Vivisezione e sperimentazione sugli animali, nuove risposte nell'anno internazionale della biodiversità

Martedì 05 Ottobre 2010 00:02 Giulia Amarisse World - Attualità
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A poche settimane dall’approvazione della direttiva europea sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, il tema della sperimentazione animale si ripropone all’individuo e alla comunità ispirando riflessioni e discussioni su modalità di applicazione ed implicazioni etiche. Tra novità normative e biotecnologiche, l’annosità del dibattito non attutisce il calibro e l’urgenza di un problema controverso e quanto mai attuale nella storia della civiltà.

EREDITA’ E PROSPETTIVE - Vivus-sectionis: dissezionare organismi viventi e senzienti è la definizione etimologica del termine che, con accezione restrittiva, viene comunemente impiegato per indicare ogni modalità di sperimentazione praticata su animali vivi, svegli o anestetizzati, al fine di promuovere lo sviluppo delle scienze biologiche e farmacologiche. Il fenomeno ha origine nelle indagini anatomiche compiute fin dall’età classica da medici greci e alessandrini, dediti alla vivisezione di animali di diverse specie per ricostruire e definire, sulla base di una corrispondenza analogica tra gli apparati fisiologici umani e animali, le caratteristiche e il funzionamento del corpo umano. Da allora le pratiche di vivisezione, retroscena della storia dell'umanità, sono persistite incessanti, tra abusi e denunce, sotto l’egida violabile di leggi mai troppo severe. Di pari passo, in età moderna e soprattutto a cominciare dal contributo di Andrea Vesalio, lo sviluppo e l’affinamento dell’anatomia descrittiva del corpo umano permisero di affermare la dissezione umana come principale tecnica e risorsa di conoscenza e osservazione sperimentale della fisiologia dell’uomo. Sarà Charles Darwin, nel capitale “Sull’origine della specie” che fonderà le basi delle teoria evoluzionistica, a sancire il principio tecnico della diversità della vita, tutt’oggi accolto a fondamento dell’antivivisezionismo scientifico: ogni specie è geneticamente differente dall’altra e allo stadio compiuto di un processo evolutivo indotto dal principio della selezione naturale; proprio in quanto organismi in sé finiti e dotati di peculiarità biologiche, filogenetiche e anatomiche, gli animali non possono essere considerati surrogati imperfetti dell’uomo e suoi fedeli vicari di reazioni cliniche da laboratorio. La prossimità della risposta animale alla situazione umana può quindi essere stabilita con margini di certezza tutt’altro che scientificamente apprezzabili. Per integrare l’insufficienza del modello animale, la comunità scientifica sostiene la necessità di implementare l’utilizzo, per la ricerca biologica e farmacologica, di tecniche sperimentali computerizzate e in vitro che permettano di riprodurre con maggiore esattezza caratteristiche e reazioni dei tessuti umani. Se in alcuni casi il ricorso alle nuove tecnologie viene auspicato come metodo di progressivo affrancamento dal modello animale, una consistente parte dell’opinione medica persiste nel difendere l’utilità della sperimentazione animale come pratica in grado di dimostrare, una volta che un farmaco abbia superato i test alternativi, la sua validità effettiva sull’organismo vivente. Lungi dal prospettarsi una soluzione bioetica che sappia garantire reale progresso medico e terapeutico a fronte di un azzeramento della sofferenza animale, la pratica della vivisezione e, più in generale, della sperimentazione animale saranno nei prossimi anni regolamentate in Europa dalla direttiva approvata in seduta parlamentare a Bruxelles lo scorso 8 settembre. Direttiva che sostituisce la precedente legislazione 86/609/CEE, in vigore in Italia dal 1992.

LA NUOVA LEGISLAZIONE - Il decreto - che entrerà in vigore nel ventesimo giorno a decorrere dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Europarlamento - è frutto di un intenso iter legislativo, nel corso del quale la mobilitazione animalista ha sollecitato gli organi competenti ai fini dell’approvazione di istanze migliorative per la tutela e il benessere dei circa dodici milioni di animali annualmente impiegati nei laboratori sperimentali. La prima versione della nuova direttiva risale al novembre 2008, quando a seguito della pressione antivivisezionista esercitata soprattutto dalla Fondazione inglese “Dr. Hadwen Trust for Humane Research”, istituita nel 1970 e da allora leader nella ricerca su tecnologie alternative alla sperimentazione animale, la Commissione Europea rilasciò un testo ricco di disposizioni positive in senso animalista. Molte proposte non passarono però le successive fasi di approvazione parlamentare, cosicché l’azione animalista e antivivisezionista ebbe ragione di intensificarsi tra il settembre 2009 e l’inizio del 2010, grazie anche all’incontro degli attivisti a Bruxelles con i rappresentanti del Consiglio dei ministri e con la Presidenza svedese. La versione finale della direttiva, pubblicata lo scorso maggio e recentemente votata dal Parlamento Europeo in sessione plenaria, recepisce alcuni emendamenti caldeggiati nel corso dei mesi precedenti dall’antivivisezionismo animalista, ma, per dichiarazione della Lav (Lega Anti Vivisezione) e dell’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali), introduce deroghe e integrazioni peggiorative che rendono il testo definitivo alquanto distante dalla bozza redatta nel novembre 2008. Le due associazioni concordano nel definire la direttiva «deludente», frutto delle pressioni delle potenti multinazionali farmaceutiche che hanno ottenuto restrizioni all’obbligo di applicare metodi alternativi alla sperimentazione animale e un’attenuazione del regime di trasparenza che avrebbe dovuto rappresentare il principio cardine della nuova legislazione. In particolare, lo scontento animalista è dovuto al fatto che il decreto, pur essendo per lo più migliorativo rispetto alla maggior parte delle vigenti legislazioni nazionali europee, risulta arretrato nel contesto italiano, dove in materia di sperimentazione animale esiste già una legislazione più restrittiva che – secondo l’Enpa – ha reso il nostro Paese «all’avanguardia nell’ambito della tutela degli animali». Per Gianluca Felicetti, presidente della Lav, decisivo sarà infatti l’iter di recepimento nazionale della direttiva, durante il quale Montecitorio e Palazzo Chigi saranno chiamati a spostare sul suolo italiano la battaglia per i diritti degli animali da laboratorio.

