Ospedali quasi privi di finanziamenti, cure inaccessibili per i più poveri, personale medico inadeguato e tanta sfiducia da parte della popolazione: parlare di diritto alla salute in Cina è ancora un'utopia. L'epidemia di Sars che ha colpito il mondo nel 2003, e che ha registrato proprio nel Paese della seta il più alto numero di vittime (349 tra novembre 2002 e luglio 2003, secondo le statistiche dell'OMS), ha contribuito a puntare l'attenzione mondiale sull'inefficienza di un sistema sanitario sventrato dalla selvaggia privatizzazione e dominato dall'ingiustizia. Da allora il governo cinese ha adottato una serie di importanti riforme, ma la strada verso l'efficienza e l'equità è ancora lunga.
BREVE STORIA DEL SISTEMA SANITARIO CINESE - Il periodo compreso tra il 1949 e il 1976, che ha visto l'instaurazione del comunismo cinese, ha portato nel 1951 al lancio del programma dei “medici scalzi”: migliaia di contadini (200.000 già nel 1957) hanno ricevuto una formazione medica generale affinché assicurassero un'assistenza sanitaria di base alla popolazione delle campagne. Dopo la morte di Mao Tse-tung avvenuta nel 1976, la crescita economica da una parte ha determinato l'aumento della speranza di vita, ma dall'altra ha aperto le porte al decentramento del prelievo fiscale, che ha promosso lo sviluppo delle regioni più ricche e relegato all'arretratezza quelle più povere, anche dal punto di vista dell'assistenza sanitaria. Non solo. Nelle campagne i “medici scalzi” sono stati progressivamente soppiantati da medici di villaggio che venivano pagati a prestazione, con i più umili sempre più esclusi dalla possibilità di accesso alle cure, anche quelle di base. Lungi dall'essere un sistema perfetto, quello dei “medici scalzi” aveva il pregio di garantire l'accessibilità alla sanità ai milioni di contadini residenti nelle aree rurali della Cina, quella grande massa di 900 milioni di persone che, fino all'inizio del nuovo millennio e alle prime riforme varate dal governo cinese, non beneficiava di assicurazione sanitaria.
LE FALLE DEL SISTEMA - L'epidemia di Sars del 2003 ha messo a nudo le debolezze del sistema sanitario cinese: la crescita economica e lo scriteriato processo di privatizzazione avvenuti tra gli anni Ottanta e Novanta hanno infatti generato numerosi problemi che hanno fatto crollare drasticamente la qualità del servizio e l'accessibilità alle cure per almeno 900 milioni di cinesi. Innanzitutto lo sviluppo economico ha determinato un netto miglioramento delle condizioni di vita e dunque della speranza di vita alla nascita, che le più recenti statistiche del WHO attestano a 72 anni per i maschi e a 76 per le femmine; a ciò si accompagna una ridotta incidenza del tasso di mortalità infantile, che, affiancata alla feroce politica del figlio unico, ha comportato un progressivo invecchiamento della popolazione. Questa situazione, globalmente positiva, ha però causato un aumento delle malattie croniche e collegate alla vecchiaia e al benessere, come l'ipertensione, le patologie cardiache e il diabete. Tali malattie richiedono delle cure molto più complesse, costose e ripetute nel tempo, dal momento che accompagnano la persona per tutta la vita. In sostanza, lo sviluppo e il benessere hanno i propri costi, e la Cina si è trovata di fronte al problema di adattare il proprio sistema sanitario all'aumento della complessità, della quantità e dei costi delle cure necessarie. Ed è proprio a questo livello che le politiche adottate dal governo cinese hanno fallito. Nel momento in cui l'intervento pubblico si rendeva infatti più necessario, la Cina ha cominciato ad adottare una politica mercatista che ha ridotto i finanziamenti governativi al settore sanitario, per cui i cittadini hanno dovuto cominciare a pagare di tasca propria l'assistenza di cui avevano bisogno. La conseguenza inevitabile di questi tagli è stata l'inaccessibilità alle cure, sempre più diffusa soprattutto nelle campagne, dove tradizionalmente risiede la popolazione più umile. Nel 2008 il centro HHRDC (Health Human Resources Development Center) del Ministero della Sanità Cinese ha svolto uno studio su 3340 famiglie rurali di varie regioni della Cina e ha rilevato che nel 46,5% dei casi alla prescrizione di ricovero non seguiva l'ospedalizzazione, mentre la percentuale saliva al 70% se si prendevano in considerazione solo le fasce più povere; un ulteriore 24,9% della popolazione testata si dimetteva dall'ospedale contro parere medico perché non era più in grado di sostenere le spese. L'imponente ridimensionamento della spesa pubblica ha messo in seria difficoltà anche gli ospedali, costretti ad autofinanziarsi e a far pagare le cure e i farmaci ai pazienti: questa pratica ha trasformato gli ospedali in veri e propri luoghi di compravendita e corruzione. Molti medici, comportandosi come spregiudicati commercianti, prescrivono farmaci costosi e inutili per incrementare il proprio stipendio, che è proporzionale all'ammontare del guadagno che hanno procurato all'ospedale. Elevatissima è anche l'insoddisfazione della popolazione nei confronti della classe medica, al punto da rendere assai frequenti le aggressioni fisiche dei dottori da parte dei familiari di pazienti.
