EU Special Focus - La Scuola nel Vecchio Continente

Giovedì 18 Agosto 2011 00:00 Federica Casarsa World - Attualità
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Prosegue il viaggio di Fusiorari attraverso i numeri dell'Unione Europea a 27 Paesi. La seconda tappa riguarda la Scuola, i suoi numeri principali, le curiosità, le linee di tendenza e le prospettive. Difficoltà nell'apprendimento e abbandono scolastico sono due dei problemi più pressanti. Infine: studiare paga..

 

 

 

QUALCHE NUMERO E UN PROGETTO DI SVILUPPO- Secondo le ultime statistiche fornite dall'Eurostat, nel 2007 la spesa pubblica destinata alla scuola nell'Unione Europea ammontava al 4,96% del PIL, in lieve diminuzione rispetto al 2006, quando invece era di 5,04%. La Danimarca è il Paese europeo che destina più fondi pubblici all'istruzione, per un totale di 7,83% del PIL, seguita a breve distanza da Cipro, Svezia e Belgio che superano il 6%. I meno generosi risultano invece Lussemburgo (per cui però mancano i dati relativi all'istruzione universitaria) e Slovacchia, che si mantengono intorno al 3%. L'Italia si colloca appena sotto la media europea, con un 4,29% del PIL.   
Ma qual è la direzione che stanno assumendo le politiche europee per la scuola e, soprattutto, quali sono i punti deboli comuni ai sistemi scolastici dei 27 Paesi che le strategie europee intendono superare?
Nel 2003 il Consiglio Europeo adottò un quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell'istruzione e della formazione, lanciato sotto l'egida della strategia di Lisbona e poi aggiornato nel 2009. Il quadro si proponeva in sostanza di raggiungere entro il 2010 cinque obiettivi: percentuale di abbandono scolastico inferiore al 10%, diminuzione al 20% dei bambini con difficoltà d'apprendimento nella lettura, 85% dei ragazzi che portano a termine l'istruzione secondaria superiore (le scuole superiori in Italia), crescita di almeno 15% rispetto al 2000 dei laureati in ambito matematico, scientifico e tecnico; infine, 12,5% della popolazione adulta che partecipa a programmi di formazione permanente.    
Ebbene, com'è attualmente la situazione?

ABBANDONO SCOLASTICO - Per quanto riguarda il fronte dell'abbandono scolastico, gli ultimi dati messi a disposizione dalla Commissione Europea hanno rivelato come nel 2009, dunque alle soglie della prima deadline fissata nel 2003, la percentuale europea era ancora ferma al 14,4%, quindi ben superiore alla meta del 10%. Nonostante ciò nella maggior parte degli Stati sono stati registrati significativi progressi, con picchi in Danimarca e Lituania, che già oggi hanno raggiunto e superato il 10%; si aggirano intorno al 5% Repubblica Ceca, Polonia, Slovenia e Slovacchia, mentre l’Austria si mantiene a quota 8,7%. Al contrario la Spagna non solo non ha ridotto il numero di ragazzi che lasciano prematuramente la scuola, ma continua anche a presentare una percentuale superiore al 31%, che eccede dunque vistosamente l'obiettivo comunitario. Pesante è il fenomeno dell’abbandono scolastico anche a Malta e in Portogallo, dove supera il 30%. Più contenuta, anche se ben lontana dall’obiettivo comunitario, la percentuale italiana, fissa al 19,2%. Il fenomeno dell’abbandono scolastico è più diffuso tra i maschi che tra le femmine, a eccezione di alcuni Paesi come Bulgaria, Austria e Romania.

