Le mafie nel mondo - Organ trafficking, una sfida globale

Mercoledì 12 Ottobre 2011 23:20 Matteo Mezzalira World - Attualità
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organs

Il traffico di organi è un fenomeno criminale globale, radicato in quei Paesi in cui la legislazione in materia è deficitaria o dove i controlli sono inesistenti. Lo sviluppo dei farmaci anti-rigetto e la richiesta sempre crescente da parte di acquirenti occidentali hanno avuto l’effetto di incrementare esponenzialmente il volume di capitali sporchi che girano attorno a questo specifico contrabbando. Di conseguenza, c’è chi ha proposto, come il senatore Ignazio Marino, di inibire la domanda condannando a lunghe pene detentive chi si fa impiantare un organo proveniente dal mercato nero.

 

IL DOLORE DI ALI - Rhuma aveva 4 anni. Era una bella e vivace bambina, l’unica figlia femmina di Ali Akhmad, commesso in una piccola bottega di ferramenta. In una ventosa giornata dell’estate 2001, poco dopo l’ora di pranzo, la piccola Rhuma esce a giocare con gli altri bambini del quartiere, lo Shas Darak, un popoloso sobborgo di Kabul. Lo fa sempre, del resto le strade della capitale afghana pullulano di ragazzini. Improvvisamente Najib, 18 anni, il fratello più grande, sente il rumore di una brusca frenata, poi un pianto disperato. Si precipita in strada e vede un’auto ripartire a gran velocità. Urla a sua volta, Najib: “Papà, papà, l’hanno rapita, rapita!” . La strada si affolla di madri curiose e preoccupate. Riscatto? Vendetta? Due ipotesi che Ali non prende nemmeno in considerazione. Non ha molti soldi e non ha mai torto un capello a nessuno. “E allora perché proprio a me?”, si chiede in continuazione. Vive ore da incubo facendo mille congetture, passando al setaccio tutta la sua modesta vita. Due giorni dopo, nel pieno della notte, il rombo di un’automobile in corsa e il tonfo di qualcosa che va a sbattere contro l’uscio fa sobbalzare Ali e sua moglie. Aprono la porta e vedono per terra un sacco nero. All’interno c’è il corpicino inerme di Rhuma, inzuppato di sangue raffermo. I suoi assassini l’hanno sventrata, portandole via il cuore, i reni e un occhio, mentre l’altro le penzola fuori dall’orbita. Questo efferato crimine ha fruttato ai malavitosi qualcosa come 20 milioni di afghani (ovvero più di tremila euro).

MERCATO CHE NON CONOSCE CRISI - La raccapricciante storia narrata sopra è solo uno degli innumerevoli episodi che avvengono in parti del mondo, come l’Afghanistan, pieno di affaristi e criminali senza scrupoli che investono nel, per così dire, mercato degli organi. Compravendita più che mai florida, anche in tempo di crisi, gestito per lo più da cosche organizzate, attive in Paesi del Terzo Mondo, che prelevano la “materia prima”, da smerciare in seguito all’estero, soprattutto in Occidente. Già, perché nonostante le norme restrittive in materia, il traffico di organi e tessuti umani è un’attività economica strisciante, nascosta ma subdolamente presente pure in Europa e nelle Americhe. Parlando del fenomeno in questione, si intende la vendita e l’acquisto di organi, e non la donazione, libera, spontanea e senza scopo di lucro: azione, questa, perfettamente legale (in Italia la donazione di organi è disciplinata dall’articolo 5 del Codice Civile e dalla legge n. 91 del 1999 “Disposizioni in materia di prelievi e di trapianti di organi e tessuti”) e incoraggiata da AIDO (Associazione Italiana per la Donazione di Organi, tessuti e cellule).

L’AMMISSIONE DI HUANG - Il traffico di organi si può presentare in tre ipotesi casistiche: in primo luogo, un individuo acconsente all’espianto di propri organi dietro pagamento in denaro. Parecchi disagiati si trovano in condizioni economiche tanto compromesse che accettano l’espianto di un proprio rene, per esempio. Secondariamente, una persona viene uccisa con lo scopo preciso di prelevarne organi e tessuti vitali. In tale contesto appare palese il legame tra il traffico di esseri umani, in prevalenza minori e clandestini, e quello di organi. La terza ipotesi riguarda il prelievo di parti del corpo dai cadaveri, in particolare dei condannati alla pena capitale, i quali non hanno diritto di opporsi al trattamento. E’ quello che succede, per esempio, in Cina. Diverse fonti, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e i praticanti del Falun Gong, una dottrina spirituale perseguitata dal governo comunista, hanno ripetutamente denunciato il partito di utilizzare i prigionieri politici detenuti nei campi di concentramento cinesi, i Laogai (ebbene sì, sono ancora una scioccante realtà), come donatori involontari di organi; accusa regolarmente respinta, finché nel novembre 2006 un funzionario del Ministero della Salute, Huang Jefu, ha ammesso che “a parte un piccolo numero di vittime di incidenti di traffico, la gran parte di organi espiantati viene da prigionieri uccisi”, negando però che tali operazioni vengano praticate senza il loro consenso. A questo proposito, Human Rights Watch ha replicato che i condannati a morte possono essere soggetti, in Cina, a qualunque pressione e ad ogni tipo di tortura fisica, e di conseguenza il loro non può essere giudicato un gesto volontario.

COMPRI UN RENE? 15 ANNI DI CARCERE - Il traffico di organi è uno spaccio internazionale: casi verificatesi in Cina, India, Nepal, Afghanistan, Kosovo, Pakistan, Kenya e molte altre nazioni, mostrano che la domanda di trapianti di organi è sempre più elevata rispetto all’offerta e ciò, a sua volta, stimola notevolmente i trafficanti a cercare individui da cui espiantare tessuti vitali. L'associazione americana Organs Watch sottolinea, inoltre, come il cospicuo miglioramento dell'efficacia dei farmaci antirigetto costituisca una delle ragioni del boom di tale traffico a partire dagli anni ‘70. Il fattore determinante che contribuisce a tenere in vita il fenomeno è la lunghezza delle liste di attesa per avere un trapianto. Per contrastare questo fenomeno, in Italia il Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, il senatore Ignazio Marino, crede che solo disincentivando duramente la domanda di organi in Occidente si possa combattere l'offerta negli Stati poveri. “La prima cosa che ogni malato chiede appena entrato in lista d'attesa” sostiene Marino, “è sempre la stessa: quando arriverà l'organo per me? L'ansia è tremenda e andare nei Paesi in via di sviluppo può sembrare una scorciatoia”. “Ma la necessità del malato” continua l’Onorevole “non può mai giustificare una rivalsa su altri uomini, più deboli solo perché economicamente disagiati: non ci sono scuse, comprare un organo è un crimine orrendo”. “Quindi” afferma Marino, “l'unico modo per combattere questa aberrazione è agire sulla domanda, e fare ciò significa punire chi torna dall'estero con un organo acquistato illegalmente. La prospettiva di passare quindici anni in carcere stroncherebbe il fenomeno all'origine”.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 14 Ottobre 2011 12:41

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