In prima assoluta per l'Italia, il Piccolo Teatro Grassi di via Rovello propone la versione teatrale di Sarabanda, il capolavoro degli addii, ultima opera di Ingmar Bergman, uno dei grandi autori del '900. Per la regia di Massimo Luconi, la pièce mette in scena silenzi, solitudini e incomunicabilità tra uomo e donna, padri e figli; amori falliti, gelosie e tradimenti.
Sarabanda rappresenta l'ultimo lavoro – sintesi e testamento – di Ingmar Bergman, regista teatrale, prima che cinematografico. Gli stessi personaggi di Scene da un matrimonio, che diede il successo a Bergman nel 1973, tornano ad incontrarsi a 30 anni di distanza.
LENTE SULLE RELAZIONI – Ma se lì Johan e Marianne erano una coppia, adesso si ritrovano invecchiati e inaspriti. Con le rispettive
delusioni, l'affetto mai sopito, i rancori e i rimpianti. Johan, ora anziano, si è rifugiato in una casa nel bosco. Qui rivede la propria vita, “un interminabile film tagliente come una lama. Alcune scene le rivedo ancora, che le voglia o no”. I due parlano della propria incapacità di comunicare e di amare. Ma anche delle illusioni alle quali si aggrappano, come Johan nel ricordo di Anna, la nuora morta di tumore, per sfuggire ad un presente poco appagante. La visita di Marianne all'ex marito, dal quale sente di essere stata chiamata, funge da detonatore per una serie di dinamiche in cui gli altri personaggi e lei stessa, sono intrappolati. Che si confessano con lei e si chiariscono: Johan e suo figlio Henrik raccontano il rispettivo disprezzo che li lega; Katrin, figlia di Henrik, rivendica il diritto a fare le proprie scelte e a liberarsi del vincolo morboso con cui suo padre è legata a lei. Lui è il suo maestro di violoncello e vuol trasformarla in una grande solista, mentre Katrin vorrebbe suonare in orchestra. Non c'è terapia per la coppia, non c'è ricomposizione d'amore per il rapporto genitori – figli (soprattutto per i padri). Il mondo della relazione è disperato”, ha affermato Massimo Luconi, il regista. Per tutti non c'è redenzione, tranne il perdono di sé e l'accettazione dei propri fantasmi e degli insuccessi. Alle domande di Johan sono ora i figli a offrire risposte. Ed è in loro che Bergman, spietato nell'analisi delle relazioni umane e familiari – ancora più di Ibsen e Strindberg, suoi riferimenti stilistici – ripone la possibilità di riscatto.
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COMPLESSO COME UN SOGNO – “La sarabanda evoca sussurri, parole non dette o gesti non fatti che pesano sulla coscienza dei personaggi, ma si riferisce simbolicamente anche alla danza, lenta e severa, con cui le coppie si formano e si disfano”, dice il regista. La versione teatrale di Sarabanda segue quasi integralmente la sceneggiatura originale del film, realizzato nel 2003 per la tv svedese. Il testo è diviso in 10 dialoghi – scene, un prologo e un epilogo, ognuno con struttura e ritmo specifici. Nel film, Marianne era interpretata da Liv Ulmann, dalla quale Bergman stava per divorziare. Partendo da un'esperienza personale, Bergman riuscì a produrre un testo che va a fondo nell'interiorità e riesce a tirar fuori l'inespresso. Paolo Magelli, direttore del Teatro Metastasio che ha coprodotto la pièce – insieme con il Teatro Stabile della Toscana e la Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato – presenziò ad un seminario tenuto da Bergman agli inizi degli anni '80. Nel quale, racconta, il regista svedese “consigliava mesi di lavoro e di ricerca con gli attori del palcoscenico. Insegnava che la macchina di teatro non doveva viaggiare assolutamente alla velocità fulminante della realizzazione cinematografica ma doveva affrontare la complessità dei sogni con un'altra profondità. E sognare richiede tempo. Precisione, ossessività.” Dai dialoghi asciutti e acuti, Sarabanda è una riflessione appassionata sul senso della vita e sulla verità dei rapporti. Parla della mancanza d'amore e della sua ricerca. Con toni tanto disperati da suscitare un altrettanto disperato desiderio di affetto e perdono. Per chi non avesse mai visto il film Scene da un matrimonio, il Piccolo lo proporrà, dal 22 al 27 novembre, in versione teatrale.
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