LE NOVITA’ - Testi alla mano, risultano comunque numerose le disposizioni di matrice animalista promosse dalla nuova direttiva e assenti nella precedente. Tra le novità più rilevanti spicca l’obbligo – sancito dall’art. 40 – di rilascio, da parte del Ministero della sanità, di un’autorizzazione dei progetti sperimentali per un periodo non superiore ai 5 anni; obbligo che soppianta la procedura di semplice notifica agli organi di controllo che chiunque avesse voluto effettuare esperimenti animali era tenuto in precedenza a seguire. Condizione favorevole per il rilascio dell’autorizzazione sarà l'esito positivo di una valutazione del progetto in termini di obiettivi, benefici e gravità delle procedure previste rispetto al benessere animale. Non meno importanti, dallo stesso punto di vista, l’istituzione di comitati nazionali consultivi per la protezione degli animali usati a fini scientifici e l’obbligo di ispezioni regolari senza preavviso presso gli stabilimenti utilizzatori. L’art. 39 sancisce inoltre la necessità di una valutazione retrospettiva del progetto, di cui verranno pubblicamente resi noti i contenuti attraverso sintesi non tecniche. Tra i provvedimenti specificamente volti a contenere la sofferenza degli animali sottoposti a esperimenti, le norme più incisive trovano espressione nella classificazione del dolore animale in categorie di gravità, l’estensione dei regolamenti alle forme fetali di mammiferi e cefalopodi e il divieto di uso di scimmie antropomorfe, cavie spesso privilegiate dai vivisettori perché morfologicamente più simili all’organismo umano. Modalità meno brutali sono state infine decretate riguardo alla cattura di animali allo stato selvatico, cui sarà da preferire l’utilizzo esclusivo di animali nati e allevati in cattività, e la possibilità di liberare o reinserire gli animali – qualora le loro condizioni di salute lo consentano – in habitat adeguati dopo l’utilizzo a fini sperimentali. Non è certo, però, che tale possibilità si presenti al termine di ciascun esperimento: se la sofferenza inflitta alla sventurata creatura sarà scientificamente “lieve” o “moderata”, l’animale potrà essere riutilizzato. Questo, assieme al permesso di sperimentare in deroga su cani e gatti randagi, il punto più oscuro e contestato della nuova direttiva: e su questo, come su tutti gli altri, non ascolteremo la voce e l’opinione dei diretti interessati.

UCCIDERE CON UMANITA’ - Frutto di un’esigenza di rinnovamento normativo profondamente sentita dal personale scientifico e dalla pluralità culturale del terzo millennio, la legislazione che presto regolerà l’utilizzo di animali a scopo sperimentale ha la vocazione orgogliosa di quello che definiremmo un compromesso etico-scientifico, dolce e beffardo: uccidere con umanità, privando l’animale di diritti e libertà che rivendica invece l’uomo, depositario incontrastato dell’intelligenza, per espletare funzioni di progresso votate al prezioso, secolare e irrevocabile disegno di salvezza senza dio che la scienza propone e rappresenta. Quanto la variabile morale, la pietà nel sopruso, sarà alleata equipotente alla ragione del progresso tecnico e fattuale, potrà scoprirlo chi avrà le opportunità e le competenze, oltre che l’audacia e la fermezza, di esplorare gli spazi offuscati e spesso occulti – reali e simbolici, concettuali e commerciali – in cui lo sfruttamento degli animali a fini sperimentali trova luogo e sussistenza effettivi, al di fuori del quadro onesto e ripulito che la legge, di sua pertinenza, non manca di prospettare. Contrastare l’esiguità dell’informazione, oltre che sviluppare un tenace senso di responsabilità rispetto a un’esistenza consumistica in cui il valore del profitto attecchisce sempre più sulle strutture interiori, è la sfida ardua e necessaria di persone e istituzioni che vogliano unirsi nel sostegno di una causa che, oltre a pretendere la riduzione massima della sofferenza animale, intenda difendere in toto la dignità della vita e l’importanza della biodiversità. Ma poiché prevenire (i mali della biologia come quelli della civiltà) è meglio che curare, ciò che in primis si dovrà sorvegliare è proprio quella stessa idea diffusa di progresso che ammette e giustifica ancora al giorno d’oggi le sperimentazioni sugli animali: sorvegliandola, si impedirà che essa degeneri nella veste postmoderna di un pericoloso scientismo - strascico malsano del credo positivista - convinto di esaurire l’infinito raggio delle potenzialità e delle risorse umane nei privilegi e nei prodotti della scienza. Solo la manutenzione del principio di progresso, guidata dalla coscienziosità individuale e collettiva, potrà conferire solido terreno all’implementazione ancora debole e corrotta di procedure sperimentali alternative all’utilizzo di animali.

(c) Le foto sono state scattate dall'autrice in occasione della manifestazione tenutasi a Roma il 25 settembre scorso

Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Gennaio 2011 13:32

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