
Continua l'analisi di Fusiorari sul traffico di oppio, che ha nell'Afghanistan la propria sorgente e nei talebani una delle principali menti organizzatrici. Al Paese, centro di molti meccanismi paralleli o intrecciati a quelli della droga, si volge l'attenzione della comunità internazionale, oggi più che mai impegnata a cercare le vie più efficaci per disinnescare questo potente e radicato circuito.
PAPAVERI E TALEBANI- I talebani sono uno dei principali soggetti interessati dal circuito della droga afghana: lo United Nations Office on Drugs and Crime ha stimato che nel 2008 gli utili finiti nelle mani dei talebani grazie alla produzione di oppio siano stati di 100 milioni di dollari, mentre il Congressional research service degli Stati Uniti ha rivelato che il traffico di droga costituisce circa il 50% del loro reddito. Strettissimo è dunque il legame tra papaveri e talebani e la prova è squisitamente empirica: le province dove più massiccia è la presenza dei talebani sono anche quelle in cui maggiormente è presente la coltivazione dell'oppio. Oppio che non significa soltanto guadagni, ma anche controllo del territorio e della popolazione, dunque destabilizzazione e indebolimento delle istituzioni locali e nazionali. Il circuito della droga investe il tessuto legale del Paese infettando politica e istituzioni con una dilagante corruzione: per far sì che i convogli si muovano liberamente attraverso il Paese e le frontiere, infatti, è necessaria la collaborazione dei funzionari governativi. Secondo il giornalista americano Wayne Madsen, è stato addirittura il fratello del presidente Afghano Hamid Karzai, Ahmad Wali Karzai, a essere uno dei più importanti soggetti legati al traffico della droga nel Paese. Letale è infine il connubio tra criminalità organizzata locale e internazionale e i talebani: le due entità compenetrano a tal punto i propri interessi da proteggersi reciprocamente, facendo crescere la possibilità di impunità dei primi e la forza d'opposizione al governo e alle forze internazionali dei secondi. Il risultato finale di questo cancro è l'insicurezza, basti considerare che proprio le province del sud, a più alta concentrazione di coltivazioni di papavero, sono quelle meno sicure, dove la ribellione detta ancora legge e l'effettività dello Stato afghano è tutta ancora da costruire.
TRASFORMAZIONE ED ESPORTAZIONE- E coltivazione e smercio di oppio non sono certo gli unici meccanismi che compongono il circuito della droga in Afghanistan. Innanzitutto il Paese è disseminato di piccoli laboratori dediti alla trasformazione dell'oppio in eroina, il che richiede un processo chimico e particolari sostanze che vengono importate di contrabbando. Si stima che ogni anno giungano da Cina, Europa, India e Corea del Sud 12.000 tonnellate di sostanze chimiche necessarie al processo di sintesi dell'eroina.
Una volta prodotti, lavorati ed eventualmente trasformati, gli oppiacei afghani vengono consumati in casa solo per una piccola percentuale (10%, comunque pericolosamente in crescita, tanto che almeno l'8% della popolazione adulta è abituale consumatore di droga), mentre la grande maggioranza viene venduta all'estero. Tre sono le principali arterie di esportazione della droga afghana: una rotta meridionale, che dalla province del sud e dell'est porta oppio ed eroina in Pakistan e da qui in Iran, Cina, India, Medio Oriente, Europa e Nord America; una rotta occidentale, che da Herat, Farah e Nimroz porta in Iran; e infine una rotta settentrionale che dall'Asia Centrale, attraverso le frontiere montuose di Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan, penetra nella Federazione Russa. Il giornalista Wayne Madsen, ospitato all'Alex Jones Show, ha dichiarato nel 2010 che sarebbe addirittura la CIA a controllare la produzione e il traffico di oppio in Afghanistan: la guerra, insomma, sarebbe servita agli Usa proprio per ottenere il monopolio dello smercio della droga, che dal Medio Oriente raggiunge la Cina, in quella che viene considerata sempre più dalle autorità di Pechino come una riedizione delle guerre dell'oppio. Fare guerra all'Afghanistan per controllare la Cina, insomma.
