così all’inizio del mese ha annunciato di voler lasciare l’incarico di presidente, salvo poi ritornare sui suoi passi chiarendo che resterà al potere fino a quando le parti non raggiungeranno un accordo nella cornice dell'iniziativa proposta dal GCC (Gulf Coperation Council). Il piano del Consiglio di Cooperazione del Golfo prevede elezioni libere e democratiche, la stesura di una nuova costituzione e votazioni parlamentari, ma appare irrealizzabile visto il caos che regna nel paese. La sua implementazione inoltre spetterebbe all’attuale esecutivo, che resta saldamente dominato da elementi vicini a Saleh e dai suoi famigliari.
UN PAESE STORICAMENTE DIVISO - La crisi in cui versa il paese è però solo in parte ascrivibile alle dinamiche della primavera araba: in Yemen le fratture della società sono endemiche e non circostanziali. Soltanto il pugno di ferro di Saleh è riuscito in questi anni ad evitarne lo smembramento. Storicamente il paese è sempre stato diviso in due stati molto diversi. A sud la “Repubblica Democratica Popolare dello Yemen Meridionale”. Ex colonia britannica, ottenne l’indipendenza nel 1967 e divenne il primo ed unico stato comunista del mondo arabo.
La parte settentrionale del paese era invece una roccaforte dello Zaydismo (variante dell’islam sciita). Nel 1918, dopo il crollo dell’impero ottomano, essa guadagnò l’indipendenza: veniva istituito il “Regno dello Yemen”, dal 1962, con la deposizione dell’ imamato (monarchia teocratica), “Repubblica dello Yemen del Nord”.
I due paesi vennero alle armi già nel 1972 e nel 1979. Dopo la fine della guerra fredda si poté procedere all’unificazione e nel 1990 venne istituita la Repubblica dello Yemen, guidata da Saleh, all’epoca presidente dello Yemen del Nord.
Passarono quattro anni e già nel 1994 le tensioni tra il nord, conservatore e arretrato, e la parte meridionale del paese esplosero in una sanguinosa guerra civile. Il sud dichiarò l’indipendenza, ma perse la guerra e fu costretto a desistere dai suoi propositi.
IL MOVIMENTO SECESSIONISTA AL SUD E I RIBELLI HOUTI - Il malcontento contro il governo centrale, situato nel nord, è rimasto tuttavia molto forte e dal 2007 è attivo un movimento secessionista che si è spesso scontrato con le forze di sicurezza yemenite. Sarebbero centinaia i separatisti uccisi dall’inizio del conflitto e migliaia le persone arrestate. Sebbene non tutti appartengano al movimento indipendentista, la quasi totalità degli abitanti del sud accusa il governo di sottrarre loro risorse, inclusi i proventi legati all’attività petrolifera e a quella portuale. Essi si sentono inoltre sistematicamente discriminati. Saleh si è mostrato sordo ad ogni loro richiesta, accusando i separatisti di essere terroristi e membri di Al Qaeda.
Non è migliore la situazione nel nord del paese. Qui, dal 2004, è in corso una vera e propria guerra contro i ribelli Houti, gruppo che si richiama alla religione Zaydita.In questo momento di instabilità politica le forze centrifughe che Saleh cercava di contrastare si sono risvegliate e con esse le contrapposizioni tra le tribù.
GIOCHI DI POTERE - Un altro pericolo minaccia il futuro del paese. Se inizialmente erano i giovani esasperati dalle condizioni economiche e sociali del paese ad agitare la protesta, da marzo in poi essa ha assunto i connotati di una vera e propria lotta per il potere tra le elite. Le istanze di democrazia e libertà sono state oscurate dalle lotte tra opposte fazioni e famiglie rivali. Personaggi di spicco dell’elite yemenita hanno assunto la guida della protesta e sperano di sfruttarla per detronizzare Saleh e prendere il controllo del paese al suo posto. Tra essi spicca il generale Al Ahmar, comandante della divisione corazzata passato tra le fila dei ribelli a marzo. Egli è uno dei discendenti di Abdullah bin Hussein al Ahmar, morto nel 2007, fondatore del partito di opposizione di stampo islamista al Islah e capo di una delle maggiori confederazioni tribali del paese. Altri due membri di questa importante famiglia sembrano voler sfruttare le proteste per i propri tornaconti personali: Sadiq, capo della confederazione tribale Hashid, una delle più importanti, e il multimiliardario Hamid, uno dei principali uomini d’affari del paese. La lotta per la democrazia è diventata quindi un semplice strumento per giochi di palazzo. Occorre inoltre dire che l’opposizione resta spaccata in numerosi gruppi, ognuno con una propria idea circa il futuro del paese. Siamo quindi in presenza di uno scenario ben diverso rispetto a quello verificatosi in altri paesi del Nord Africa.
