
Se si osserva la cartina della composizione etnico-religiosa della popolazione iraniana è difficile capire come una popolazione così apparentemente divisa al proprio interno possa essere giunta a considerarsi un unico grande popolo, che percepisce se stesso come qualche cosa di separato e superiore rispetto al resto del mondo, soprattutto rispetto a quel mondo arabo nel quale è incastonato e dal quale si sente ciclicamente minacciato.
Malgrado la fragilità delle frontiere iraniane, che ha permesso il ciclico ripetersi di invasioni o semplicemente migrazioni che si sono poi trasformate in insediamenti stabili, il nucleo originario del Paese non è mai stato intaccato; quei popoli Indoiranici che attorno all'XVIII secolo a.C. hanno percorso le steppe dell'Asia Centrale per fermarsi stabilmente nel centro dell'altopiano iranico di Fars, hanno piantato i semi della cultura persiana, che nessun invasore - fosse esso mongolo, turco, greco - è riuscito ad estirpare. Menzione a parte merita l'incontro con il mondo arabo islamico durante gli anni della grande espansione musulmana; l'Iran ha sì assorbito il messaggio islamico, ma solo per coniugarlo al proprio interno in modo da dare vita a un nuovo impero che riunisse in sè le due componenti fondamentali che tutt'oggi scolpiscono l'identità iraniana: la gloria dell'antica Persia, con tutto il carico di arte, bellezza e cultura che questa ha saputo donare al mondo, e la componente islamica, declinata nella sua variante che meglio si addice a un popolo che ha resistito a invasioni e devastazioni, attendendo nell'oppressione il riscatto che da sempre sente di meritare, ovvero lo sciismo.
UNITÀ NELLA DIVERSITÀ - Chi sono dunque gli iraniani? Il nucleo centrale è rappresentato da quel popolo di origine indoeuropea, gli Ariani, che dopo aver percorso le steppe dell'Asia Centrale si è fermato sull'altopiano di Fars, dando inizio all'epopea persiana di quella "terra degli Ariani" (Eranshahr) che da loro avrebbe preso il nome Iran. I Persiani oggi rappresentano circa il 51% della popolazione, quasi tutti di lingua Farsi e di religione musulmana sciita. Ma il Paese ospita al suo interno altre popolazioni. I 12 milioni di Azeri che parlano una lingua turca anzichè Farsi e i 6 milioni di Curdi, il cui forte senso di nazionalismo ha messo più volte in difficoltà il governo iraniano nel corso della storia. Le numerose tribù nomadi: i Baluci nell'Iran sud-orientale, che mirano a ricongiungersi con i propri fratelli in quello che una volta era il Balucistan storico e che oggi è diviso tra Iran, Pakistan e Afghanistan; i Lurs e i Bakhtiari rispettivamente nel centro e a sud dei Monti Zagros; i Turkmeni, lungo il confine con il Turkmenistan, che parlano un dialetto turco e professano la religione musulmana sunnita; o ancora i Qashqai nell'Iran centrale, che parlano un dialetto turco e sono essenzialmente indifferenti all'elemento religioso. Altrettanto importante è la presenza araba dei cosiddetti "arabi delle paludi" che vivono nella provincia sud-occidentale del Khuzestan, nella vasta palude attorno allo Shatt al-Arab, lungo il confine con l'Iraq; o ancora Gilaki e Mazandarani, lungo la pianura costiera a sud del Mar Caspio. A completare il quadro dell'estrema frammentazione etnica e linguistica, interviene l'elemento religioso. Se il 98% della popolazione è di religione musulmana, 89% sciita e 9% sunnita, vi è un 2% di iraniani che continua a professare le religioni dell'Iran pre-islamico, tra cui Zoroastrismo, Ebraismo e Cristianesimo - nelle sue varianti della chiesa ortodossa assira, protestante ed armena – o ancora di fede bahaista, un ramo dell'Islam scaturito nel XIX secolo.
L'INFLUENZA DELLO ZOROASTRISMO - Paradossalmente, da questo variegato insieme di lingue, etnie e religioni, il popolo iraniano ha saputo sviluppare un forte senso identitario che traccia le proprie origini nella Persia achemenide di Ciro il Grande. Inevitabilmente, le gesta di Ciro si fondono con gli insegnamenti di Zoroastro, un profeta nato tra il X e il VII sec. a.C. nelle regioni azere dell'odierno Iran, che, dopo aver ricevuto la rivelazione divina, ha attraversato l'altopiano iraniano per diffondere il verbo di Ahura Mazda. Il dio degli zoroastriani è un dio di giustizia, che assegna al genere umano un codice morale di comportamento, che se adeguatamente seguito permetterà il raggiungimento dell'ideale della giustizia sociale, oltre che la salvezza nel giorno del giudizio universale. Di conseguenza, lo Zoroastrismo porta con sè un enorme contenuto sociale: la religione non attiene solamente al mondo spirituale, ma assume un forte profilo politico. Ciò diventerà particolarmente evidente con il matrimonio tra Zoroastrismo e dinastie persiane; sebbene non si caratterizzerà mai come religione di stato, lo Zoroastrismo modellerà infatti la forma mentis dei sovrani persiani. Ciro per primo assumerà il ruolo del "giusto sovrano", colui che merita la fedeltà dei propri sudditi proprio in virtù del farr, il segno del favore divino, che spetta a chi si mantiene nella luce e rifugge il male e le tenebre. Dall'influenza zoroastriana, la cultura iraniana ha ereditato inoltre una profonda affezione per il concetto di giustizia, nel senso di mantenimento dell'equilibrio e dell'armonia in un mondo spesso minacciato dalle forze del caos e del disordine universale. L'avvento della dinastia Sasanide (226-651 d.C.) darà vita al secondo grande impero persiano. Riappropriandosi dello Zoroastrismo al fine di legittimare il proprio dominio politico, gli shah-in-shah sasanidi cristallizzeranno un ordine politico-sociale fondato sull'alleanza tra re e magi di corte; un'alleanza dettata non tanto dall'esigenza di unire le forze nella perpetua battaglia tra le forze del male e le forze del bene, quanto dalla mutua esigenza di tutelare la propria posizione e perpetuare la stabilità di governo. Tuttavia, come i Sasanidi giustamente temevano, nessun regno, per quanto potente e glorioso, è destinato a durare in eterno.