VIE DI SOLUZIONE - Il circuito dell'oppio, che vede come proprio cuore pulsante l'Afghanistan, è uno dei principali problemi di cui si occupano le forze internazionali, presenti nel Paese dal 2001, insieme alle ancora deboli istituzioni nazionali e locali. L'analisi del funzionamento di questa economia illegale (appena illustrata) e delle sue possibili strategie di smantellamento permette di comprendere come la sconfitta del narco-traffico in Afghanistan debba essere considerata la chiave di volta per far raggiungere al Paese la stabilità politica e lo sviluppo economico, nonché un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Indebolire i talebani, inoltre, accrescerebbe senza dubbio le condizioni di sicurezza del mondo occidentale.
Un primo, superficiale, approccio al problema lascerebbe pensare che sia sufficiente eliminare le coltivazioni di papaveri per neutralizzare il circuito a partire dal suo motore. In effetti tra il 2006 e il 2007 l'allora ambasciatore statunitense in Afghanistan, William Wood, ha più volte chiesto al presidente afghano Hamid Karzai l'autorizzazione, sempre negata, a utilizzare degli aerei che sganciassero diserbanti sulle colture di papavero. Posizione che per altro viene riaffermata ancora oggi da molte autorità locali. In realtà, come ampiamente illustrato in precedenza, spesso la coltivazione di oppio costituisce l'unica fonte di sostentamento della popolazione, quindi eliminare raccolti e campi significherebbe solo condannare alla fame migliaia di famiglie e rendere ancora più difficile il rapporto tra afghani da una parte e forze internazionali e fragili istituzioni nazionali dall'altra. Appoggio e fiducia della popolazione sono invece uno degli ingredienti fondamentali per far guadagnare legittimità al governo nazionale e per sradicare ribellione e potere talebano da queste travagliate terre. Basti pensare che molto spesso i contadini vittime di espropriazione da parte del governo o delle forze internazionali si rivolgono proprio ai talebani per riavere indietro le proprie terre.
Una possibile soluzione individuata a livello internazionale consiste invece nel concedere ai contadini degli incentivi per orientarsi verso coltivazioni alternative, come grano, uva, meloni, cotone e cumino, particolarmente adatte alle caratteristiche del territorio afghano. Le truppe italiane, per esempio, impegnate nella parte occidentale del Paese, regalano da tempo ai contadini delle piante di zafferano. Un'altra promettente via sembra quella di legalizzare e controllare la produzione di oppio, indirizzandola a fini medicinali, come per esempio la realizzazione di morfina. Questo permetterebbe di estirpare il narcotraffico senza eliminare i campi di papaveri.
In effetti nella seconda metà del 2009 anche gli Stati Uniti del presidente Barack Obama hanno modificato la propria strategia antidroga in Afghanistan, promuovendo lo sviluppo delle aree rurali e incentivando le coltivazioni alternative. Nel marzo 2010, per esempio, quando le truppe statunitensi e britanniche hanno liberato le città di Nad Alì e di Mariah, i soldati hanno ricevuto l'ordine di non distruggere le piantagioni, ma di attendere il raccolto, acquistarlo e distruggerlo.
Già dal 2004, inoltre, il governo Usa ha lanciato l'Alternative Livelihoods Program che si pone come obiettivo quello di accelerare la crescita economica nelle province maggiormente interessate dalla coltivazione di papavero attraverso l'introduzione di input agricoli come sementi e fertilizzanti, la realizzazione o l'ammodernamento delle infrastrutture agricole e il finanziamento delle attività imprenditoriali. Segno, questo, della consapevolezza di come la strada dello sviluppo economico è davvero la più efficace, anche se di lungo periodo, per sconfiggere il narcotraffico.
Da non sottovalutare è anche il problema del difficile processo di costruzione dello Stato afghano, tutt'altro che completa. L'inevitabile transizione, che sta portando l'ONU e gli altri attori internazionali ad abbandonare gradualmente il Paese, impone loro di migliorare la propria azione, per poter svolgere attività di supporto anche con mezzi meno numerosi, e di verificare che le forze governative afghane continuino a disporre delle risorse sufficienti per proseguire la lotta contro il narcotraffico. Ogni calo di attenzione, locale o internazionale, potrebbe infatti comportare una ripresa delle coltivazioni.