Iancu. Bianco, in dialetto salentino. Come la luce abbagliante d'un cielo d'agosto nel Salento. Riflessa sui muri delle case di certi paesi del Sud. Intensa e vivida. In questi giorni illumina il grigio di Milano attraverso gli occhi e la gestualità del bravissimo Fabrizio Saccomanno che in Iancu, un paese vuol dire (di cui è coautore e interprete), racconta un pezzo di storia dimenticata, attraverso gli occhi di un bambino di 8 anni. In scena fino al 13 Novembre al Teatro dell'Elfo.
Iancu è il racconto di una domenica dell’agosto 1976 in un paese del Salento. Il piccolo Fabrizio si prepara alla recita scolastica e nel frattempo dipinge, con pennellate variopinte, gli abitanti del paese, con tic, manie e soprannomi. Quando, la piccola comunità è scossa da un evento: un famoso bandito scappato dal carcere di Lecce, Giuliano Messina, è stato visto nelle campagne del paese. Tutti si mettono sulle sue tracce, anche le chenge (le gang) dei bambini. Al racconto degli eventi, che s'inseguono nella voce e nella gestualità di Saccomanno, si alterna il ricordo di un'epoca, ricostruita come attraverso i pezzi di un mosaico. Piazze e comunità che oggi si sono svuotate o imbarbarite o sono state svendute, appaiono come in un affresco strano e deformato. Un Sud di tanti anni fa che non è una cartolina del passato ma è presentato, attraverso gli occhi di un bambino di 8 anni, come un mondo cupo, duro, ma anche comico e grottesco. Fotografato poco prima che scompaia, con grande poesia.
PENNARELLO CARIOCA - "Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti." diceva Cesare Pavese ne La luna e i falò (1950). Ma un paese vuol dire anche essere separati, vuol dire un mondo chiuso, fatto di pregiudizi e di cognomi "buoni" e "cattivi". Un paese "ha una memoria lunga e la lingua più lunga della memoria non si scorda" e se qualcuno prova a rimediare agli errori del passato e a cambiare vita non riesce. Un mondo fatto anche di ipocrisie. C'è il matto del paese, l'"ombrosi mutilato" (il mutilato di guerra) che fa paura ai bambini, la prostituta "Rosa La Parata", e le sorelle pazze. La donna che attende ancora davanti alla porta il fidanzato che l'ha lasciata. Aborti clandestini per cancellare rapporti passeggeri. E come un pennarello Carioca, il piccolo Fabrizio disegna le scene e i personaggi del paese. Come in un quadro sfilano, dietro la processione, tutti gli abitanti: le donne che pregano e gli uomini che si percuotono il petto. Ma anche storie e credenze ancestrali, legate alla vita e alla morte. I proverbi e la saggezza della nonna ("un pennarello Carioca deve anche saper stare chiuso col tappo, sennò poi non scrive più"). Chi è tornato dalla guerra, chi ha perso la ragione; ma pure storie di tradimenti e di vendetta. Chi è tornato da Ginevra e Zurigo. Un paese in cui, non è vero che "tutti vanno via perchè c'è troppa pace", come dice il maestro, ma nel quale tutti sono in guerra.
IANCU LUMINOSO - Intenso e ispirato nei gesti, nello sguardo e nella voce è l'interprete, Fabrizio Saccomanno. Che riesce a dare una magnetica fisicità alla sua interpretazione, pur essendo sempre seduto. E' vestito di bianco; a terra e alle sue spalle c'è ancora bianco su uno sfondo nero. Il monologo è recitato in dialetto salentino, colorato ed espressivo, ma si alterna all'italiano non dialettale. I pugliesi saranno avvantaggiati ma anche se sfugge qualche parola, la comprensione del flusso del racconto è garantita dal modo in cui Saccomanno si esprime con la mimica del corpo, il tono della voce e gli occhi. Come quando, racconta la danza delle libellule, agitando le braccia e le mani nello spazio buio sopra di sé. Classe 1968, Saccomanno è attore, regista ed educatore teatrale. E' stato autore, regista e interpreta di VIA - epopea di una migrazione, sulla tragedia di Marcinelle, prodotta da Koreja nel 2004 e replicata oltre 200 volte in Italia, Bolivia, Serbia e Macedonia e nel 2005 ad Arzo. Porta il teatro nelle scuole e nelle carceri con numerosi laboratori e collabora dal 1998 con i Cantieri Teatrali Koreja, con i quali ha realizzato anche questo spettacolo.
FABBRICA DI MATTONI - Koreja è un termine che in grìco, una lingua antica parlata in alcuni paesi del Salento, significa danza. Una cooperativa teatrale nata nell'entroterra di Gallipoli, ad Aradeo e poi trasferita a Lecce in una ex fabbrica di mattoni, con la voglia di portare, nell'amato/odiato Sud, innovazioni e confronto fra le diverse generazioni, di riscattarsi da soggezioni millenarie senza cadere in sterili provincialismi Un progetto culturale in senso ampio (sostenuto anche dal regista Edoardo Winspeare), che comprende dialogo col pubblico e scambi con artisti di diversa provenienza, iniziative culturali, mostre e attività di formazione teatrale per giovani e persone svantaggiate. Non poteva non essere che questa compagnia a presentare uno spettacolo come Jancu, perchè è una compagnia che intende il teatro come intensamente legato alle radici di un luogo. Soprattutto se è una terra ricca di echi e suggestioni arcaiche, definita dallo studioso Ernesto de Martino, "la terra del rimorso".
Jancu, un paese vuol dire
Puglia in scena a Milano
dall'8 al 13 novembre 2011
progetto: Fabrizio Saccomanno
testo: Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno
con: Fabrizio Saccomanno
regia: Salvatore Tramacere
scene: Lucio Diana
Teatro Elfo Puccini
Corso Buenos Aires 33
Milano
02/00660606
www.elfo.org
www.teatrokoreja.it
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