
Fin dalla sua ascesa al rango di Guida della Rivoluzione nel 1979, non è raro vedere associata all'immagine ombrosa dell'ayatollah Khomeini l'etichetta di fondamentalista. L'immagine è entrata talmente a fondo nell'immaginario collettivo, da meritare la coniazione di un nuovo termine in farsi, bonyadegar, traduzione letteraria dell'inglese fundamentalist. Nonostante l'uso diffuso del termine, non è del tutto corretto affermare che l'articolata ideologia elaborata da Khomeini sia espressione di quel famigerato fondamentalismo islamico che negli ultimi anni il mondo ha imparato a conoscere. Diverse sfaccettature portano invece all'ipotesi opposta, ovvero che non si tratti di un'ideologia che affonda le sue radici nelle tradizioni del passato e che tenta di riviverle alla lettera, bensì di una vera e propria novità, una rottura con la tradizione e le precedenti elaborazioni dottrinali. Vediamo perchè.
“FONDAMENTALISTA” A CHI? - Il termine “fondamentalismo” venne coniato a cavallo tra il XIX e il XX secolo per indicare una corrente emersa all'interno della chiesa protestante americana, che si opponeva al pensiero liberale e modernista dell'epoca; per estensione dunque questo termine viene utilizzato per indicare l'atteggiamento di chi persegue un'attuazione rigida e intransigente dei principi originari della religione, che nel caso dell'Islam si manifesta con l'interpretazione letterale del Corano e un'enfasi particolare sulla necessità del ritorno all'”età dell'oro”, ovvero il periodo idealizzato dell'Islam delle origini in cui vissero Maometto e i califfi “ben guidati” (622-661 d.C.). Se consideriamo il termine “fondamentalismo” nel proprio contesto originario, ovvero nel tentativo da parte della chiesa protestante di difendersi da quei “predicatori riformisti” che promulgavano idee volte alla riforma in senso liberale della società, e che pertanto sostenevano che il vero obiettivo della religione non dovesse essere solamente la salvezza delle anime, ma anche e soprattutto il cambiamento sociale, appare evidente che il khomeinismo non si trovi a proprio agio con una simile caratterizzazione. L'ideologia elaborata da Khomeini, infatti, pur partendo da questioni dottrinali, era completamente imbevuta di questioni riguardanti la sfera politica e sociale dell'Iran dell'epoca. Si può addirittura affermare che parte dell'autorità riconosciuta a Khomeini derivi proprio da quei discorsi in cui egli faceva appello direttamente alle coscienze degli iraniani, tralasciando questioni dottrinali che sarebbero state troppo complesse per il fine ultimo di mobilizzazione delle masse, e insistendo invece su temi cari al popolo, quali la necessità della rivoluzione, l'espulsione degli “imperialisti occidentali” e la promessa di riscatto e ascesa sociale per i diseredati. Del resto, lo stesso appello alla necessità del ritorno all'Islam delle origini, per quanto possa essere considerato espressione di fondamentalismo, è un prodotto del tutto moderno. È proprio dall'incontro dell'Islam con la modernità che nasce quel potentissimo strumento difensivo rappresentato dal richiamo ad un'epoca altamente idealizzata, percepita come giusta e immutabile, alla quale fare riferimento per salvaguardare la “purezza” delle proprie tradizioni dall'avanzata di un'epoca contemporanea foriera di corruzione e alienazione. In un contesto di forti squilibri economici e crescenti tensioni sociali causate dall'incontro-scontro con l'Occidente, la Medina delle origini diventa una sorta di “città di Dio” agostiniana, un esempio a cui ispirarsi per la salvaguardia della propria fede e, in ultima analisi, della propria identità.
