La chiamavano l'isola che non c'è, l'isola dimenticata dal mondo e dagli uomini. E infatti, Lampedusa, al momento, sembra un'isola dimenticata prima di tutto dai suoi stessi abitanti. Il clima di queste settimane è carico di tensione. L'incendio del centro e gli scontri fra tunisini e lampedusani, hanno dato il via a una vera e propria 'strategia della tensione' in cui, a mo' di un videogioco, ci si sente sotto controllo. E così tutti evitano tutti, come quelle partite in cui devi guardarti le spalle ad ogni passo, stando ben attento a dove metti i piedi.
I MIGRANTI - Il fantasma dei migranti aleggia sull'isola e come ogni fantasma che si rispetti non si vede, ma si ha la stessa paura. Una paura dettata, come spesso (o forse è il caso di dire sempre) accade, dall'ignoranza e non dalla conoscenza.
Perché pochi sono i lampedusani che hanno letto o che conoscono le testimonianze dei migranti raccolte da Medici senza Frontiere o dal team dell'Inmp- istituto nazionale delle malattie della povertà. Pochi sanno che Abduol, nigeriano di 42 anni, era arrivato in Libia dieci anni fa' ed è salito sulla barca perché temeva di morire, lasciando una casa e la sua famiglia. Abdoul fa parte di quei tanti che partono senza sapere neanche la destinazione. Una volta arrivato a Lampedusa è stato trasferito a Mineo dove passa le giornate camminando in circolo, pensando alla sua famiglia e chiedendosi come, senza di lui, sua moglie e i suoi figli riescano a sopravvivere. Missy, invece, ha 27 anni. Anche lei è nigeriana e lavorava in Libia come donne delle pulizie. Era su quelle barche piene di donne incinte e madri con bambini e di quel viaggio ha un ricordo terribile. Un ricordo di chi non ha mangiato e non ha bevuto per tre giorni consecutivi. Un ricordo di chi ha visto persone gettarsi a mare in preda alla disperazione, andando incontro a una morte silenziosa di cui nessuno mai sa nulla.
E non sono solo le storie di vita ad essere ignorate, ma anche le condizioni di trattamento all'interno di quello che doveva essere un centro di prima accoglienza e che invece, superata la fase di emergenza dello scorso marzo, è diventato a tutti gli effetti un centro di espulsione. Circa cento trenta sono gli isolani impiegati ad oggi all'interno della struttura. Tutte persone, queste, che non vogliono raccontare niente, rispettando la più classica delle regole siciliane: l’omertà. Chi parla lo fa perché ha resistito poco. Le relazioni dell'Arci e delle altre associazioni presenti all'interno della struttura parlano chiaro. Le violazioni segnalate sono numerose: dalla detenzione coatta alla negazione di un'assistenza legale per queste persone, dalle condizioni igieniche sanitarie (stanze con temperature non adeguate, odore maleodorante e scarsa qualità del cibo) al controllo, a volte violento ed esagerato, delle forze che presidiano il centro.
E' facile dunque pensare come situazioni di questa misura. portino all'esasperazione chi si ritrova 'rinchiuso' - senza motivo - all'interno di un luogo simile, e le avvisaglie di sofferenza e malessere si respiravano già da qualche tempo. L'incendio avvenuto la scorsa settimana è riconosciuto da tutti come un atto doloso, un atto anticipato dalle continue manomissioni ai circuiti elettrici, dalla rottura quotidiana di plafoniere e servizi igienici.
Ora, viene spontaneo chiedersi se c'era un modo per evitare tutto questo. E la risposta è sì e la danno gli stessi isolani. Basterebbe non creare, dicono, situazioni di simile sovraffollamento, ma prima ancora di detenzione prolungata e non giustificata nella maggior parte dei casi. La manutenzione quotidiana in questi centri è altissima. Si parla di cifre che neanche gli ingegneri, addetti ai servizi di sicurezza e manutenzione, riescono a quantificare. In una situazione di crisi e bilanci neri viene spontaneo, anche qui, domandarsi se c'era e c'è un modo per risparmiare questa spesa. Una spesa questa, che non riguarda solo la realtà del centro di Contrada Imbriacola di Lampedusa, ma che appartiene anche agli altri centri (Cara, Cie, Cpa) dislocati nel nostro Paese. Basterebbe appunto non esercitare una detenzione coatta, basterebbe far si che all'interno di queste strutture siano presenti persone strettamente specializzate per potersi relazionare a migranti provenienti da paesi diversi e con storie differenti.
