Il fair play finanziario - Benefici e svantaggi di un nuovo modo di gestire il calcio

Venerdì 29 Luglio 2011 16:39 Bruno Virdò Sport - Calcio
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Da almeno un decennio il calcio italiano a livello di club vive una preoccupante fase involutiva sotto il profilo tecnico. Dieci anni fa, infatti, i club di Serie A comandavano saldamente il ranking Uefa delle competizioni europee. Quest’anno, purtroppo, i nostri club sono relegati alla quarta posizione nel suddetto ranking dietro a Inghilterra, Spagna e Germania. Questo amaro declassamento ha portato alla diminuzione delle partecipanti italiane alla Champions League da quattro unità a tre (a partire dalla stagione 2012/2013), con ovvie ricadute sul piano economico per tutto il sistema.

ASSENZA DI QUALITA’ - I critici e gli addetti ai lavori ritengono che questo scadimento qualitativo sia da attribuire ad uno stile di gioco (all’italiana per l’appunto) ormai superato in campo internazionale. Inoltre, gli stessi non esitano ad indicare quali altri motivi del declino una cronica carenza di programmazione manageriale e tecnica da parte dei proprietari dei club. Questo andazzo, a loro dire, impedisce agli allenatori di programmare, modificare, sperimentare e consolidare sistemi di gioco moderni e funzionali al calcio del XXI secolo. In altre parole, i tecnici sono “ostaggi” dei risultati, delle pulsioni della piazza e delle manfrine dei calciatori che dovrebbero dirigere. Così accade sovente che, dopo un paio di risultati negativi i calciatori, la stampa locale, la tifoseria sfoghino tutta la propria frustrazione sul capro espiatorio per eccellenza, ovvero l’allenatore. I presidenti, da sempre sensibili agli umori della folla, non esitano a licenziare il malcapitato mister, per rivolgersi ad un altro “santone” che porterà in dote un altro metodo di allenamento o un altro stile di gioco. Così facendo il tempo trascorre e la squadra non avrà mai un’impostazione di gioco corale.

ESEMPI VINCENTI - Agli antipodi di questo circolo vizioso possiamo rammentare la gestione lungimirante e vincente di team come il Manchester United (il suo allenatore manager Sir Alex Ferguson è alla guida dei red devils da 25 anni) o come l’Arsenal, brillantemente allenato da Arsene Wenger da circa un decennio. Ciò è vero, ma questo quadro così poco edificante merita ben altre spiegazioni per essere compreso in tutte le sue sfumature. Per esempio, è bene ricordare come il  tanto strombazzato disegno di legge sugli stadi di proprietà giaccia da tempo sugli scranni parlamentari, senza speranza di essere tramutato in legge. Invece, in Germania, in Inghilterra o in Portogallo da anni i club sono spesso proprietari degli stadi presso i quali giocano, con intuibili benefici in termini di ricavi e di marketing. In secondo luogo, se ad essere sotto accusa è il movimento calcistico nel suo insieme, non si può non sottacere delle responsabilità tecniche e politiche di personaggi come Abete (Presidente della FIGC), come Petrucci (Presidente del CONI) o come “l’Highlander” Franco Carraro: uomini che da decenni occupano a turno le poltrone più importanti dello sport italiano, con il solo lusinghiero risultato di ottenere avvilenti stroncature da parte degli organi di governo sportivi internazionali.
Ci si riferisce, ad esempio, alla mancata assegnazione degli Europei 2012 all’Italia, o alla mancata assegnazione a Roma delle Olimpiadi del 2004. Pertanto, questo mix di incompetenza e di arroganza si ripercuote sulla gestione e sulla qualità tecnica del campionato di calcio di Seria A. Un declino sicuramente aggravato da un equilibrio difficilmente raggiunto, ma di vitale importanza: l’equilibrio di bilancio. In Serie A solo tre club (Catania, Fiorentina e Napoli) hanno chiuso il proprio bilancio in attivo. Il Bologna, come l’Ascoli in B, ha rischiato di non finire il campionato, mentre i punti di penalizzazione per ritardi nei pagamenti superano la doppia cifra in quasi ogni girone della Lega Pro.