DIFFICOLTA’ DI APPRENDIMENTO - Basati sulle valutazioni PISA (Programme for International Student Assessment), le statistiche della Commissione Europea hanno altresì segnalato che nel 2009 la percentuale di bambini con difficoltà nella lettura era del 20%, ben lontana sia dall'obiettivo fissato per il 2010 (17% rispetto al 21,3% fatto registrare nel 2000) sia da quello rivisto nel 2009 e abbassato al 15% per il 2020. Gli europei più inclini alla lettura sono risultati i finlandesi, tra i quali solo l'8,1% dimostra di avere dei deficit, seguiti da estoni e olandesi, che invece si mantengono al di sotto del 15%. I progressi maggiori tra il 2000 e il 2009 sono invece stati fatti da Lettonia, Polonia e Portogallo, mentre bulgari e romeni mantengono una percentuale di ragazzi in difficoltà che si aggira intorno al 40%. I giovani italiani che faticano nella lettura sono leggermente superiori alla media europea, ma il trend è in calo, seppur leggerissimo.
Le femmine, con 13,3% di soggetti in difficoltà, risultano molto più portate per la lettura dei colleghi maschi, tra i quali invece ben il 25,9% consegue scarsi risultati (i dati sono relativi all’Unione Europea a 25 Paesi, dunque escludono Bulgaria e Romania).
In matematica i ragazzi europei si prendono una piccola rivincita, infatti solo il 21% di loro suda su algebra e goniometria, contro il 23,5% delle femmine, mentre la media dell’Ue a 25 Paesi si attesta al 22,2%. Bulgaria e Romania ribadiscono tra i numeri le difficoltà che manifestano anche nelle lettere, invece la Finlandia si aggiudica la più bassa percentuale di studenti che non digeriscono la matematica. Gli studenti italiani con qualche lacuna sono superiori alla media europea (24,9%), e separati dalle ben lontane Bulgaria e Romania soltanto dalla Grecia (30,3%).
Nelle scienze la percentuale europea di ragazzi che consegue scarsi risultati è del 17,7%, abbondantemente superata ancora una volta da Bulgaria e Romania, mentre i ragazzi (18,6%) sembrano più in difficoltà delle colleghe femmine (16,8%) .
I dati preoccupanti registrati dalla Romania fino al 2009 hanno fatto da preludio alla disfatta dei giovani studenti romeni alla maturità di quest’anno, quando solo il 40% dei diplomandi ha superato l’esame. La pubblicazione dei risultati ha permesso di rilevare una situazione disastrosa, dove alle oggettive difficoltà degli studenti si accompagna l’inadeguatezza delle risposte messe a disposizione dal sistema, a cominciare dagli insegnanti di sostegno, sempre più scarsi. Il Ministro dell’Istruzione romeno ha spiegato il flop con le severe misure di sicurezza adottate nelle aule per impedire agli studenti di copiare o di ricevere aiuti da commissari corrotti, mentre il sindacato degli insegnanti, “Spiru Haret”, ha imputato il fallimento alla diminuzione della spesa pubblica per l’istruzione, passata dal 4,25% del Pil nel 2007 al 2,7% nel 2011, e alla scarsità degli stipendi degli insegnanti. Indice puntato poi, come sempre accade, sulla demotivazione e sulla mancanza di spirito di sacrificio e voglia di apprendere delle nuove generazioni “Google”. Staremo a vedere quanto la classe politica romena si dimostrerà migliore dei propri vituperati giovani e come tenterà di risolvere il problema.