A preoccupare i leader occidentali è invece la presenza di Al Qaeda nel territorio. Il gruppo jihadista attivo in Yemen è “Al Qaeda in Arabia Peninsula”, uno dei più organizzati e pericolosi. I terroristi trovano nel paese un habitat eccezionale: l’instabilità che regna sovrana permette al gruppo di crescere e proliferare, così da poter creare una vera e propria “autostrada del terrore”, che da Aden congiunga idealmente il cuore dell’Hijaz e gli importanti oleodotti dell’Arabia Saudita. Non solo, la violenza quotidiana e la frustrazione dilagante permettono ad Al Qaeda di conquistare i cuori e le menti dei giovani yemeniti reclutando nuovi membri.
INATTIVITA' INTERNAZIONALE - Proprio la presenza di Al Qaeda spiega il finora mite comportamento della comunità internazionale. Al di là della retorica infatti non sono stati fatti passi concreti, come è invece successo in Libia. Gli Stati Uniti temono che senza Saleh possa venir meno un valido alleato nella lotta al terrore, nonché l’unica garanzia di unità del paese. Il rischio è che senza il dittatore lo Yemen possa diventare uno stato fallito in cui i terroristi possano proliferare. Saleh dal canto suo sa bene come sfruttare l’ossessione statunitense per il fondamentalismo islamico, e agita sempre più di frequente lo spauracchio di Al Qaeda, additando indistintamente giovani, separatisti del sud e guerriglieri Houti come terroristi e presentandosi come unico baluardo per contrastarli. Obama ha intensificato i raid nel sud del paese e proprio in uno di questi attacchi è stato ucciso il mese scorso l’Imam fondamentalista yemenita-americano Anwar al Awlaki, figura di spicco dell’organizzazione e capo delle operazioni esterne.
Il rischio è però evidente: Washington continua a essere ossessionata dalla guerra al terrore, dalle operazioni di teatro e dal livello tattico. Non si rende conto che il futuro dello Yemen è a rischio. Esso potrebbe precipitare in una guerra civile da cui AQAP trarrebbe enormi benefici. Un’opzione migliore sarebbe forse rimuovere il dittatore e favorire una transizione democratica che toglierebbe retroterra alla formazione terroristica.
Le violenze che da mesi imperversano in Yemen sono quindi solo in minima parte ascrivibili al fenomeno della primavera araba. Si tratta di fratture claniche, tribali e religiose ben più profonde e radicate che lasciano intravedere uno scenario drammatico. Secondo il professor Fawaz Gerges, direttore del Middle East Centre della London School of Economics, “Ci sono divisioni multiple all’interno del paese. Al momento la parola chiave per comprendere le dinamiche del conflitto interno è una sola: frammentazione. Tutte le istituzioni sono divise al loro interno: polizia, esercito, tribù... Le prossime settimane e i prossimi mesi saranno estremamente pericolosi. È facile immaginare che a Sana’a ci sarà un vero e proprio massacro, in cui ogni strada, ogni angolo della città, si trasformerà in zona di guerra. Mi ricorda in un certo senso il Libano della guerra civile, quando a Beirut ogni strada si trasformava improvvisamente in campo di battaglia.”
SOMALIA 2.0 - A questo dobbiamo aggiungere il drammatico livello di povertà in cui versa il paese. Lo Yemen è lo stato più povero della penisola e uno dei più arretrati al mondo. Ha elevatissimi tassi di disoccupazione e mortalità, un bambino su tre è malnutrito e le scuole chiudono ad una ad una. La situazione di instabilità e pericolo diffuso ha portato gli operatori internazionali a ridurre drasticamente gli aiuti umanitari. La guerra al nord ha provocato 200 mila rifugiati, altri 100 mila il conflitto al sud. A questi vanno aggiunti quelli provenienti dal Corno d’Africa. Come se non bastasse il paese è stato colpito dalla siccità e dall’aumento dei prezzi dei beni primari. Lo Yemen si trova quindi sull’orlo della catastrofe umanitaria. In questo contesto si è inserita la crisi politica. Se essa dovesse portare ad una guerra civile le conseguenze potrebbero essere gravissime. In una società così frammentata e segmentata si vedrebbero contrapposti tutti i livelli della società. Anche i conflitti a nord e il movimento secessionista al sud guadagnerebbero in intensità e Al Qaeda, sofferente in Afghanistan, troverebbe un nuovo rifugio sicuro.
Il rischio che lo Yemen possa diventare uno stato fallito al pari della Somalia si fa ogni giorno più concreto. L’inazione da parte della comunità internazionale, altrove attivissima, non sembra più un’opzione accettabile.