
Eccoci giunti all'ultima tappa del nostro viaggio. Per cercare di svelare parte dell'aura di mistero che avvolge l'affascinante Paese degli ayatollah, siamo partiti dalle gesta dei gloriosi shah-in-shah persiani, per poi fermarci a Persepoli e nella sala del trono di Ctesifonte, dove si è consumato lo sfregio alla millenaria cultura persiana da parte “dell'invasore” arabo; ci siamo poi fermati nella piana di Kerbala per tentare di ricostruire e dare un senso a quel culto del martirio che dall'Iran si è poi propagato in tutto il Medio Oriente diventando una delle tattiche predilette dei maggiori gruppi terroristi; siamo tornati infine a Qom, città santa dello sciismo, per fare la conoscenza del padre della Repubblica Islamica, l'ayatollah Khomeini. In quest'ultima tappa valuteremo l'attuale assetto di potere alla luce del pensiero dei cosiddetti “intellettuali religiosi” e cercheremo di capire se sia possibile, e poi così necessario, uscire dalla trappola islamista.
RISPOSTE SENZA DOMANDA - Teheran, 2011: cosa rimane di tutto l'ardore, lo zelo e le promesse rivoluzionarie a distanza di 32 anni da quell'evento così tragico ma allo stesso tempo fondante come la rivoluzione islamica? Verso quali orizzonti si muove l'Iran oggi? Lo scrittore portoghese Josè Saramago nel suo romanzo Memoriale del convento afferma: "Tutto nel mondo sta dando risposte. Quello che tarda è il tempo delle domande". Se si segue una logica convenzionale, in base alla quale a domanda corrisponde risposta, si troverà difficile comprendere il senso di quel sentimento di protesta che oggi spinge migliaia di giovani a scendere in piazza, centinaia di scrittori e giornalisti ad esprimere la propria libera opinione pur nella certezza di andare incontro all'incarcerazione, e gli artisti più illuminati a dare voce tramite la propria arte a chi normalmente non ha diritto ad esprimersi. In questo senso, la chiara risposta espressa da vasti settori della società iraniana tramite le proprie azioni di protesta, rimarrà perlopiù oscura a chi non è interessato ad indagarne l'origine e le cause, o meglio, preferisce accontentarsi di ragionare secondo una logica ancora più nociva, che è quella presuntuosa di chi ritiene che sia inutile farsi domande perchè tanto se ne conosce già la risposta. Nel corso degli anni, l'Iran è stato troppe volte ostaggio di politiche miopi e incentrate su relazioni di profitto che hanno contribuito a costruire mattone dopo mattone quel muro di sfiducia tanto denunciato dall'ex presidente Khatami. Certo, l'apertura dovrebbe essere reciproca. La reputazione di paria del sistema internazionale che l'Iran si è inevitabilmente costruito all'indomani della rivoluzione, l'ha di fatto relegato tra quegli intoccabili da evitare ancora prima di conoscere. Quando Marjane Satrapi nel film Persepolis ripercorre i propri giorni a Vienna, dove si era dovuta rifugiare per sfuggire all'aria soffocante della Teheran post-rivoluzione, ella si troverà più volte in imbarazzo di fronte alle domande dei propri coetanei circa la propria origine; il fatto che un'iraniana, consapevole di appartenere ad una delle civiltà più raffinate e più potenti che la mezzaluna fertile abbia saputo dare al mondo, abbia preferito definirsi francese piuttosto che iraniana, la dice lunga sul riflesso che la condotta avventata di un Paese può avere sui singoli individui che lo compongono. Quando l'"iranità" da motivo di orgoglio diventa una sorta di prigione, forse è il caso che chi è responsabile di tale slittamento identitario inizi a porsi alcune domande. Certo, la convinzione di avere Dio dalla propria parte non lascia spazio a dubbi e auto-critica, mentre la necessità di conservare la propria posizione di potere mal si concilia con pratiche come l'ascolto della voce dei propri cittadini, che si vorrebbe mantenere sudditi, e la concessione delle libertà e dei diritti civili e politici fondamentali. Eppure, nel mezzo della foga islamizzante asservita al “dio del politico”, l'Iran ha saputo produrre anche uomini illuminati del calibro, ad esempio, di Abdolkarim Soroush e Mohsen Kadivar, esponenti del gruppo dei cosiddetti “intellettuali religiosi”, o “post-islamisti”. Pur rappresentando una corrente estremamente variegata al suo interno, il movimento degli intellettuali post-islamisti si distingue per alcuni elementi caratterizzanti, che contribuiscono a farne una categoria a sè e in un certo senso lo pongono in aperto contrasto con il discorso religioso conservatore. In primo luogo, essi mirano ad offrire un'interpretazione della religione che si ponga in alternativa con l'interpretazione ufficiale convogliata dallo stato. Da ciò consegue che essi auspichino una depoliticizzazione del ruolo del clero sciita e allo stesso tempo un ampliamento del campo di studi degli ulama, che vada oltre le questioni strettamente legate alla sfera personale per comprendere questioni di più ampio respiro a livello sociale. Ciò che accomuna gli intellettuali religiosi è inoltre lo sforzo di riforma in senso democratico dello stato islamico, volto a riconciliare Islam e democrazia, che, secondo i post-islamisti, sarebbero profondamente interconnessi.