GIOVANI EUROPEI PIÙ ISTRUITI- Inferiori alle aspettative, ma complessivamente incoraggianti sono stati anche i risultati raggiunti nel campo dell'aumento della percentuale di ragazzi che completano almeno l'istruzione secondaria superiore. Se la quota comunitaria rimaneva al 78,6% nel 2009, Spagna e Lussemburgo risultavano non solo molto distanti dall'obiettivo 85%, ma facevano anche registrare una diminuzione di giovani diplomati; Portogallo e Malta realizzavano invece i progressi più importanti, anche se ancora molto lontani dal benchmark comunitario. I ragazzi più studiosi risultavano risiedere in Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Slovenia. Relegati alle retrovie, invece, i giovani italiani.
Scorrendo i dati Eurostat contenuti nell’ultimo rapporto sui progressi compiuti nell’ambito degli obiettivi fissati dalla Commissione Europea, si apprende che la percentuale di adulti europei tra i 20 e i 64 anni che hanno raggiunto un elevato livello di istruzione rimane molto bassa, appena inferiore al 25%, seppur in significativo aumento rispetto al 20,9% registrato nel 2004. Un dato che preoccupa se si considera che nel 2008 l’Australia era a quota 36%, il Canada a 49%, il Giappone a 43%, la Nuova Zelanda a 40%, la Russia a 54% e gli Stati Uniti a 41%. I cittadini europei più istruiti sono quelli irlandesi, che sfiorano il 35% della popolazione adulta, mentre i meno qualificati risultano in ordine crescente i cechi, i portoghesi, gli italiani, i maltesi e i romeni, tra i quali la percentuale degli istruiti ad alto livello rimane al di sotto del 15%. Un dato, quello italiano, che lascia più di qualche punto interrogativo, visto che l’allarme disoccupazione per i giovani ad alto livello di istruzione sembrerebbe dovuto a un surplus di laureati. La realtà è che in Italia i più ampi bacini di occupazione sono concentrati nelle aree del lavoro non qualificato, sia manuale sia non manuale: non si tratta allora di un problema di sovrabbondanza di laureati, bensì di scarsità di domanda di lavoro qualificato,  dunque tendenzialmente più moderno e tecnologicamente avanzato.
Tornando alle medie europee degli adulti tra i 20 e i 64 anni, la sfida dei generi è nettamente vinta dalle donne, tra le quali coloro che hanno conseguito la laurea sono il 26,7%, contro il 22,4% della popolazione maschile.

PIÙ ISTRUZIONE PER GLI ADULTI E PIÙ MATEMATICA PER TUTTI- Le statistiche segnalano poi un notevole successo delle politiche volte a far aumentare il numero dei laureati in materie scientifiche e matematiche: la media europea registrata nel 2007 rivela che l’obiettivo comunitario dell’incremento pari al 15%, che avrebbe dovuto portare il numero di matematici o scienziati all’1,26% dei giovani tra i 20 e i 29 anni, è stato abbondantemente raggiunto e superato. In Repubblica Ceca, Polonia, Portogallo e Slovacchia i laureati in matematica e scienze sono più che raddoppiati dal 2000, mentre Cipro, Ungheria e Malta sono ancora molto distanti dal traguardo. L’Italia è appena al di sotto della quota 1,26%, ma ha compiuto significativi passi avanti.
Ancora molto difficile risulta invece inserire gli adulti in programmi di formazione permanente: l’obiettivo 12,5%, poi innalzato al 15% per il 2020, non è stato nemmeno sfiorato e l’Unione Europea, secondo i dati della Commissione aggiornati al 2009, si colloca su un valore pari al 9,3%. E se per gli altri benchmark si segnavano almeno dei trend ascendenti, su ultimo punto invertire la rotta sembra molto difficile. Alcuni Paesi hanno fatto registrare importanti progressi nel corso della prima metà del decennio, ma poi la performance ha preso a declinare. Sono gli Stati del Nord Europa, in particolare Danimarca, Svezia, Finlandia e Gran Bretagna, che, mantenendosi al di sopra del 20%, hanno realizzato le migliori prestazioni. Le percentuali più basse di partecipazione, non distanti dallo 0, sono quelle di Bulgaria, Romania e Grecia, dove però il trend pare in ascesa. Preoccupante è la situazione di Stati come Slovacchia, Ungheria, Lettonia, Portogallo, Italia, Francia e Belgio, che non solo rimangono ben distanti dal benchmark comunitario, ma in cui la partecipazione degli adulti a programmi di formazione è addirittura in calo.