IL FAIR PLAY FINANZIARIO - Fortunatamente, a scongiurare la scomparsa dal calcio professionistico di diversi club blasonati, è stato varato dalla Uefa un istituto rivoluzionario: il fair play finanziario. Dalla stagione 2012/2013 (con effetti concreti nella stagione 2014/2015), infatti, l’entrata in vigore di questo istituto consentirà  “di portare alla maggior trasparenza finanziaria non permettendo alle società di spendere più di quanto non si ricavi. Se non si metteranno a posto i conti entro la stagione 2018-19 bisognerà dire addio alle competizioni europee”. Dunque, un deciso cambio di rotta per quelle società abituate a costruire le squadre sul mecenatismo delle grandi famiglie o peggio ancora sui debiti.
Pertanto, l’introduzione del fair play finanziario sembra essere volta a concretizzare un radicale cambio di mentalità nella gestione economica dei club. Sul punto, non è dello stesso avviso Adriano Galliani, ad di lungo corso dell’AC Milan:
"Fino a oggi Moratti e Berlusconi hanno contribuito con le loro risorse personali a incrementare le spese dei club e hanno portato nel 2007 e nel 2010 in vetta all'Europa l'Inter e il Milan. Temo che se non potranno mettere questi soldi, risultati simili non si ripeteranno. Il fair play peggiorerà la situazione. Il fair play finanziario non c'entra nulla con i debiti. Il Real fattura 450 milioni di euro e ne può spendere 450, il Milan ne fattura 220 e ne può spendere 220. Il Real e il Barcellona non hanno la mutualità nei diritti televisivi. Vendono e si tengono il 100% e questo vale 50 milioni di euro. La competizione è europea e naturalmente le regole fiscali e dei ricavi di paese in paese alterano la competizione. Se guardiamo le semifinaliste di Champions scopriamo che il Real è primo come fatturato, il Barcellona è secondo, il Manchester United terzo". Ma, le pur logiche considerazioni del vice-presidente del Milan, sembrano essere contraddette dalla politica societaria dello stesso Milan, dell’Inter, della Juventus (in questo caso anche grazie alla costruzione dello stadio di proprietà), dell’Udinese o del Napoli. Infatti, come dimostrano la dolorosa cessione di Kakà dal Milan al Real Madrid nell’estate del 2009, o la parsimoniosa campagna acquisti dell’Inter nel 2010, anche i top club italiani sembrano decisi ad intraprendere la strada virtuosa del fair play finanziario.

PERICOLO ESTINZIONE DEI TEAM - A conferma di queste parole, è illuminante quanto riportato dal Sole 24 Ore: “Nel mondo omertoso e di ammiccamenti del calcio miliardario, la Covisoc (organo deputato al controllo dei bilanci ndr.) non può dare pubblicità ai conti delle squadre. Ad eccezione dei tre club quotati, Juventus, Lazio e Roma, obbligati a fornire tempestivi rendiconti ogni tre mesi, i bilanci delle altre squadre in alcuni casi non sono disponibili nella banca dati del Cerved fino a 8-9 mesi dopo la fine dell’esercizio”. Ebbene, questa opacità nella redazione e nella pubblicazione del bilancio hanno portato diversi club a sfruttare un’amministrazione malsana delle proprie disponibilità. Ma, la resa dei conti sembra ormai prossima. Il Presidente dell’Uefa, Michel Platini, appare irremovibile sull’introduzione del fair play finanziario e dice: “il fair play finanziario dovrà entrare in funzione dal 2013-2014, perché altrimenti tante grandi squadre spariranno. Se uno di noi spende più di quanto ha, va in galera, i club invece vincono i trofei. Dobbiamo insegnare ai club ad essere normali semplicemente non spendendo i soldi che non si hanno. Non è normale, né giusto. E' la nostra malattia. Tutti sanno che devono ridurre i costi, perché al momento ci sono 1 miliardo e 200 milioni di debiti nel calcio europeo. Dobbiamo fare qualcosa, ho avuto il coraggio di prendere questa decisione e non ritorneremo mai indietro, andremo solo avanti, pena la sparizione di tanti".
Dunque, il monito di le Roi Michel sembra essere rivolto non solo ai club italiani, ma anche a quelli inglesi ( è noto come molti club della pur ricca Premier League affondino nei debiti) e spagnoli ( il “galattico” Barcellona non lo è altrettanto nella sua gestione economica). Comunque, sarà bene (almeno per una volta) che il calcio nostrano si allinei senza titubanze al dictat della Federazione europea, in modo tale da scongiurare l’ennesima figuraccia.

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