L’ultimo atto di questa edizione della Champions League se lo aggiudicano i catalani del Barcellona, che non si limitano a vincere, ma dominano per quasi novanta minuti gli avversari del Manchester United. I blaugrana conquistano così per la quarta volta la coppa europea più prestigiosa, confermando di essere una delle squadre più forti di sempre.
FINALE SUGGESTIVA – È il nuovo stadio di Wembley a fare da teatro per la finale dell’edizione 2010-2011 della Champions League. Un grandissimo impianto, capace di ospitare 90000 persone, inaugurato nel 2007 in sostituzione del vecchio Wembley Stadium, che era uno dei campi europei storici, dove si erano tenute ben cinque finali della Coppa dei Campioni. Ad affrontarsi Barcellona e Manchester United, due squadre che insieme contano oltre 130 trofei tra successi nazionali ed internazionali. Da un lato Sir Alex Ferguson, non proprio alle prime armi, dato che di Champions League ne ha già vinte due e che è alla guida dei Red Devils dal lontano 1986. Dall’altro Joseph Guardiola, un giovane che non ha chiaramente più bisogno di conferme: in tre anni alla guida del Barcellona ha conquistato 5 trofei nazionali, nonché la Champions League due anni fa nella finale di Roma, proprio contro il Manchester United. A questa sfida le due squadre arrivano già forti del successo nei rispettivi campionati, ma i pronostici sono tutti a favore del Barça. Non a caso i bookmaker pagano a 2.60 la vittoria degli inglesi.
PARITA’ – Alle ore 20.45, quando l’arbitro dà il via alla finale nei 22 in campo non ci sono grosse sorprese, se non che Guardiola decide a favore di Mascherano, centrale difensivo, e schiera titolare Abidal al posto del capitano Puyol come terzino sinistro. I primi minuti di gioco sembrano presagire un match equilibrato, tanto è che Rooney e compagni attaccano in pressing gli avversari per limitare il tanto temuto possesso palla del Barca. In realtà è pura illusione perché nel giro di 15 minuti il Barcellona prende le misure della partita e chiude sempre più il Manchester United nella sua area, con la stessa facilità con cui potrebbe gestire un match di campionato con l’Almeria (ultima classificata di questa stagione). La squadra di Ferguson di chiude a riccio, consapevole forse di non poter affrontare alla pari gli spagnoli e sperando di strappare il vantaggio in contropiede con i vari Rooney, Hernandez o Giggs. Ma più passano i minuti e più il tiki-taka del centrocampo del Barca crea spazi e genera occasioni. Il primo a sfiorare la rete è Pedro, che corregge a lato un cross di Xavi. Ci prova allora Villa in due diverse occasioni, ma la sua prima conclusione non trova la porta, mentre la seconda finisce a lato. Il gol però è nell’aria ed infatti non tarda ad arrivare: al 27’ il solito Xavi si inventa un passaggio filtrante per Pedro, che è bravo a concretizzare la facile occasione. Blaugrana davanti e partita che sembra essere in discesa per gli spagnoli. Invece al 34’ ecco l’inaspettato: il Manchester, fino ad allora innocuo, alla prima incursione guidata da Rooney, segna la rete del pari. Il numero 10 finalizza un uno-due con Ryan Giggs (in posizione irregolare di qualche centimetro) e per gli spagnoli è tutto da rifare. Finisce il primo tempo con un po’ di amarezza per il Barcellona, probabilmente cosciente di avere costruito più degli avversari.
SECONDO TEMPO – La squadra di Guardiola non è certo compagine abituata a scoraggiarsi ed infatti, quando rientra dagli spogliatoi, ricomincia a tessere la sua trama offensiva con ancora più determinazione di prima. Costruisce quasi subito una ghiotta occasione per Villa, che Van der Saar è però bravo a neutralizzare. Un po’ meno reattivo al 9’, quando l’inarrestabile Messi prende palla sulla trequarti e scarica una saetta dal limite dell’area che si insacca alla sinistra del portiere olandese. Tredicesima rete per la Pulce argentina, che per la terza edizione consecutiva si aggiudica il premio di capocannoniere della Champions League. Il resto del secondo tempo è semplicemente spettacolo puro degli spagnoli, che rischiano di dilagare, ma che si “limitano” a chiudere la partita sul 3-1 con un bel tiro da fuori area di David Villa al 69’. Il Manchester non riesce mai ad impegnare il Barcellona e quindi neanche Victor Valdes, che si permette il lusso di essere spettatore in una finale di Champions League. Inutili gli innesti di Nani e Scholes, i Red Devils nel secondo tempo è come se non fossero mai scesi in campo. E questo per merito di un Barcellona sontuoso, che nel finale può persino permettersi di fare qualche cambio per concedere un po’ di gloria anche a Keita, Puyol e Afellay. Al triplice fischio inizia la festa dei catalani e l’onore di sollevare il più prestigioso trofeo europeo viene lasciato ad Abidal, operato solo due mesi fa per un tumore al fegato.
VINCE IL BEL GIOCO – Alla faccia dei sostenitori della prestanza fisica come unica possibile evoluzione del calcio moderno, al Wembley Stadium a vincere è la tecnica e il bel gioco. Il Manchester United, non proprio l’ultimo arrivato, è costretto ad abdicare di fronte a una squadra, il Barcellona, che è capace di far sparire il pallone nella sua trama di passaggi stretti e che fa della tecnica sopraffina l’arma che le permette di dominare incontrastata contro qualunque avversario. Quello che lascia esterrefatti è proprio la semplicità con cui gli undici di Pep Guardiola sono in grado di mettere in campo giocate strabilianti, a prescindere da chi abbiano di fronte, guidati da quel fenomeno che di nome fa Leo Messi. Una sorta di orchestra calcistica dove ognuno gioca in modo armonioso rispetto al resto della squadra, generando così un insieme difficilmente eguagliabile. Guardiola, intanto, a soli 40 anni mette in saccoccia la seconda Champions League e il suo nono trofeo in tre anni alla guida dei catalani. Una squadra che ogni anno riesce persino a perfezionarsi e rafforzarsi, che quest’anno l’unica concessione l’ha fatta al Real Madrid di Mourinho nella finale di Coppa di Spagna. Qualcuno si chiede per quanto ancora continuerà il ciclo strepitoso dei blaugrana, ma intanto a Barcellona si festeggia l’ennesimo trofeo conquistato.
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