REINVENTANDO LA TRADIZIONE - Ben lungi dal fare appello alla necessità del ritorno alle origini, quella formulata da Khomeini è un'ideologia di rottura con il passato e la tradizione, per costruire la quale l'ayatollah ha fatto ricorso allo strumento che più si presta a revisioni e strumentalizzazioni: la religione. Allo scopo di edificare la Repubblica Islamica, Khomeini opererà una rilettura dello sciismo e una reinvenzione della tradizione che lo porterà a predicare la presenza di uno specifico carattere politico interno allo sciismo, che comporta l'abolizione dell'antico principio quietista della taqiyya. Non più dunque due facce della stessa medaglia, ma l'appiattimento della tradizione sciita ad una sola dimensione: quella attivista. Il messaggio che trapela dai discorsi dell'ayatollah è ben specifico: al fine di realizzare il vero Islam è necessaria l'opposizione e la lotta contro l'oppressore; chi non si oppone e rimane inerte non crede nel vero Islam. A completare questa prima rilettura, Khomeini chiama in causa i religiosi, da secoli custodi delle leggi e delle tradizioni islamiche, nel 1979 chiamati ad assumere quel ruolo di guida politica della comunità che, secondo Khomeini, è per sua essenza un ruolo politico e religioso al tempo stesso. Rivolgendo ai religiosi l'invito a sì continuare ad esercitare le pratiche rituali e devozionali dell'Islam, ma a porre l'accento sulle materie giuridiche, politiche ed economiche, l'ayatollah aprirà la strada alla definitiva politicizzazione del clero sciita, che da custode della fede diverrà avanguardia della rivoluzione. Un ulteriore caposaldo dello sciismo utilizzato da Khomeini per la formulazione della propria teoria politica è rappresentato dalla convinzione di essere i pochi giusti in un mondo retto da una maggioranza implicitamente illegittima. Da questo principio, l'ayatollah deriva due interessanti corollari. Il primo, che i deboli sono i giusti, mentre i forti sono gli ingiusti. Di conseguenza, le superpotenze, che sono le più forti tra i forti, sono per loro natura implicitamente illegittime e pertanto occorre “dare loro una lezione”, umiliarle e punirle per tutto il male arrecato alle minoranze da loro sottomesse. Il secondo corollario, estensione del primo, comporta il rifiuto delle norme di condotta degli affari internazionali, in quanto trattasi di regole stabilite dalle potenze, quindi ancora una volta illegittime. In virtù di tale convinzione, il governo islamico può farsi beffe di queste norme e sfidare la comunità internazionale. Collegata alla convinzione di essere i pochi giusti, vi è la persuasione di essere costantemente oppressi da un governo iniquo e illegittimo. Tale convinzione trova origine nella storia dello sciismo delle origini, quando il trono che si riteneva spettare ai discendenti di Maometto e Ali venne usurpato prima dagli Omayyadi poi dagli Abbasidi, poi via via da una serie di dinastie fino ad arrivare all'odiato regime Pahlavi, che con la sua politica di laicizzazione forzata rappresentava la minaccia più pericolosa alla fede sciita. Khomeini nel suo invito alla ribellione fa esplicito appello agli oppressi e ai diseredati come beneficiari della istituzione del governo islamico, che, rovesciando i potenti – quindi illegittimi – sovrani corrotti, innalzerà gli umili e instaurerà un regno di giustizia sulla Terra. Prendendo a prestito le tipiche dicotomie zoroastriane, lo sciismo diventa lotta degli oppressi contro gli oppressori, dei diseredati contro i benestanti, occasione di riscatto per i deboli della Terra. Nella propria personalissima elaborazione di una sorta di Teologia della Liberazione, è evidente il richiamo ai concetti marxisti dell'oppressione del proletariato e della necessità della lotta di classe; proprio su quest'ultimo punto però Khomeini traccia la distanza da quel discorso marxista che tanto deprecava. Mentre infatti il marxismo predica la necessità della lotta di classe, Khomeini esorta le masse al raggiungimento di un'unione spirituale che trascenda le differenze tra i vari segmenti della società, allo scopo di costituire un'unica comunità islamica salda e compatta nella lotta all'oppressore. Tale visione, utopica almeno tanto quanto quella marxista, consente all'ayatollah di conquistare i cuori e le menti di quegli elementi della società attratti dal marxismo, ma cionondimeno vincolati da un senso di fedeltà e appartenenza alla umma islamica.
