Siria, una transizione difficile

Giovedì 04 Agosto 2011 14:09 Matteo Zaupa World - Attualità
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Domenica le forze di sicurezza siriane hanno scatenato una violenta repressione contro la città di Hama. Nonostante le dichiarazioni del presidente Bashar al-Assad, che si è detto disponibile ad ascoltare gli oppositori e pronto ad attuare delle riforme, il regime ha dimostrato di voler soffocare ogni forma di dissenso nel sangue. La reazione sdegnata della comunità internazionale non si è fatta attendere, ma un intervento diretto sembra escluso. Gli oppositori siriani non si arrendono, ma alcune importanti città come Damasco e Aleppo non sembrano aderire pienamente alla causa della rivoluzione. E’ infatti diffusa nel paese la convinzione che l’unica alternativa al regime sarebbe il caos.


LA
REPRESSIONE AD HAMA - L’inizio del mese di Ramadan in Siria è stato segnato da una drammatica escalation di violenze. L’esercito, vicino al presidente Assad, ha infatti scatenato domenica una violenta repressione contro gli oppositori del regime. Le forze di sicurezza siriane hanno sferrato un pesante attacco contro la città di Hama che da tre giorni si trova sotto il fuoco di carri armati e artiglieria pesante. Video e testimonianze parlano di una feroce repressione e di bombardamenti indiscriminati contro la popolazione. Gli ospedali non riuscirebbero più a contenere i feriti mentre corpi senza vita vengono abbandonati lungo le strade. I cittadini inermi erigono barricate mentre i soldati sparano con le mitragliatrici sulla folla. I morti sarebbero quasi 150, ma di ora in ora il bilancio si aggrava. Anche le città di Deir el-Zour e di Harak sarebbero sotto attacco delle truppe governative.

BASHAR AL-ASSAD - Hama è divenuta la città simbolo dell’opposizione alla famiglia degli Assad e della lotta contro il regime. Qui, nel 1982, una rivolta contro l'allora presidente Hafez al-Assad, venne stroncata con l’aiuto dell’aviazione provocando la morte di circa 20 mila abitanti.
Alla morte di Hafez, nel 2000, è salito al potere il figlio Bashar al-Assad. In lui il popolo siriano aveva riposto grandi aspettative auspicando una svolta libertaria e una democratizzazione del paese. Bashar ha però disatteso le speranze del suo popolo. Nonostante l’educazione occidentale e le promesse di riforme del nuovo presidente, la dittatura degli Assad è proseguita senza incorrere in particolari cambiamenti. Questa volta, per soffocare la protesta degli abitanti di Hama, Bashar è ricorso ai carri armati e all’esercito, su cui può contare più di quanto potesse fare il padre. La città, che conta 800.000 abitanti ed è situata a 210 chilometri a nord di Damasco, era cinta d’assedio dalle forze di sicurezza da ormai un mese ed era da poco stata visitata dall'ambasciatore americano Robert Ford che aveva espresso solidarietà.

IL PUGNO DI FERRO DEL REGIME - La data dell’inizio della repressione, il giorno che precede l’inizio del Ramadan, non è stata casuale. L’opposizione al regime aveva infatti dichiarato di voler intensificare le manifestazioni di protesta in occasione del mese di digiuno, quando sono molte di più le persone che si riuniscono per i momenti di preghiera. Il presidente ha mostrato il pugno di ferro soffocando nel sangue ogni possibile dissenso.
Una strategia, quella della repressione armata, seguita sin dalle prime ore della rivoluzione.  Secondo le organizzazioni per i diritti umani attive nel paese, da febbraio sarebbero più di 1.300 i ribelli e i manifestanti rimasti uccisi negli scontri. Non si contano i feriti, le persone di cui non si ha più notizia e i cittadini arrestati e torturati dal regime. Il clan degli Assad, appartenente alla minoranza alawita, lotta con tutte le sue forze per mantenere il potere. In Siria gli Alawiti rappresentano meno del 10% della popolazione mentre il 70% sarebbe sunnita.

LE REAZIONI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE - Con l’aggravarsi della situazione, le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. La Farnesina ha deciso di richiamare per consultazioni l'ambasciatore italiano a Damasco, per «dare un forte segnale di riprovazione per le inaccettabili repressioni operate dal regime siriano». Contemporaneamente sono stati bloccati i programmi di cooperazione con il governo siriano. Il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, nel corso di una informativa urgente del governo alla Camera dei Deputati sulla crisi siriana, ha affermato che “la leadership siriana di Bashar Assad ha dimostrato la sua incapacità nel gestire la situazione nel Paese e avviare le riforme chieste dalla popolazione e dalla comunità internazionale”. L’Unione Europea ha deciso ieri di imporre ulteriori sanzioni contro il regime di Damasco: vengono congelati i beni e bloccati i visti a cinque persone appartenenti al regime. L'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Catherine Ashton ha affermato che “l’Unione Europea continua a monitorare da vicino la situazione in Siria” e se le violenze dovessero continuare “le misure restrittive saranno estese”.

ESCLUSO UN INTERVENTO ARMATO - Non sembra tuttavia che l’occidente, e in particolare la NATO, siano intenzionati a seguire la strada dell’intervento armato.  “Non ci sono le condizioni” per un intervento della NATO in Siria, ha dichiarato il segretario generale dell'Alleanza atlantica, Fogh Rasmussen: “se in Libia conduciamo un'operazione basata su un mandato chiaro dell' ONU e abbiamo il sostegno dei Paesi della regione, queste due condizioni mancano in Siria”.
Si è invece conclusa con un nulla di fatto la riunione a porte chiuse del Consiglio di sicurezza ONU dedicata alla crisi nel paese. Se da un lato Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo, sostenuti dagli Stati Uniti, hanno fatto pressioni per l'adozione di una risoluzione che condanni il regime, dall’altro Russia e Cina minacciano di opporre il loro veto sostenuti da Brasile, India e Sudafrica. Sembra quindi più probabile l’adozione di una semplice dichiarazione non costrittiva.

LA FORZA DEL REGIME - La crisi non sembra prossima ad una soluzione. L’opposizione, vicina ai Fratelli Musulmani, appare disunita. Secondo diversi analisti il presidente avrebbe perso credibilità, ma non il controllo del paese e dell’esercito i cui vertici fanno parte del clan Alawita. Inoltre diverse città continuano a sostenere il presidente. A Damasco e ad Aleppo il consenso è ancora forte e molti cittadini non hanno aderito alla rivolta. 
Essi considerano il regime come l’unica garanzia per l’integrità, la laicità e la stabilità del paese. Temono che l’unica alternativa alla dittatura di Bashar al-Assad sia il caos. Credono che, se questo crollasse, si andrebbe incontro ad una deriva islamista del paese o, peggio, ad una guerra civile simile a quella libanese se non all’aggressione di uno dei paesi vicini.
Nel breve periodo quindi il regime non rischierebbe di cadere, non tanto per il sostegno del suo popolo quanto per il timore di conseguenze peggiori.
Soltanto due fattori potrebbero modificare la situazione e accelerare la caduta di Assad: una condanna unanime dei Paesi della regione ( in particolare di Turchia, Iran e dei paesi arabi vicini ) e l’adesione alla rivolta di una gran parte della popolazione o almeno la completa adesione delle città più importanti come Aleppo e Damasco.

Ultimo aggiornamento Giovedì 04 Agosto 2011 18:18

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