CITTA' E CAMPAGNA - La ferrea logica di mercato, che ha trasformato la sanità in una giungla in cui evidentemente vale sempre la legge del più forte, ha accentuato l'endemica disparità tra le umili regioni rurali e le ricche province costiere e urbane: almeno fino al 2008 la Cina spendeva infatti l'80% delle risorse per la sanità nelle aree urbane, laddove il 60% della popolazione cinese risiede nelle campagne; il finanziamento governativo pro capite per la sanità ammontava a 73 yuan nelle aree urbane a fronte dei 14 yuan delle regioni rurali. Le statistiche realizzate appena due anni fa affermano che il 50% della popolazione urbana beneficiava della copertura assicurativa sanitaria, mentre la quasi totalità della popolazione rurale, e parliamo di almeno 910 milioni di persone, era senza assicurazione.
I LAVORATORI EMIGRANTI E I BAMBINI FANTASMA: DUE CATEGORIA SOMMERSE - Un altro spinoso problema riguarda i lavoratori migranti: le assicurazioni sanitarie sono infatti basate sulla residenza e questo taglia fuori ben 110 milioni di persone, spesso provenienti dalle campagne, che si sono spostate per motivi lavorativi. Una categoria fortemente discriminata è poi quella dei cosiddetti secondi figli illegali, creata dalla politica del figlio unico adottata in Cina per ridurre l'aumento di popolazione. Soprattutto nelle campagne le donne che riescono a portare a termine le gravidanze indesiderate tendono a nascondere i figli illegali non registrandoli all'anagrafe per timore delle pesanti sanzioni. D'altronde le autorità locali non hanno alcun interesse a combattere questo fenomeno perché trovano più conveniente che i dati registrati si adeguino agli obiettivi perseguiti dalla politica. Ne consegue che questi bambini, non avendo diritti, non possono accedere alle cure sanitarie e rischiano di morire per le più banali malattie.