DAL GOVERNO ISLAMICO ALLA REPUBBLICA ISLAMICA - Come affermano oggi gli esponenti del movimento intellettuale post-islamista, Khomeini era ben conscio del fatto che l'Islam, pur comprendendo un insieme di norme e insegnamenti atti a regolare la vita dell'uomo "dalla culla alla tomba" non prescrive una forma ideale di governo, o meglio non specifica con quale forma concreta debba essere realizzato il governo di Dio, inteso come governo volto a replicare e a salvaguardare l'applicazione dei principi islamici nella società. Del resto, si è visto nelle tappe precedenti come gli stessi principi religiosi che hanno animato la rivoluzione iraniana e hanno fatto sì che essa diventasse una rivoluzione islamica, siano stati basati su una rilettura dello sciismo in chiave attivista e militante, in aperta rottura con la lunga tradizione di quietismo politico e taqiyya. Andando ad attingere dal lungo dibattito dottrinale che affonda le proprie radici nel Medio Evo e trova poi affermazione nella Persia safavide e ancora di più qajara con l'affermazione della tradizione usuli aperta all'interpretazione razionale delle fonti sacre, Khomeini ripropone la teoria del Velayat-e faqih, “la tutela del giurisperito”, presentandola come lo strumento per la realizzazione del governo islamico (Hokumat-e Islami). Il governo islamico prospettato da Khomeini si basa dunque sulla preminenza della figura del Vali-e faqih, il giurisperito islamico, in quanto custode e interprete della legge di Dio e incaricato di farla rispettare presso gli uomini. Derivando la propria legittimità esclusivamente da Dio, il governo islamico come formulato da Khomeini si distingueva, per sua esplicita affermazione, tanto dalla monarchia quanto dalla repubblica. Se nel primo infatti a governare sono i rappresentanti del re, mentre nel secondo i rappresentanti del popolo, nella "terza via" rappresentata dal Velayat-e faqih a governare è il rappresentante diretto di Dio, l'esperto della legge a cui oggi spetta quell'autorità che fu propria del Profeta e degli Imam. La tormentata evoluzione degli avvenimenti e la conformazione socio-politica dell'Iran degli anni dello shah hanno tuttavia indotto Khomeini a dare vita ad una Repubblica Islamica (Jomhuri-e Eslami) che in parte si discostava dal suo progetto di Governo Islamico (Hokumat-e Eslami). La teoria del Velayat-e faqih veniva sì incorporata nella nuova costituzione, ma parallelamente ad un altro apparato istituzionale che traeva la propria legittimità non da Dio ma dal popolo, contribuendo così a dare al nuovo stato quell'originale carattere duale che ne avrebbe rappresentato tanto la benedizione quanto la condanna. Con buona pace di chi afferma che l'Iran sia una teocrazia medioevale, infatti, la Repubblica Islamica instaurata in seguito alla rivoluzione riunisce in sè - o cerca, con alterne fortune, di riunire - principi religiosi desunti dalla tradizione islamica e principi laici derivanti dalla tradizione di pensiero occidentale. La presenza di istituzioni a legittimazione popolare, quali il Parlamento e il Presidente della repubblica con i suoi ministri, accanto alle istituzioni a legittimazione religiosa rappresentate dalla Guida suprema, dal Consiglio dei guardiani, e dal Consiglio per il discernimento, rappresenta una limitazione, seppur timida, dell'arbitrarietà di governo e assegna un ruolo, limitato ma pur sempre attivo, alla popolazione. La Repubblica che doveva nascere in seguito alla rivoluzione doveva però configurarsi come islamica; questo ha significato l'incorporazione della sharia e il parziale sacrificio dei principi laici repubblicani a favore di quelli islamici codificati alla luce della legge sciaraitica. In un sistema di governo ibrido nel quale erano presenti due diverse forme di sovranità, una derivante da Dio e l'altra derivante dal popolo, era facilmente intuibile quale delle due avrebbe pesato di più sul piatto della bilancia politica. La costituzione infatti, per quanto espressione repubblicana, sancisce inderogabilmente che tutti i principi e i valori repubblicani debbano essere conformi, quindi subordinati, ai precetti islamici. La stessa interferenza delle istituzioni a legittimazione religiosa sui processi politici che vedono la partecipazione diretta della popolazione, è sintomatica della preminenza della componente islamica su quella repubblicana. Se infatti il popolo è chiamato a scegliere il Presidente della repubblica, la scelta effettiva avviene all'interno di una rosa di candidati che hanno ricevuto l'approvazione del Consiglio dei guardiani. Lo stesso Parlamento non può formulare proposte di legge che siano in contrasto con i principi islamici, leggasi con il parere del Consiglio dei guardiani, che ha la facoltà di bloccare il processo legislativo - come è più volte accaduto durante l'era riformista – e paralizzare dunque l'intera vita politica dello stato.
