Sedici anni dopo il debutto della compagnia ATIR con la messinscena della tragedia d’amore più nota e rappresentata di tutti i tempi, il Romeo e Giulietta di Serena Sinigaglia sarà fino al 29 gennaio il primo appuntamento in cartellone al Teatro Ringhiera, gestito a partire dal 2007 dalla stessa Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca fondata dalla giovane regista. Un classico intimamente contemporaneo, da sempre cristallizzato nella leggenda e romanticamente goduto, ma spesso trascurato nel suo cruciale appello alla solidarietà tra generazioni, al rinnovamento culturale e al progresso della civiltà.
GIOVANI SOGNATORI - «È quasi un miracolo essere arrivati […] sino ad oggi», scriveva Serena Sinigaglia tra le note di regia presentate lo scorso anno in occasione del rilancio della tragedia shakespeariana, primo spettacolo allestito dalla compagnia ATIR quindici anni prima. Quella della compagnia è una storia di «resistenza», oltre che di intenso lavoro e passione condivisa, in un contesto culturale oppresso dalle minacce di una paralisi che rischia di impedire all’arte di reagire alla crisi concreta che si fa strada nella contemporaneità. E se l’ideale di vita e di bellezza che il teatro rappresenta dimostra di non soccombere alle difficoltà economiche e logistiche che possono intralciare, oggi, la carriera di una compagnia di giovani artisti sognatori, non è innaturale comparare la storia dell’ATIR con l’arcinota vicenda dei due giovani innamorati veronesi, ostacolati nel compimento del proprio amore dall’antica faida cittadina che contrappone in schieramenti di guerriglia le rispettive famiglie, costringendo Romeo e Giulietta a rinunciare non solo al reciproco scopo, ma persino alla tenera vita. Ostinati avventori di un sentimento ideale, colpevoli del proprio capriccio infantile o vittime innocenti di una maturità cieca e viziosa, sacrificati alle cause della società mercantile e patriarcale, dell’orgoglio e della vendetta? L’interrogativo rinascimentale perviene intatto ai nostri giorni, mitigato nella sua involuzione tragica ma ancora efficace nell’aprire uno squarcio sui nostri tempi, sul rapporto tra figli e padri come tra eredi e predecessori, sull’ostilità civile, sulla contesa dello spazio, sullo schianto delle illusioni contro una realtà che non si ha il potere di cambiare, sul dissidio morale tra il mondo che viene e quello che presto tramonterà.
LA TRAGEDIA OGGI - La regia di Serena Sinigaglia riporta in luce l’opera di Shakespeare nella sua accezione più che tragica, perché completamente umana. A partire dalla comicità dissacratoria, che nel corso del primo atto gonfia le movenze dei personaggi per renderli quasi caricature di sé stessi, fino all’esilarante scena del ballo in casa Capuleti, dove persino Giulietta, nel momento decisivo del suo incontro con Romeo, dà sfoggio della sua vivacità buffa e sbarazzina più che del suo fascino malinconico. Capace di suscitare risa, immedesimazione e coinvolgimento degli spettatori anche attraverso motti, cori da stadio, scanzonature e gesti di danza pop a suon di batteria, in un potente ammiccamento all’immaginario contemporaneo, il dramma volge poi verso la maggiore austerità della sua seconda parte, fino al catastrofico epilogo che vede sfiorire tanto l’esuberanza di Mercuzio, colpito a morte, quanto la fisionomia grossolana e la pronuncia ostentata dell’anziana nutrice di Giulietta. Intensa, comunicativa e diretta, l’azione trova la sua riuscita cornice nella semplicità solo apparente dell’assetto scenografico, dal sapore popolare del drappeggio a tinte accese alla nudità della ringhiera che abbraccia il palcoscenico e dà il nome al teatro. Tra i cambi di scena effettuati a vista, come nel laborioso ingranaggio di una fabbrica, non sfuggono all’attenzione i colori dei costumi, sorta di divise o camicie di forza scelte per contrassegnare la diversità di sangue delle due famiglie con il bianco dei Montecchi e il nero dei Capuleti, estremi inconciliabili dello spettro cromatico chiamati a evocare la fenditura tra l’odio e l’amore, la morte e la vita. E se le ultime battute sceniche non intervengono per bocca dei capi di famiglia a sanare la disamistade attorno ai corpi inermi dei due amanti suicidi, sono le splendide note conclusive di Fabrizio De André ad annunciare che, come a chiusura del testo originale, «due famiglie disarmate […] si schierano arrese». Lunghi e meritati applausi, per un traguardo che commemora un inizio e che si pone a sua volta, come nel destino di ogni classico, a fondamento di un nuovo inizio.
Romeo e Giulietta
di William Shakespeare
traduzione di Salvatore Quasimodo
regia di Serena Sinigaglia
con Marco Brinzi, Mattia Fabris, Stefano Orlandi, Carlo Orlando, Fabrizio Pagella, Maria Pilar Pérez Aspa, Arianna Scommegna, Chiara Stoppa, Sandra Zoccolan
al Teatro Ringhiera dal 19 al 22 gennaio e dal 26 al 29 gennaio
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