LA STAGIONE DELLE RIFORME - Anche in seguito all'intensificarsi dell'apprensione globale per lo stato dei diritti umani e per le inefficienze del sistema sanitario cinese, nel 2003 il governo di Pechino ha iniziato a varare delle riforme. Innanzitutto si è cercato di ristabilire il CMS (Cooperative Medical System) che assicurava la copertura assicurativa al 90% della popolazione rurale prima della riforma economica del 1978 e che è stato progressivamente smantellato dal programma di privatizzazioni. Oggi circa l'80% della popolazione rurale è coperta dall'assicurazione sanitaria, tuttavia pare che il risultato della riforma sia stato un aumento delle visite e dei ricoveri, ma non un miglioramento dell'accessibilità ai servizi, perché le cure rimangono, almeno in parte, a carico del paziente. Nel 2003 è stato inoltre istituito il MAF (Medical Assistance Found): completamente finanziato dal governo, questo fondo punta a sostenere famiglie e individui i cui redditi sono al di sotto della soglia di povertà e mira a supportare il pagamento del premio assicurativo e a garantire il rimborso delle spese mediche catastrofiche. E' però soltanto nel 2009 che il Governo ha varato un vero e proprio programma di riforme, innervato dalla promessa di un investimento di 850 miliardi di yuan aggiuntivi per il periodo 2009-2011. Il programma si articola in un documento strategico, che detta le linee guida per garantire a tutti i cittadini un'assistenza sanitaria assicurativa che copra medicinali e prestazioni ospedaliere entro il 2020, e nel “Piano di implementazione per le priorità immediate nella riforma del sistema sanitario”, un vero e proprio piano di emergenza destinato a dispiegare i propri effetti nel biennio 2009-2011. Il piano, elaborato dal Ministero della Sanità di Pechino, si compone a sua volta di cinque punti: copertura universale del sistema assicurativo di base, creazione di un sistema di farmaci essenziali, potenziamento delle cure primarie soprattutto nelle aree rurali, riforma degli ospedali pubblici attraverso dei corretti protocolli di cure e un aumento dei finanziamenti, infine, potenziamento della medicina preventiva e della formazione sanitaria specialmente nelle campagne. Il Governo prevede inoltre di dare ai lavoratori migranti la possibilità di scegliere se registrarsi e farsi curare presso il villaggio di residenza oppure nella città dove lavorano. Stesso discorso dovrebbe valere anche per gli studenti universitari fuori sede.
QUALCHE CONSIDERAZIONE - Si tratta di un programma senza dubbio ambizioso, soprattutto perché rinnega totalmente il sistema attuale, avvelenato dalla logica di mercato e di profitto: molto spesso infatti le autorità locali sono giudicate non tanto in base alle iniziative adottate per migliorare il livello di vita dei cittadini, quanto piuttosto per il PIL prodotto. Insomma, il vero problema della Cina, quello su cui il governo è chiamato a effettuare una decisa inversione di rotta, è la mentalità, è il fatto che una società intera, dapprima comunista, si è poi ammalata della forma più acuta di capitalismo e la miscela delle due opposte tendenze ha investito e sventrato non solo il sistema sanitario, ma ogni forma di uguaglianza e garanzia dei diritti. E' su questo punto che la Cina deve lavorare. Il piano di riforme introdotto dal governo pare andare proprio in questa direzione, ma gli esperti nutrono ancora forti dubbi circa le modalità con le quali le autorità cinesi abbiano deciso di realizzare concretamente il cambiamento. I segnali positivi di certo non mancano. La Banca Mondiale stima infatti che al momento oltre tre cinesi su quattro abbiano un'assicurazione sanitaria, inoltre negli ultimi anni si è registrato un aumento di livello degli ospedali nelle zone rurali. Permane tuttavia il problema della formazione dei medici: l'OCSE ha evidenziato che metà dei dottori hanno soltanto un diploma di scuola superiore, mentre molti medici di campagna si fermano addirittura alla terza media. Le ingiustizie e l'avidità negli ospedali non sono state di certo estinte, tanto che il malcontento tra la popolazione è ancora alto. A settembre la Commissione per lo Sviluppo e la Riforma Nazionale ha annunciato infine che il governo incoraggerà i privati a investire nel settore della sanità attraverso una riduzione delle lungaggini burocratiche e degli ostacoli al flusso di capitali. L'intervento delle autorità è volto a promuovere un miglioramento del settore, infatti gli incentivi saranno maggiori quanto più le strutture offriranno servizi di alta qualità. Un'altra iniziativa di grande rilievo, che deve però essere affiancata da leggi e da un adeguato controllo statale per evitare il ripetersi del processo selvaggio di privatizzazione degli anni Ottanta e Novanta. Ebbene, quella cinese è indubbiamente una bella sfida e la vittoria costituirebbe a sua volta un passo fondamentale verso il rispetto e il riconoscimento dei diritti umani per milioni di persone. La Cina non può continuare a voltare la faccia di fronte a queste ingiustizie, non può continuare a considerarsi una macchina da mercato. Lottare per i diritti dei propri cittadini significherebbe riscoprire il proprio cuore.