Il derby visto in tv da un vecchio (o nuovo?) tifoso del Milan

Lunedì 04 Aprile 2011 12:35 Davide Borsani Sport - Calcio
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Ricordi, pensieri ed emozioni. Dopo due anni di disaffezione, un ex tifoso sfegatato rossonero racconta le sensazioni provate durante i novanta minuti del derby meneghino del 2 aprile, che valeva il primato in classifica. Non una cronaca del match, ma un’onesta introspezione che sposta il focus dall’analisi giornalistica all’essenza del calcio: il sentimento.

TENSIONE IN POLTRONA - Sono le 20.02, mi siedo davanti alla televisione. L’accendo sul canale 201 di SKY. Sono parecchie giornate che non seguo più assiduamente il campionato: mi limito all’occasionalità, di tanto in tanto. Nemmeno la Champions League riesce più a coinvolgermi: l’eliminazione con il Tottenham l’ho appresa a match terminato via cellulare. Ma forse, più che giornate, dovrei parlare di settimane, mesi, anni. La ferita per l’addio di Kakà, per come si era configurato, brucia ancora. Nonostante tutto, nonostante gli acquisti di Ibrahimovic e di Robinho, anche quest’anno l’entusiasmo non è più quello di una volta. Gli sgarbi ai sentimenti lasciano ferite profonde, e sicuramente queste non si cicatrizzano velocemente, ci vuole tempo. Molto. Ricordo che una volta andavo in Curva Sud. Ora, invece, addirittura mi capita di dimenticare che gioca il Milan. Pessimo tifoso, qualcuno dirà. Come dargli torto. Sono le 20.20 circa, guardo l’orologio del decoder. L’undici rossonero entra in campo per il riscaldamento, e anche dalla tv si sente lo stadio esplodere. Altri ricordi. Mi torna in mente quando incitavo a gran voce uno per uno i nostri. Oggi sono in poltrona, sono distante anni luce da quei cori, sia nella forma che nella sostanza. Oggi, però, sento di lasciarmi andare, di farmi trasportare da un po’ di nostalgia e dalle emozioni passate. Per conseguenza, mi sale la tensione. “Erano anni che non mi sentivo così”, confesso, “questo derby lo sento. In fin dei conti, uno scontro per il primato tra noi e loro lo attendevo da molto”.

QUARANTACINQUE MINUTI - Sono le 20.45, inizia il derby. Passano poco più di quaranta secondi e il 7 affonda il colpo. Non solo tra le maglie nerazzurre, ma anche tra spiriti e cuori dei milanisti. Questa sera, anche io sono tra quelli. Dopo tre anni con il rossonero sulle spalle, Pato mi ha ricordato Shevchenko. Quel gol in semifinale di Coppa Campioni superando di forza Cordoba e Toldo, la rete al rientro dall’infortunio allo zigomo nell’annata del Pallone d’Oro, quel tiro a giro ai quarti di Champions League che ci aveva portato dopo il PSV alla terribile Istanbul: sembrano essere memoria fresca ora. Pato come Sheva? Razionalmente no, istintivamente sì. Ma il calcio e il tifo sono fatti di istinti, soprattutto questa sera. L’Inter attacca, ma non fa male. Nesta, 35 anni, prossimo al ritiro -dice lui-, è il monumento che conosco e a cui mai rinuncerei. Thiago Silva “non fa rimpiangere Maldini”, dico a voce alta. Anche Zambrotta regge contro Maicon: non me l’aspettavo. Abate, splendida conferma. Gattuso e Van Bommel, grinta da vendere. Seedorf ‘culo pesante’, come lo chiamavo spesso, trascina la squadra e detta i tempi: quando gira lui, diceva sempre Mauro Suma ai tempi di Ancelotti, gira il Milan. Sembra ancora così. Boateng, ottimo acquisto: straordinariamente anarchico in campo, ma altrettanto dinamico, veloce ed incisivo. È un trequartista atipico, ma sembra la ciliegina sulla torta di questo Milan. Robinho, “mannaggia a lui”, ripeto: corre come un dannato, è ovunque, ma è poco concreto e, soprattutto, non posso perdonargli la simulazione per cui il connazionale Julio Cesar lo spintona. Finisce il primo tempo con una clamorosa palla gol divorata da Eto’o: gran giocatore il camerunense, peccato sia finito all’Inter. C’erano estati in cui era dato in dirittura d’arrivo a Milanello.