SCUOLA E MONDO DEL LAVORO - Il mondo del lavoro europeo premia di più chi è in possesso di titoli di studio più elevati: gli ultimi dati Eurostat segnalano infatti che, nella popolazione adulta compresa tra i 20 e i 64 anni, è impiegato solo il 53% di coloro che non hanno superato un livello di istruzione secondario inferiore (le medie in Italia), il 70,4% di coloro che sono in possesso di un titolo di studio secondario superiore, ben l'82,1% fra quanti hanno portato a compimento il proprio percorso scolastico con la laurea. E per i più qualificati la percentuale sale addirittura in Svezia (87,8%), Slovenia e Danimarca (86,7%) e Germania (86,6%). L'Italia registra invece il triste primato dello Stato dell'Unione in cui più bassa è la quota di laureati che hanno trovato un impiego, ferma a 74,9% e superiore soltanto a Paesi come la Turchia e la Macedonia. Ancora più difficile è la ricerca del lavoro per coloro che hanno titoli di studio più modesti, infatti in Italia solo il 50% di quanti non hanno conseguito il diploma e il 66,9% di quanti invece hanno terminato le superiori risultano attualmente impiegati. Combinando questi dati a quelli dell'abbandono scolastico, si può facilmente constatare come i Paesi in cui più alte sono le percentuali di ragazzi tra i 15 e i 19 anni che non studiano né lavorano sono, in ordine crescente, Irlanda, Malta, Italia, Spagna e Bulgaria, tutti al di sopra del 10%, laddove la media europea è contenuta tra il 5 e l'8%, mentre ben nove Paesi dell'Ue si mantengono sotto il 5%.

SCUOLA E LINGUE- Quale rapporto hanno gli studenti europei con lo studio delle lingue e la mobilità internazionale?
Il più recente rapporto Eurostat sullo stato dell'istruzione nell'Unione Europea afferma che nel 2008 in ben 8 Paesi si imparavano una media di due o più lingue per studente (Francia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Estonia e Romania), in 6 una media compresa tra 1,5 e 1,9, e in 7 tra 1,1 e 1,4. I più pigri nelle lingue, per ovvie ragioni pratiche, sono gli studenti britannici, a cui è sufficiente impararne una sola.
Passando ai dati sulla qualità, i giovani tra i 25 e i 34 anni hanno un livello di padronanza della lingua straniera più conosciuta superiore sia agli adulti tra i 35 e 54 anni, sia a quelli tra i 55 e i 64, a eccezione della Lettonia, dove la generazione dai 35 ai 54 parla la lingua meglio dei giovani. Svedesi, sloveni e lituani sembrano essere i più preparati, con livelli di conoscenza che si aggirano tra l'80% e il 90%. Italiani ignoranti nelle lingue? Le statistiche confermano questo cliché, ma, dobbiamo dirlo, britannici, ungheresi, francesi e bulgari ci battono, mantenendosi a un livello inferiore al 30% di padronanza dell'idioma straniero meglio conosciuto.
E quale metodo migliore per imparare una lingua se non quello di andare a studiare all'estero? Tra il 2008 e il 2009 159.750 studenti europei hanno partecipato al programma Erasmus, la maggior parte dei quali provenienti da Spagna (più di 24 mila), Francia e Germania (più di 23 mila) e Italia (17.754), mentre le mete più ambite sono risultate Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. I giovani che invece hanno scelto di iscriversi all'Università all'estero sono il 2,8% dell'intera popolazione studentesca europea, con punte di 80% in Lussemburgo e del 58% a Cipro. E l'Unione Europea è anche la scelta di molti studenti extracomunitari. Nel 2008 il 67% degli studenti dei 27 Paesi con una cittadinanza straniera provenivano da Stati esterni all'Unione: l'8% da Paesi europei non facenti parte dell'Ue, il 2% dagli Stati Uniti e il 57% dal resto del mondo.
Gli States invece, patria di alcuni di quelli che sono considerati i migliori atenei al mondo, risultano un ricevente netto di studenti europei. Secondo la classifica dei migliori atenei del 2010 pubblicata dall'illustre rivista britannica “Times Higher Education”, sulle 200 Università che compongono l'olimpo della scienza mondiale ben 72 si trovano negli Stati Uniti, che occupano saldamente le prime cinque posizioni con Harvard, il Californian Institute of Technology, il Massachussets Institute of Tecnology, Stanford e Princeton. Gli indicatori utilizzati sono qualità della ricerca dei dipartimenti, qualità della didattica, stimoli creati e retribuzione del corpo docente. Prime tra le europee le britanniche Oxford e Cambridge, seste a pari merito. L'Unione Europea vede inseriti nel ranking ben 89 dei propri atenei, di cui 26 solo del Regno Unito, 10 della piccola Olanda e 14 della Germania; nessun posto per le Università italiane.

Un bel segnale, questo: uniti possiamo fare la differenza.

Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Agosto 2011 19:50

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