La mafia è genericamente radicata nell’immaginario collettivo come una questione di politica e di sicurezza interne. Questo è tanto più vero per gli italiani, che sono soliti associarne l'idea alle operazioni territoriali di organizzazioni criminali paramilitari come Cosa Nostra, ’Ndrangheta, Camorra, ecc... Noi di FusiOrari vogliamo però allargare la prospettiva. Soprattutto con la globalizzazione, la transnazionalità del fenomeno ha infatti messo radici nella politica, nella sicurezza e nella giurisprudenza internazionali.
Il sociologo Giovanni Bai ha affermato che il termine “mafia” indica «un particolare tipo di criminalità organizzata, fondato su un potere extralegale» che presenta «caratteristiche di un’industria della violenza e della protezione privata». Il fenomeno, così convenzionalmente conosciuto, è di origine italiana, nato nella zona tra Palermo, Agrigento e Trapani. In questa sede non intendiamo ripercorrere la nascita, lo sviluppo, la decadenza e la risurrezione della mafia nel Mezzogiorno. Tuttavia, è utile cogliere alcune sue intrinseche caratteristiche per giungere alla comprensione dell'aspetto transnazionale. In primo luogo, dobbiamo rinunciare ad una esclusiva concezione paramilitare; è invece essenziale idealizzare la cosca mafiosa, più generalmente, come un’organizzazione complessa che vive nell’illegalità, che attecchisce in «carenza dei pubblici poteri» ed è in grado di «adattarsi a mutate condizioni economiche e sociali». Riprendendo alcune considerazioni del politologo Fabio Armao, si può ritenere che la mafia anzitutto «identifica un fenomeno politico-sociale» di natura illegittima, che è solito strutturarsi ed organizzarsi clandestinamente in «gruppi criminali che seguono prioritariamente logiche di mercato» ed imprenditoriali. A ciò in seguito tende ad affiancarsi «una vera e propria strategia “politica” di governo» alternativa al potere centrale, eventualmente sostenuta da forze paramilitari . È quindi intuitiva la contrapposizione tra due interessi: quello pubblico, inteso come bene comune, e quello privato, concepito come bene del singolo (o del gruppo). Si tratta, insomma, dell’eterna questione dell’interesse generale versus interesse particolare.
OLTRE CONFINE - Sempre Bai ha sottolineato che il potere mafioso ha oggigiorno «investito importanti settori della vita […] internazionale». Esso attraversa le porose frontiere degli Stati insieme alle persone, alle merci ed ai capitali. Se si considerano le enormi difficoltà che già il governo nazionale ha nell’affrontare efficacemente la mafia territoriale, non stupisce che in un ambiente tendenzialmente anarchico, integrato ed interdipendente –come quello internazionale– una mafia con interessi transnazionali sia in grado di trovare ampio spazio (e disponibilità a collusioni) per affermarsi a livello regionale e/o globale a discapito dell'interesse mondiale. Le Nazioni Unite, ovvero l’organizzazione che più dovrebbe somigliare ad un governo del mondo, si è comunque occupata del vuoto nel diritto internazionale. Il 9 dicembre 1998, l’Assemblea Generale (AG) decise di istituire un comitato intergovernativo ad hoc per stilare una bozza di convenzione internazionale per combattere il fenomeno mafioso. A lavori ultimati, il 15 novembre 2000 l’AG adottò la risoluzione 55/25 e, con essa, la convenzione finale. L’iter diplomatico proseguì tra il 12 ed il 15 dicembre 2000 con la conferenza di Palermo, sede offerta simbolicamente dall'Italia; nel capoluogo siciliano, centoventuno Paesi membri delle Nazioni Unite firmarono il documento; la convenzione, una volta ratificata, entrò in vigore il 29 settembre 2003. La c.d. Convenzione di Palermo rinuncia ad utilizzare il termine “mafia”, eccessivamente connotato, privilegiando l’espressione concreta del fenomeno: il “gruppo criminale organizzato”. In genere, esso è «un gruppo strutturato», non estemporaneo né fortuito, «composto da tre o più persone che agiscono di concerto al fine di commettere uno o più reati gravi o reati stabiliti dalla presente Convenzione», ossia la partecipazione stessa ad una cosca, il riciclaggio di denaro, la corruzione e l’ostruzione alla giustizia, «al fine di ottenere, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale». Inoltre, in base ai medesimi principi, i centoventuno Stati firmarono e ratificarono due protocolli addizionali per combattere sia il traffico di migranti via terra, via mare e via aria, sia la tratta umana. A questi due, si aggiunse poi un terzo protocollo per osteggiare il traffico illegale di armi e munizioni.
COOPERAZIONE INTERNAZIONALE - L'AG si è detta fortemente convinta dell’utilità della Convenzione e dei suoi protocolli poiché essi istituirebbero il «necessario quadro legale per la cooperazione internazionale nella lotta, tra gli altri, alle attività criminali come il riciclaggio di denaro, la corruzione, i traffici illeciti di specie animali e vegetali, i danni ai beni culturali ed i crescenti collegamenti tra la criminalità organizzata transnazionale e gli atti di terrorismo». Anche per l’Unione Europea, tali documenti rappresenterebbero «il principale strumento per combattere» il crimine transnazionale. La giurista Elisabetta Rosi ha sottolineato che la Convenzione impegna gli Stati firmatari ad inserire i crimini sopracitati nelle rispettive legislazioni nazionali «con una funzione, se non di armonizzazione, sicuramente di ravvicinamento delle legislazioni e di superamento dei problemi di doppia incriminabilità che frequentemente ostacolano la cooperazione» internazionale. Al di là delle singole norme e fattispecie giuridiche, consultabili direttamente dal lettore clickando sul link al documento, la Convenzione ha evidenziato che la «gravità e lo sviluppo di forme (vecchie e nuove) di criminalità organizzata richiedono il rafforzamento della cooperazione tra gli Stati membri, con la necessità di un approccio comune». In particolare se il fenomeno mafioso transnazionale tende a ramificarsi in un global context limitatamente regolamentato.
NOI DI FUSIORARI - Spirito di mafia e cooperazione internazionale. Criminalità organizzata e comunità mondiale. Tenendo ben presenti tali dicotomie, parti della medesima globalizzazione, nel corso delle prossime settimane FusiOrari indagherà su alcune realtà contraddistinte da illegalità e violazioni dell’interesse generale mondiale, e volte al conseguimento del bene privato. Proveremo quindi a gettare maggiore luce su avvenimenti di stampo mafioso che difficilmente, o solo in parte, sono seguiti dai mass media e dalle singole opinioni pubbliche nazionali. Al lettore trarre giudizi dal nostro lavoro.