È la storia di un allenatore, di un “santone” venuto da Praga, di un filosofo del calcio. Dagli anni felici di Foggia allo scontro con il sistema calcio italiano, dall’oblio nel nuovo millennio alla possibile resurrezione nella prossima stagione. Nipote di un ex allenatore della Juventus, ironia della sorte, Zdenek ha sempre voluto seguire una sola strada, guidato da quella passione e quell’amore per lo sport puro e crudo, ingenuo e disinteressato. Una strada fatta di fama e successi prima, ma successivamente costellata di ostacoli e deviazioni che l’hanno portato ad imboccare un viottolo in contromano, buio e senza uscita. Poi la grande notizia: Zeman sta tornando.
14 Luglio 2010: Pasquale Casillo, imprenditore campano, riacquista ufficialmente l’U.S. Foggia, nel tentativo di ricreare, insieme a Zdenek Zeman e al d.s. Giuseppe Pavone, quella squadra dei miracoli che aveva fatto sognare un’intera città, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. È la grande occasione di riscatto per un maestro di calcio e di vita, forse l’ultima possibilità di tornare a recitare sul palcoscenico più grande e prestigioso. Dopo anni magici nel profondo sud, l’allenatore boemo ha sfiorato il successo, prima con la Lazio e poi con la Roma, per poi andare a sbattere contro un muro invisibile. È il muro del dogma e della consuetudine di un’istituzione sportiva che perse le sue radici, le sue funzioni originali: un’istituzione dove le mani di pochi gestivano privatamente un bene di tutti.
LA NASCITA DI ZEMANLANDIA – Tra il 1989 e il 1994 Zdenek Zeman è stato l’artefice principale di una fiaba collettiva: autore, sceneggiatore e narratore silenzioso di una grande storia fantastica. Il suo Foggia era una squadra diversa dalle altre, una squadra venuta dal futuro. Gioco veloce e spettacolare, resistenza oltre ogni fatica, triangolazioni impazzite come in un flipper, tecnica in movimento, difesa altissima, pressing assassino e palla a terra. Ogni domenica i tifosi, varcando i cancelli dello stadio comunale Zaccheria, improvvisamente si ritrovavano nel magico mondo di “Alice nel paese delle meraviglie” dove tutto è possibile e l’immaginazione prende potere sulla noia del quotidiano. La partita diventa evento, gli spalti traboccano di entusiasmo, l’atmosfera è elettrica: la bolgia incessante del pubblico cresce sempre di più fino a far tremare la terra ferma. Poi cala il silenzio, si trattiene il respiro, l’arbitro fischia l’inizio e subito un boato ormonale si irradia per tutto il quartiere. Sul ritmo animale di “Higher Ground” dei Red Hot Chili Peppers scoppia un diluvio di azioni frenetiche, eccitanti e prepotenti: si gioca a calcio, si ama il rischio, si tenta il colpo e si corre all’attacco trascinati dall’istinto.
LA BATTAGLIA CONTRO I MULINI A VENTO – Nel 1998, allora allenatore della Roma, Zeman iniziò finalmente a parlare, ma ciò che disse non fece piacere al sistema calcio italiano. Ancora una volta “il boemo” decise di anticipare i tempi, sperando in un futuro utopico dove il mondo del calcio potesse riappropriarsi del vero significato dello sport: parola da tempo ridotta a marchio fasullo, specchio deformante dietro il quale si nasconde il potere economico e politico. Zdenek criticava pubblicamente un calcio troppo pompato dai farmaci, troppo inzuppato di “megadirettori”, “conti e duca conti”, fedeli segretari e assistenti particolari. Il sistema ha reagito facendo partire il classico meccanismo per screditare l’eretico. Ovvero prima hanno cercato di distruggere la sua immagine mediatica trasformandolo in un allenatore incompetente, pazzo e stupido: un perdente nato che parla per invidia. In questo modo non è stato difficile giustificare, agli occhi dei tifosi italiani, la sua estromissione dal giro buono degli allenatori di serie A.
IL RIVOLUZIONARIO – Zeman sta lì, seduto in panchina mentre guarda l’orizzonte: un punto fermo nel caos, immobile tra gli esagitati, assente tra i presenti. Nei tratti ricorda Clint Estwood: sguardo fermo e deciso come prima di un duello, pupille dilatate che scrutano il gioco, labbra serrate consumate dal fumo, sigaretta sempre in bocca come i divi di quell’Hollywood in bianco e nero. Il “muto”, come lo chiamavano gli amici, non aveva bisogno di parlare, sbraitare o gesticolare, perché il suo volto sapeva comunicare benissimo con la profondità degl’occhi, con le smorfie impercettibili della bocca, attraverso le rughe accavallate della fronte. Vent’anni fa ha mostrato all’Italia il futuro del calcio, precedendo per molti aspetti il Barcellona “fantascientifico” di Guardiola, ma le sue controversie con alcuni potenti personaggi dell’universo calcistico hanno interrotto brutalmente una storia molto affascinante, imponendogli un finale amarissimo. Aspettando con ansia l’inizio della sua nuova avventura, nella nostra memoria rimane un uomo che non ha mai conosciuto la paura di giocare, di perdere, di uscire dal branco. Senza alcun timore di rimanere solo contro tutti. "Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente". Parola di Zdenek.
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