“Non c’è giustizia quando su cento ciclisti ce ne sono novantanove che si dopano senza subire conseguenze; non sono l'unico che lo dice. Più lavoro in questo campo e più mi meraviglio della diffusione del doping, non credo che verrà estirpato. Se non fosse dannoso, sarebbe da legalizzare”
Risuonano come un tuono le parole del capo della Procura Antidoping del Coni, Ettore Torri, riferendosi alla positività al clenbuterolo riscontrata, durante un controllo del 21 luglio scorso, al dominatore delle ultime edizioni del Tour de France, Alberto Contador. Lo spagnolo si è difeso sostenendo la tesi di un'infezione alimentare, ma nel frattempo il New York Times ha accusato il Pistolero di aver fatto ricorso di un'emotrasfusione (pratica da anni vietata) il giorno precedente all'esame clinico; di conseguenza Contador è stato provvisoriamente sospeso dall'UCI, in attesa di ulteriori verifiche. Torri è apparso sconfortato dall'ultimo caso che ha scosso il mondo delle due ruote, ed afferma che “tutti gli atleti che ho interrogato si dopano”.
MAGLIA GIALLA? SOLO GRAZIE AL DOPING - Frasi, quelle pronunciate, che hanno fatto storcere il naso a parecchi. Del resto non si può negare l'evidenza: tutti i vincitori della Grande Boucle, dal 1997 a oggi, sono stati implicati, chi in un modo, chi nell'altro, in vicende di doping. Jan Ullrich fu squalificato per l'uso di anfetamine, Marco Pantani, trionfatore nel 1998, fu condannato l'anno successivo per avere un livello insolitamente elevato di ematocrito, Lance Armstrong non è mai stato colto sul fatto, ma è accusato da diversi colleghi di aver utilizzato sostanze illegali sfruttando la scusa della cura tumorale, Floyd Landis risultò positivo immediatamente dopo la vittoria del 2006, quindi il titolo fu assegnato al secondo classificato, Oscar Pereiro, rivelatosi anch'egli dopato poco tempo dopo; solamente lo spagnolo Carlos Sastre, il vincitore della corsa ciclistica più prestigiosa nel 2008, è senza macchia (almeno per ora).
DIFFICILE RESTARNE FUORI - Ma a doparsi non sono solamente le “maglie gialle”: Basso, Di Luca, Heras, Ricco' sono solo alcuni dei grandi nomi “pizzicati” dall'Antidoping nelle corse più celebri, il Tour, il Giro e la Vuelta. Il ciclismo professionistico è, da tempo, un mondo profondamente malato: si tratta di uno sport enormemente faticoso, in cui il corpo umano viene messo a dura prova, inoltre la pressione mediatica, la competizione con gli altri e le costanti sollecitazioni dei preparatori inducono gli atleti ad osare sempre di più. Ecco perché è cosi facile essere inghiottiti nel circolo vizioso degli steroidi, ormoni della crescita e anabolizzanti. Nonostante gli innegabili progressi in materia di controlli, il fenomeno è ancora molto diffuso e sempre più difficile da individuare.
DANNI ALLA SALUTE - Il problema del doping nello sport è strettamente legato alla credibilità dello sport stesso: come si può essere degli appassionati, tifare per un corridore in fuga, emozionarsi per una scalata, se poi il proprio idolo assume sostanze chimiche proibite, senza le quali la sua impresa non sarebbe stata possibile? La situazione concerne in primo luogo l'etica e si configurerebbe come un imbroglio, un sotterfugio per conquistare la vittoria ma, seguendo il ragionamento di Ettore Torri, “se cosi fan tutti”, non lo sarebbe più, dato che tutti si troverebbero sullo stesso piano. Perciò non vince chi si dopa, vince chi si dopa di più. Fin qui filerebbe tutto liscio, ma c'è un piccolo problema: la salute. Tali droghe hanno la capacità di alterare le quantità di ormoni nel sangue, di distruggere il sistema endocrino e di provocare disturbi fisici e psicologici irreversibili. Dunque, l'eventualità di una loro legalizzazione non si pone affatto. L'unica soluzione non è liberalizzare l'utilizzo delle sostanze dopanti ma, al contrario, definire chiaramente cosa è doping e cosa no, continuando a lottare affinché il ciclismo ritorni a essere un'attività agonistica pulita, onesta e sana per chi lo pratica.
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