MARTIRI, GUERRE SANTE E CHIAVI DEL PARADISO - Un ultimo articolo di fede sottoposto a rilettura è la percezione della natura umana come implicitamente debole e corruttibile. Secondo la dottrina sciita infatti, con la sola eccezione di imam e ulama, gli esseri umani sono deboli, fallibili e vulnerabili alle tentazioni del Maligno. Partendo da questo principio, Khomeini sostiene che la fragilità della natura umana sia da imputare al bisogno egoistico di soddisfare i propri bisogni materiali, anche a spese del benessere spirituale dell'intera comunità. Da queste affermazioni l'ayatollah trae due ulteriori conclusioni. In primo luogo, che la responsabilità della diffusione di desideri mondani sia da attribuire all'opera corruttiva delle superpotenze. In secondo luogo, che allo scopo di purificare il proprio spirito l'uomo debba intraprendere un cammino di ascesi ed elevazione spirituale. L'invito alla trascendenza viene però portato all'estremo, fino all'esortazione a rinunciare alla propria vita terrena al fine di raggiungere la massima purificazione spirituale. Per resistere alle tentazioni della carne, l'uomo viene esortato a compiere l'estremo sacrificio: il martirio in nome della causa dell'Islam. Questo collegamento tra ascesi e martirio non è presente nella tradizione sciita; al contrario, l'ascetismo è sempre stato collegato al quietismo. Il concetto di martirio del resto, si ritrova nello shahid islamico così come nel martire cristiano, con lo stesso identico siginificato di “testimone”. Nell'Islam sunnita, tuttavia, lo shahid è colui che viene ucciso in battaglia mentre combatte il jihad; nel pensiero cristiano invece il martire è colui che accetta di sottoporsi a sofferenze e di andare incontro alla morte, piuttosto che abiurare la propria fede. Il concetto sciita di martire riconcilia la visione sunnita, secondo la quale il martire è colui che dà la propria vita in battaglia, e la visione cristiana, allargando così la sfera del martirio a coloro che accettano di sottoporsi alla sofferenza della prigionia, della tortura e della condanna a morte. Khomeini va ancora una volta oltre l'interpretazione sciita tradizionale, incoraggiando gli sciiti a rivivere il martirio di Hosayn non solo in termini simbolici tramite la partecipazione alle celebrazioni di Muharram, ma anche nella realtà, attraverso la ricerca attiva dell'estremo sacrificio. Ciò rappresenta ancora una volta un'innovazione, o se vogliamo una rilettura, del pensiero sciita tradizionale, in quanto laddove l'Islam chiede ai propri fedeli di dare la propria vita se necessario, Khomeni fa della richiesta deliberata di andare incontro al martirio una delle principali armi della lotta per la difesa della fede. Lo sapranno bene le madri dei giovani shahid iraniani mandati a combattere nella guerra contro l'Iraq - senza armi ma con un paio di chiavi del paradiso made in Taiwan appese al collo – e che verranno utilizzati per aprire dei varchi nelle difese irachene con il raccapricciante metodo dell'“onda umana”. Impossibile sapere se essi abbiano davvero raggiunto le vette del paradiso; inevitabile chiedersi cosa sia rimasto, oggi, di tale fervore e attivismo, e se lo scintillio di quelle chiavi sia ancora un incentivo invitante allo schieramento nell'eterna battaglia bene Vs male, una volta che il clero sciita politicizzato, che sposa la religione dell'oppressione per eccellenza, da oppresso si è fatto a sua volta oppressore in nome di un più alto disegno che sembra essere tutto fuorchè divino.
Leggi la prima parte: L'eredità pre-islamica e l'incontro con lo sciismo
Leggi la seconda parte: Martiri, santi e uomini col turbante
Leggi la quarta parte: Come uscire da una rivoluzione islamica? Nuovi intellettuali e vecchie domande