“È FATTA” - Sono le 21.45 circa. L’Inter è già in campo, il Milan no. Viene inquadrato Leonardo. Leo, caro Leo: è vero, sei un professionista, ma potevi evitare di dire che ti affezioni alle persone e non alle istituzioni. E che quindi ora il tuo cuore è ad Appiano, non più con noi. La Sud non te l’ha perdonato e lo sto sentendo. Entrano i rossoneri ed inizia il secondo tempo. “Dobbiamo chiuderla”, continuo a ripetere. L’Inter è infida, e di derby iniziati bene e finiti male me ne ricordo. Ma il Milan sta giocando da capolista. Capolista vera. Non quella che in questi anni di dominio nerazzurro ogni tanto aveva fatto capolino in testa alla classifica. È padrona del gioco, ricorda per certi versi il Milan ancelottiano delle due stagioni tra il 2003 e il 2005, quello che si era giocato il campionato con la Roma prima, e arrivato in finale di Champions con il Liverpool poi.. e che seguivo spasmodicamente. Intanto, Gattuso si è fatto male: entra Flamini. Bergomi dice che è una grave perdita per il Milan: solito gufo! Ma il francese è uno con gli attributi, anche troppo a volte. E me lo ricordo quando si era riciclato come terzino destro durante gli ultimi mesi di Ancelotti. Sono quasi le 22. Ecco! C’è Pato che si sta involando prepotentemente verso la porta di Julio Cesar! Dai, mettila e mandiamoli a casa! Fallo da dietro di Chivu: rosso sacrosanto. All’andata noi eravamo rimasti in dieci, e me l’ero gustata quella partita; ora tocca a loro. Passano dieci minuti, credo, e inizio ad imprecare contro Robinho: lo chiamo ‘piede a banana’. Ma come puoi sbagliare così davanti alla porta? Dominiamo, ma non la chiudiamo. Dominiamo, e Seedorf apre per Abate. Che sbaglia il tiro. Ma diventa un cross, e c’è ancora quella maglia numero Sette. Pato! Lui, lui ancora! È fatta, mi dico.. è fatta! “Non ci prendono più”, come esclamò Pertini. L’Inter ormai è nulla, anzi, annullata. I nostri fanno il più classico dei ‘torelli’ per perdere tempo. Entra Cassano, segna su rigore ed ecco come regalino la solita ‘cassanata’. Roma, Real Madrid, Sampdoria: invecchia, ma non cresce. Ma non importa, Rizzoli fischia la fine. Tre a zero. Milan a più cinque sull’Inter.

SENSAZIONI - Il derby termina così, con i rossoneri che vanno sotto la Curva Sud. Finisce anche lasciando l’impressione che il campionato potrebbe essere giunto al suo punto di svolta definitivo. Ma è una sensazione, il calcio è imprevedibile. “Per sfortuna” aveva detto il mio vecchio Capitano, Paolo Maldini, ai microfoni di SKY mentre stava entrando allo stadio. “Per fortuna”, invece, dico io ora. Forse non lo vinceremo questo scudetto, o forse sì. Mancano ancora troppe giornate e i punti di distacco sono troppo pochi. Il calendario, poi, è durissimo. Di sicuro, però, questa è la notte in cui la ferita per Kakà per novanta minuti è stata rimpiazzata dall’affetto che ho provato per quell’altro ragazzetto brasiliano. Corsi e ricorsi: nel 2006, il dispiacere per l’addio della maglia numero sette era stato consolato dalla numero ventidue. Ora il processo, dopo tanto e troppo tempo, potrebbe essersi invertito. E dopo tanto e troppo tempo, il cuore è tornato a battere con molta forza, almeno per una notte, per la maglia rossonera. È un fuoco di paglia, un ritorno di fiamma? Non capisco se è nostalgia di un vecchio amore, che più non tornerà, o se è l’arrivo di uno nuovo. So solamente che questo sabato sera il duello sotto la Madonnina mi ha fatto provare sensazioni che credevo ormai sopite. Anche davanti alla televisione, in poltrona. “Tu chiamale, se vuoi, emozioni”.

Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Aprile 2011 12:36

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