KHOMEINISMO SENZA KHOMEINI - Nel decennio khomeinista (1979-1989) la Repubblica Islamica ha saputo accumulare un ingente capitale di legittimità, costruito a colpi di fucile contro i "nemici della rivoluzione", rafforzato dalla presa di posizione contro il Grande Satana statunitense e bagnato nel sangue dei giovani shahid che si immolavano sul fronte iracheno. La presenza di Khomeini, che agiva in un certo senso da collante tra le fazioni politiche che stavano emergendo in seno al Partito Repubblicano Islamico e da lubrificante degli ingranaggi del macchinoso sistema istituzionale, ha garantito il funzionamento del sistema nel suo complesso. Con questo non si vuole dire che il sistema in se stesso fosse buono e rispettoso degli elementari principi democratici, ma solo che esso, pur a suo modo, funzionava. Con la morte dell'ayatollah, avvenuta nel 1989, e con l'emergere, oltre che dei contrasti all'interno dell'élite rivoluzionaria, delle contraddizioni insite nel sistema, la Repubblica Islamica si è incamminata lungo un percorso che l'ha vista passare attraverso fasi alterne. La preminenza del politico sul religioso, sancita con la promozione di Ali Khamenei al rango di rahbar (Guida Suprema) nonostante egli mancasse dei requisiti giuridico-teologici necessari, ha paradossalmente portato la Repubblica Islamica a dirigersi sempre più verso quel sistema di governo islamico previsto originariamente nel Velayat-e faqih, ovvero una Repubblica Islamica senza la componente repubblicana. Quell'Hokumat-e Islami, che Khomeini aveva dovuto rassegnarsi a veder diventare una Jomhuri-e Eslami, stava ora tornando verso l'origine. In questo senso, l'analisi etimologica del termine rivoluzione, dal latino revolvere, ritornare all'origine, sembrava un beffardo scherzo del destino. Quel governo che Khomeini voleva islamico e che aveva dovuto rassegnarsi a essere islamico e repubblicano, con la morte di Khomeini stava compiendo un percorso involutivo tramite l'emarginazione della componente repubblicana in nome di quella islamica. La spiegazione del paradosso risiede nel fatto che, mancando appunto dei requisiti teologici necessari, per rafforzare la propria posizione Khamenei ha scelto la via politica, realizzando quella forma di neo-patrimonialismo e quell'alleanza tra religiosi e militari della quale si afferma egli sia finito per essere ostaggio. L'ascesa ai massimi ranghi dello stato di uomini provenienti dagli ambienti militari, avviata in sordina all'indomani della guerra Iran-Iraq e portata alla ribalta nel 2005 dall'elezione di Ahmadinejad, si è tuttavia rivelata essere una pericolosa arma a doppio taglio. Se infatti non c'è pericolo che i militari, soprattutto quelli che contano veramente, ovvero principalmente pasdaran e basij, si schierino dalla parte della popolazione nei movimenti di protesta contro l'attuale conformazione di governo - come invece aveva fatto parte dell'esercito ai tempi delle proteste contro lo shah - l'ingente mole di potere che essi hanno accumulato, soprattutto grazie all'attivo coinvolgimento dei pasdaran negli affari delle potenti conglomerazioni economico-finanziarie, le bonyad, ne fa un elemento potenzialmente destabilizzante per la salute generale del sistema.