LA CONQUISTA ARABA - Tra il 637 e il 651 d.C. gli Arabi portarono a termine la conquista della Persia sasanide. La conquista militare andava di pari passo con lo sfregio culturale; a Ctesifonte, gli Arabi sottrassero il preziosissimo tappeto "Primavera di Khosrow", autentico capolavoro dell'artigianato tessile persiano, per portarlo a Mecca dove sarebbe stato tagliato a pezzi e rivenduto in modo da ricavarne il massimo guadagno possibile. A Persepoli, il precetto islamico che vieta la rappresentazione di divinità trovò applicazione nella distruzione dei tori alati che aprivano l'accesso alla sala del trono imperiale. Nonostante la resistenza persiana, nel 651 la conquista islamica della Persia era completata. A differenza delle precedenti ondate di conquista che avevano riguardato il territorio persiano, quella araba veniva per restare. Tuttavia, la sottomissione della Persia ai costumi di quel popolo arabo che i Persiani, fieri della propria storia e della propria millenaria cultura, percepivano come un popolo di rozzi e ignoranti, non sarà mai una sottomissione totale. La lingua Farsi verrà contaminata con la lingua araba, ma sotto le ceneri della conquista islamica lo spirito dell'Iran Achemenide e Sasanide non cesserà mai di diffondere la propria aura di superiorità e attrattività. Proprio questo senso di orgoglio nazionale farà sì che i Persiani non si allineeranno mai a quell'affermazione araba secondo la quale tutto ciò che è stato prima dell'Islam, è stato pura "ignoranza". Al contrario, dopo la conquista islamica, la Persia non rigetterà il proprio glorioso passato pre-islamico, bensì lo arricchirà di un'ulteriore componente identitaria, quella islamica per l'appunto, per formare un'entità unica nel panorama mediorientale, un concentrato di storia, cultura e tradizioni che riconcilia in sè l'età pre-islamica e islamica, così come magistralmente narrato dal grande poeta iraniano Ferdowsi nel suo Shahnameh, il Libro dei Re.
L'INCONTRO CON LO SCIISMO - Passando attraverso il dominio turco selgiuchide e ghaznavide, e il dominio mongolo dei Khan e dei Timuridi, la Persia si presentò puntuale all'appuntamento con il proprio destino, incarnato in un giovane imperatore-bambino di bertolucciana memoria che, salito al potere nel 1501 grazie alle conquiste della classe guerriera dei turchi qizilbash, fece dell'antico ordine sufi safavide il nuovo araldo dello sciismo in terra persiana. L'Iran sciita safavide trovò subito un contraltare per la propria identità in quell'impero ottomano sunnita che si estendeva pericolosamente a occidente dell'Eranshahr e che indusse Ismail a spostare la capitale dell'impero da Tabriz a Isfahan. Ma l'impero safavide avrebbe raggiunto il proprio apogeo solamente con il regno di Abbas I, il quale arriverà ad esercitare un potere ed un'influenza tale da essere riconosciuto come "ombra di Dio sulla terra". Esattamente come i Sasanidi si erano serviti dello Zoroastrismo per legittimare il proprio dominio politico, lo shah Abbas I fece appello all'unico elemento che univa la sempre più frammentata popolazione dell'impero: lo sciismo. Unendo nella propria figura l'antica legittimazione a governare data dal possesso del farr e la "nuova" giustificazione fornita dal proprio ruolo di vicario degli Imam, Abbas I seppe ricondurre a unità quell'impero minacciato all'esterno dai sunniti ottomani e uzbeki e all'interno dalle faide intestine tra i qizilbash. Facendo sfoggio di grandi abilità diplomatiche, egli seppe ritagliare per la Persia quel ruolo di ponte tra Oriente ed Occidente che la poneva al centro tanto delle rotte commerciali quanto di quelle diplomatiche. La morte di Abbas I, avvenuta nel 1628, segnò l'inizio della fine della dinastia safavide, e, con essa, l'inizio di un periodo di incontro-scontro con l'Europa. Quello stesso incontro-scontro destinato ad innescare quel processo di riflessione intellettuale che negli anni successivi alla seconda guerra mondiale avrebbe portato alla nascita di quel discorso islamista destinato a fare da base ideologica per l'edificazione della Repubblica Islamica.
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Leggi la terza parte: L'edificazione della Repubblica Islamica tra tradizione e reinvenzione
Leggi la quarta parte: Come uscire da una rivoluzione islamica? Nuovi intellettuali e vecchie domande