Dal 10 al 17 luglio, a Cecina (Livorno), avrà luogo il Meeting Anti-Razzista che prevede workshops, spettacoli teatrali, concerti, incontri letterari, aperitivi e dibattiti per mettere a confronto le esperienze dei migranti che vivono in Italia e ribadire la loro importanza per la nostra società. In quest’occasione, si svolgerà UNIDEA, un ciclo di conferenze su razzismo, sessismo e discriminazione degli immigrati. Questa “università estiva”, progettata dall’antropologa Annamaria Rivera, è ormai alla sua terza edizione. Fusi Orari ha intervistato il sociologo Adel Jabbar che mercoledì 14 luglio interverrà a UNIDEA con un contributo sulle "seconde generazioni", i figli degli stranieri che vivono nel nostro Paese.
Come si esprimono le nuove generazioni di stranieri?
Le "seconde generazioni" sono sempre più visibili a Milano e nel resto d’Italia per quanto riguarda letteratura, sport e politica. Ci sono sportivi famosi come il calciatore Kaba d’origine congolese che gioca nel Cuneo oppure la somala Fadima Abdi Odman che gioca a rugby in una squadra milanese e ha il velo in testa anche quando è in campo. Bisogna ricordare i musicisti come il rapper Amir di Roma e la scrittrice italo-egiziana Randa Ghazi che pubblica libri che vincono premi e concorsi da quando ha 15 anni. Significativa è anche la creazione della Rete G2, un’organizzazione fondata dai figli degli immigrati che affronta i loro problemi comuni.
Qual è il rapporto tra i genitori stranieri che vivono in Italia e i loro figli?
I figli degli immigrati hanno interiorizzato il vissuto e le aspettative dei loro coetanei italiani La differenza culturale con i genitori rischia di creare fratture e portare allo scontro inter-generazionale. I genitori, infatti, spesso sentono di perdere la loro autorità e competenza perché hanno fatto esperienze diverse dai figli e non sono in grado di dare loro consigli o di capirli.
Come sarebbe possibile migliorare la relazione tra le coppie straniere e i figli?
Sono necessarie politiche di accompagnamento per le famiglie straniere che possono essere attivate da scuole, assistenza sociale, associazioni di quartiere e organizzazioni dei migranti. Solo con un lavoro coordinato tra più attori le famiglie possono affrontare il cambiamento radicale causato dalla migrazione.
Come si comportano i genitori stranieri con le figlie femmine?
I figli rappresentano dei "moltiplicatori di possibilità" perché innescano l’integrazione della famiglia e imparano per primi la lingua italiana però questo processo non è indolore. L’emigrazione cambia il rapporto di genere tra marito e moglie e anche tra genitori e figlie, soprattutto per i migranti d’origine rurale abituati a un contesto tradizionale. Per alcuni genitori, in Italia, diventa ancora più importante controllare le ragazze. Solo alcuni sono consapevoli che i limiti e le regole che valgono nel Paese d’origine non sono applicabili in un altro luogo. Per questo, ci vogliono equilibrio e strumenti pedagogici e sociali che inneschino un cambiamento positivo.
Le "seconde generazioni" mantengono ancora un forte legame con il Paese d’origine?
Per spiegare i legami con la madrepatria è utile pensare al film “Rocco e i suoi fratelli” (1960) di Luchino Visconti che racconta la storia di una famiglia meridionale emigrata a Milano. Tra i membri della famiglia, c’è chi coltiva un attaccamento morboso alla cultura meridionale, chi si ostina a ‘fare il milanese’ e chi non si riconosce nel modello culturale d’origine né in quello nuovo e rimane emarginato da entrambi. Non esiste una sola risposta. Dipende dal carattere individuale.
Ottenere un permesso di soggiorno e la cittadinanza è quasi un miraggio impossibile per i figli degli stranieri?
Semplicemente, il quadro normativo non corrisponde alla realtà. Per garantire il permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare o la cittadinanza il legislatore chiede dei requisiti che neanche gli italiani sarebbero in grado di fornire: un lavoro a tempo determinato e un’abitazione di metratura elevata. Il mercato del lavoro è flessibile, mentre le norme sull’immigrazione sono eccessivamente rigide. L’immigrazione non è un gioco, ma un dato sociale che richiede politiche per la coesione.
Che problemi comportano le normative che regolano l’immigrazione?
Complicano la vita agli immigrati, ma anche agli italiani, come sa bene qualsiasi datore di lavoro che vuole assumere un dipendente straniero. Stiamo parlando di persone che spesso parlano il dialetto locale e che è difficile identificare come immigrati. Quando arrivano all’età adulta, però, se non ottengono la cittadinanza sono relegati al ruolo di ‘straniero’. È grave, per esempio, che i figli dei migranti non possano svolgere il servizio civile se non sono diventati cittadini italiani. Si impedisce a questi ragazzi di dare un contributo alla società in cui sono cresciuti e questo è un duro colpo per la loro autostima.
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