LA RIVOLUZIONE TRADITA - Il pericoloso precedente che si è venuto a creare in seguito alla benedizione accordata dalla guida Khamenei alla rielezione-farsa di Ahmadinejad nel 2009 ha contribuito ad aggravare la crisi di legittimità alla quale la Repubblica Islamica è attualmente sottoposta. La palese emarginazione della componente repubblicana rappresentata dalla legittimazione dei brogli elettorali, in aperto sfregio della volontà popolare, ha segnato un pericoloso punto di non ritorno, oltre che far avanzare la Repubblica Islamica di un passo in più verso la rottura del delicato equilibrio che tiene insieme religioso e politico. Se Khamenei, il cui compito originario è quello di vigilare sul rispetto dei principi islamici da parte dello stato, legittima una frode elettorale e con essa un assetto di potere che non è espressione della volontà popolare, implicitamente è come se egli avesse affermato che tale comportamento rientra nella legge dell'Islam. Contro questa pericolosa e strumentale deformazione dei principi islamici si staglia oggi il pensiero degli intellettuali religiosi che, pur rimanendo all'interno dell'orizzonte islamico, propongono una riconciliazione di principi islamici - come contenuti originariamente nel Corano e nella sunna e non come piegati alle interpretazioni del clero di governo - e principi democratici. La stessa Onda Verde - il movimento di protesta nato in seguito alla rielezione di Ahmadinejad - legittima i propri cortei al grido di "Allah è grande", a testimonianza del fatto che il disagio odierno non è nei confronti della componente islamica del governo, bensì della non applicazione della componente repubblicana in nome di una lettura distorta dell'Islam. L'anello debole della Repubblica Islamica è dunque rappresentato non tanto dalla componente repubblicana o dalla componente islamica in sè, quanto dall'utilizzo della seconda per limitare gli spazi di espressione della prima. A 30 anni di distanza dalla rivoluzione, quel movimento di protesta popolare che la classe religiosa sciita ha saputo far diventare islamico, sembra manifestare un crescente discontento non tanto verso gli ideali rivoluzionari, quanto verso le promesse non mantenute; in questo senso, l'accusa di tradimento della rivoluzione che gli elementi ultra-conservatori rivolgono ai riformisti – e, in generale, a chi non condivide il loro pensiero – appare inevitabilmente destinata a riflettersi su loro stessi. Chi ha tradito la rivoluzione è chi, al grido di "diseredati del mondo, unitevi", ha fatto promesse che poi non ha saputo nè voluto mantenere; chi in nome dello slogan "nè est, nè ovest, solo Repubblica Islamica" ha chiuso le frontiere di un Paese nato per proiettare la propria bellezza sul mondo; chi accusando ripetutamente un "nemico esterno" ha fatto sì che il Paese abbia finito per consumare in primo luogo se stesso. Accettando di divenire islamica, la rivoluzione ha dovuto fare i conti con quel peccato originale rappresentato dalla commistione di religioso e politico; una scommessa che in pochi hanno potuto vincere e in troppi hanno saputo perdere. Dalla perdita di questa scommessa è emersa una nuova sfida, rappresentata dalla commistione tra il politico vestito di religioso e il militare. Nonostante i ripetuti richiami ai giorni della rivoluzione da parte dell'attuale classe dirigente, è palese il fatto che in realtà essa sia portatrice di istanze diverse e per certi aspetti ancora più pericolose. Quando il clero militante stringe alleanze con i militari imbevuti di retorica rivoluzionaria, l'intero Paese diventa un campo di battaglia. La resistenza è affidata a quei pensatori, religiosi o laici, soldati della ragione, che tramite il loro discorso piantano i semi di quegli alberi di cui si spera le generazioni future possano un giorno gustare i frutti, e che sull'elmetto portano scritte parole di tolleranza attraverso le quali danno incoraggiamento a quei giovani uomini e donne schierati in prima linea nelle piazze iraniane a rivendicare al grido di "Allah è grande" quel diritto alla libertà del quale la Repubblica Islamica è ancora, suo malgrado, debitrice.
Leggi la prima parte: L'eredità pre-islamica e l'incontro con lo sciismo
Leggi la seconda parte: Martiri, santi e uomini col turbante
Leggi la terza parte: L'edificazione della Repubblica Islamica tra tradizione e reinvenzione