
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, la scomparsa del fondatore della Apple ha generato un cordoglio con pochi precedenti. Un dolore collettivo che dimostra in modo inequivocabile l'impatto del suo lavoro sulla società, il riconoscimento postumo ad una vita incredibile.
Steve Jobs se ne è andato. La notizia parte dal sito della Apple e si diffonde, veloce, per il mondo. E si gonfia, sempre di più: a sorprendere non sono i commenti pubblici. Scontati quelli di Obama, con gli Stati Uniti che perdono uno dei loro più grandi imprenditori, così come i saluti di rito di quelli che lo conoscevano bene (Bill Gates), di quelli che avevano lavorato con lui al sogno Apple (Steve Bozniak) e di tutti i membri della nuova generazione, cresciuti nell’ombra della sua leggenda (Brin e Page di Google, Marc Zuckerberg di Facebook, solo per citare i più famosi). Con il passare delle ore, il cordoglio si fa collettivo, assume proporzioni che stupiscono. I social network sono invasi di messaggi, le persone lasciano fiori e candele accese davanti all’Apple Store sulla quinta strada, a New York. È la gente che piange Steve Jobs e lo saluta, con una partecipazione che si è vista poche volte, più vicina, per intensità e proporzioni, al dolore per la scomparsa di una rock star o di un uomo di stato che non a quella di un imprenditore. Ed è questo che fornisce l’esatta misura del valore dell’uomo e dell’impatto del suo lavoro sulla società. Questo lutto globale gli conferisce in maniera inequivocabile quello status di artista e interprete dei nostri tempi che poteva sembrare solo una geniale trovata di marketing.
INNOVAZIONE CONTINUA – In tutti i settori nei quali si è misurato, Jobs è riuscito a lasciare il segno, coltivando l’innovazione continua come chiave del successo nell’era tecnologica. E non ha mai smesso di farlo, nemmeno quando i risultati gli hanno dato ragione. Lo ha fatto mentre la Microsoft si godeva il successo, restando di fatto ancorata allo stesso sistema operativo per dieci anni, con Bill Gates che, semplicemente, si è messo a fare altro. Un immobilismo che ha colpito anche chi, almeno a parole, a Jobs si ispira (Zuckerberg e il suo Facebook, rimasto uguale a se stesso fino alla comparsa di un rivale degno con la nascita di Google+). Una sorta di sindrome da successo eccessivo, rispetto alla quale il mondo Apple è rimasta immune: sotto la guida del suo fondatore ha innovato non solo il suo settore originario, quello dei personal computer (di cui è stata peraltro uno dei pionieri). La sua visione complessiva del futuro ha creato dei mercati che prima semplicemente non esistevano (gli smartphone e i tablet) ma non solo: ha investito e cambiato per sempre un business tradizionale come quello della musica, messo letteralmente in ginocchio dalla pirateria prima dell’Itunes Store. La storia di Steve Jobs sembra troppo bella per essere vera. Così ricca di successi da far passare in secondo piani i limiti caratteriali dell’uomo e i suoi insuccessi, che pure ci sono stati. A ben guardare, la vera cifra dell’uomo emerge proprio dal modo in cui ha affrontato i suoi “anni bui”: nel suo celebre discorso a Stanford nel 2005, Steve Jobs ha ripercorso le tappe della sua carriera con un (giusto) orgoglio che ha semplificato troppo il quadro, specie per quanto riguarda il periodo che ha passato lontano dalla Apple.
DODICI ANNI – Dal 1985 al 1996: dodici anni. Un tempo lunghissimo, passato a combattere, dal punto di vista professionale, per la sopravvivenza. Dopo essere stato estromesso dalla Apple, e questa ormai è storia più che nota, Jobs ha iniziato delle nuove avventure imprenditoriali. La NeXT prima, la Pixar dopo: aziende destinate a lasciare il segno, ma la strada per renderle pietre angolari della sua leggenda è stata molto lunga e accidentata. Ci sono voluti più di dieci anni, numerosi fiaschi e una enorme quantità di denaro prima che il successo tornasse a bussare alla porta dell’ex uomo della mela smangiucchiata. Un periodo in cui il fallimento si faceva ogni giorno più probabile del successo. Per arrivare al momento in cui le cose sono cambiate per sempre, l’uomo destinato ad essere un’icona ha dovuto affrontare anni di sostanziali insuccessi e restare sempre fedele a se stesso. Facile scriverlo oggi, ma è questa l’esatta misura di cosa voglia dire essere Steve Jobs: avere a disposizione 100 milioni di dollari e investirli di nuovo sulle proprie imprese e i propri sogni. Continuare a resistere quando le cose vanno male, con la fiducia in se stessi come unico supporto. Questa la dimensione della fatica necessaria. Oltre al talento, naturalmente.
APPLE – “Senza Steve Jobs la Apple è solo un’altra azienda di computer”. Da questo giudizio ormai datato, che il giornalista statunitense Nick Arnett ha espresso nei primi anni ‘90, riparte la sfida per una società che si ritrova di nuovo orfana del suo capo carismatico. Il contesto è del tutto differente, ma il problema è di grande attualità: la chiave del successo della casa di Cupertino è stata una serie di prodotti straordinari ma, soprattutto, la visione che li ha generati. E non è una cosa che si possa imparare. La successione era già stata preparata da tempo, ma il vero fardello che Tim Cook e gli altri raccolgono non è di tipo logistico: è difficile definire la Apple, oggi, ma quella che Steve Jobs lascia non è di certo una semplice fabbrica di prodotti tecnologici. Far sì che non torni ad esserlo è compito di quelli che raccolgono questa scomoda eredità. La Apple è peraltro una società non facile, spesso in lite con le concorrenti (per i brevetti) e in polemica perfino con alcuni governi (per la garanzia dei propri prodotti, limitata a un anno). Ma è comunque la prima azienda al mondo per capitalizzazione di borsa, e come punto di partenza per affrontare il futuro non c’è male.