L’ISOLA - A Lampedusa tutti questi presupposti non hanno trovato spazio e così si è arrivati alla fine del gioco, senza accorgersi che il sistema accoglienza era ormai diventato una macchina dai meccanismi inceppati. Il governo ed i lampedusani, pochi per essere precisi, hanno capito il potenziale, diventato alla fine effettivo, giro di soldi che si nasconde dietro la questione legata agli sbarchi. Ed ecco gli alberghi, sempre alcuni, i soliti è bene specificarlo, pieni da mesi di polizia e carabinieri molti dei quali con famiglia a seguito soprattutto nei mesi estivi. Ecco il lavoro per i dipendenti della cooperativa 'Lampedusa accoglienza', ed ecco la pubblicità e l'attenzione, negativa nella maggior parte dei casi, verso l'isola che non c'è. Ed ecco in fine un'isola fratturata, spaccata in due e vista adesso in bianco e nero. Da una parte ci stanno i buoni, quelli che l'accoglienza l'hanno fatta davvero, quelli che in questa storia ci hanno veramente rimesso qualcosa, e dall'altra invece ci stanno i cattivi, poco sì, ma sempre cattivi, perché un lancio di pietre è pur sempre un gesto che lede la dignità umana di chi lo commette.
Peccato però che tra il bianco ed il nero ci stiano altre mille ed infinite sfumature. E queste sfumature, qua, a Lampedusa, si chiamano incongruenze, illegalità. Come l'assenza di gare di appalto tra gli albergatori, per distribuire equamente le forze dell'ordine che da mesi popolano l'isola e finiscono sempre nei ‘soliti’ alberghi. Alberghi e B&B, l’altra faccia dell’isola. Tanti, troppi. Testimonianze esplicite dell'abusivismo edilizio che sta devastando, senza misura, un paradiso fornito di un piano regolatore fermo al 1976, ufficialmente mai approvato, e sicuramente non adeguato a descrivere la Lampedusa di oggi. Un’isola questa che non ha le strutture adatte a ‘sopportare’ il peso dei suoi seimila abitanti: dalle reti fognarie, ai presidi ospedalieri. “A Lampedusa amarsi è un lusso”, dicono i giovani ventenni, perché se vuoi fare un figlio, devi poterti permettere uno spostamento 'collettivo' a Palermo o a Trapani, o a Catania.
Tante, troppe, sono le anomalie che si nascondono sull'isola che non c’è. Eppure oggi, come ieri, nessuno parla di queste cose. Si parla solo di migranti pericolosi, della paura degli sbarchi o del blocco degli stessi che nella realtà delle cose e tenendo conto della posizione dell'isola, non potrà durare a lungo. Il diritto al primo soccorso non si può negare a nessuno e questo lo sa bene il ministro Maroni e lo sanno anche i lampedusani.
'O scià', il respiro, di Claudio Baglioni, ha spostato l'attenzione delle ultime settimane e quindi per le strade, le voci da ascoltare sono state altre. Si è parlato di chi ha cantato più o meno bene degli altri. Ci si è accampati per ore sulla spiaggia della Guitcia a sentire canzoni e parole che sì, servono sicuramente a qualcosa, sono utili alla distrazione, ma non potranno certo cancellare le impronte lasciate da chi a marzo su quella stessa spiaggia moriva dal freddo avvolto da coperte raccolte qua e là all'avventura. Una volta spente le luci del palcoscenico, cala sull'isola il rumore della solitudine e ci si trova a fare i conti con un inverno che sarà grasso solo per pochi, i soliti tra l'altro.