La ribellione delle donne musulmane

Mercoledì 18 Maggio 2011 20:32 Alessandra Boga World - Attualità
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La sottomissione delle donne musulmane è un argomento di cui molto si parla, molto si scrive. Una condizione di inferiorità imposta che può assumere molte forme, così come molti sono i modi in cui donne diverse in paesi diversi si battono per lo stesso obiettivo: la libertà

LA POETESSA - Ayat Al-Ghermezi, 20 anni, poetessa, è stata violentata e uccisa dalle forze governative del Bahrein, dopo essere scesa in Piazza della Perla per manifestare contro il regime di Khalifa ibn Salman Al Khalifa, che dura da 40 anni. La sua colpa? Aver scritto poesie sul suo blog, per esprimere le proprie idee. Le proteste popolari sono iniziate il 14 febbraio e, da quando Ayat vi ha partecipato, la polizia non ha più dato pace a lei ed alla sua famiglia. Persino quando ha denunciato le minacce e gli insulti subiti, coloro che dovrebbero garantire la giustizia, hanno rincarato la dose di ingiurie. Dopo aver effettuato un vero e proprio blitz in casa della ragazza, hanno costretto i suoi congiunti, sotto la minaccia di distruggere l’abitazione, a dire dove si trovasse. Ayat è stata arrestata e da allora si sono perse le sue tracce. Tempo dopo, una telefonata anonima ha fatto sapere agli Al-Ghermezi che la giovane si trovava in coma in un ospedale militare. Esami medici hanno appurato che prima era stata violentata più volte. Una storia di ordinaria violenza nel mondo arabo in subbuglio, in cui anche le donne pagano, spesso per il solo fatto di essere ciò che sono.

 

LA MODELLA E ATTRICE - La battaglia di Sila Sahin, 25 anni, attrice e modella tedesca di origini turche, è invece diretta tout court all’emancipazione delle donne musulmane. Come strumento ha consapevolmente  scelto di utilizzare il proprio corpo, posando senza veli sulla rivista più maschile che ci sia: “Playboy”. Ha così spiegato le sue ragioni: “Per troppo tempo ho cercato sempre di fare la cosa giusta”, ha affermato. “Ora voglio che queste foto vengano viste da tutte le giovani donne turche, perché capiscano che hanno il diritto di decidere della propria vita, di vestirsi come vogliono e di coltivare le amicizie che ritengono opportune” e ha definito la sua personale scelta “una liberazione dalle costrizioni subite durante l’infanzia.[…] Ho sviluppato un estremo bisogno di libertà. Devo fare tutto ciò che voglio, altrimenti potrei anche morire”. Come è facile immaginare, in famiglia non hanno gradito la sua ribellione: la madre non le parla più mentre il padre, attore come lei, è più comprensivo, ma si dice preoccupato della “reazione” della comunità turca e musulmana nel Paese. “Sarà ancora più difficile con i miei nonni, le zie e gli zii” ha scritto Sila sul sito della soap opera di successo della quale è protagonista. Ora ha un solo desiderio: poter tornare a casa.

LA “GIEFFINA” PAKISTANA -
Infine Veena Malik, attrice e modella, ha deciso, lei pakistana, di partecipare a “Big Boss”, il “Grande Fratello indiano. Ma non è così che Veena ha davvero rivendicato libertà per sé e per le altre donne come lei. Suo malgrado ha dovuto farlo più tardi, in una trasmissione televisiva, alla quale è stato permesso di intervenire ad un muftì , un giudice religioso islamico che, pur senza aver visto “Big Boss”, ha accusato la connazionale di aver diffamato il Pakistan e l’islam con la sua partecipazione al programma. “Nessuno può guardare le sue foto in presenza delle proprie figlie. Non credo che a suo figlio piacerà guardare le foto di sua madre, in futuro”, ha dichiarato l’uomo. Lei, che deve mantenere i fratelli più piccoli con il suo lavoro, ha ribattuto pronta: “Ci sono religiosi islamici che violentano i bambini a cui insegnano nelle moschee, e molto di più[..]Il Pakistan ha una cattiva fama nel mondo per altre ragioni, piuttosto che per Veena Malik”. La giovane se la prende anche con l’intervistatore: perché l’ha invitata per  permettere al muftì di attaccarla, ma non per parlare di ciò che fa per il suo Paese? (Veena è stata rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per due anni e copre le spese di un bambino all’ “SOS Children’s Village” un’organizzazione con base in Pakistan).
Ayat Al-Ghermezi, Sila Sahin, Veena Malik: tre esempi, tra i molti possibili, di donne coraggiose, che si ribellano. Che cercano di fare sentire la loro voce, talvolta con modalità discutibili: ma importa davvero se in gioco c'è la libertà?

Ultimo aggiornamento Domenica 22 Maggio 2011 12:56

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