All'Elfo Puccini di Milano è in scena Finale di partita, celebre opera di Samuel Beckett, considerata tra le più importanti della sua produzione. I dialoghi sono un vuoto conversare fine a sé stesso. I personaggi vivono un'esistenza insignificante, in uno spazio metafisico e in un tempo dilatato, in cui non accade nulla. E, logorandosi routine e conversazioni senza senso, in un'intensa e cupa scenografia costruita sui toni del bianco, nero e bordeaux, giocano la loro partita. A dirigerla Massimo Castri, che mette l'accento su assurdità, frustrazione e prevaricazione che spesso caratterizza la quotidianità dei rapporti umani e sull'incapacità di andare oltre il muro dell'isolamento e dell'inazione.
Un uomo – burattino, clownesco e zoppicante, si muove su e giù per una stanza dal pavimento a scacchiera, bianco e nero. È dimesso, ha una vestaglia bordeaux e pantaloni corti. Sposta più volte una scala da una parete all'altra per guardare fuori dalle finestre. Ride in modo infantile. Non è solo: al centro e ai lati della scena qualcosa è nascosto da grandi lenzuola bianche. All'esterno c'è il mondo lontano e che fa paura, visto da questa stanza al confine tra terra e cielo. Si scopre poi che Clov è servitore e figlioccio di Hamm, un ricco vecchio brontolone, cieco e paralizzato, che racconta sempre la stessa triste storia e le medesime battute che nessuno ascolta. Alle loro schermaglie fanno da contrappunto i genitori di Hamm, anziani e privi di gambe, chiusi in due bidoni della spazzatura, da cui escono come spiriti per chiedere un biscotto.
INCOMUNICABILITA' – Come per Aspettando Godot, Beckett disse che su Finale di partita non c'era niente da spiegare. Il finale di partita è l'ultima fase di una partita di scacchi, quando rimangono pochi pezzi sulla scacchiera e il re deve difendersi da solo. La partita è tra Hamm (il re), che cerca di rinviare la fine e Clov, l'ultimo pedone rimasto, che gli dà scacco matto. Il testo, apparentemente semplice, cela riferimenti e citazioni (dall'Iliade, a Euripide, a Baudelaire, a Shakespeare). Una pièce suggestiva e inquietante, per una serie di ragioni, di ordine stilistico e tematico. Beckett, Nobel per la letteratura nel 1969, è, con Bertold Brecht, l'innovatore del teatro del XX secolo. Il teatro della tradizione borghese, fatto di dialoghi, viene da lui svuotato e ridotto ad un parlare fine a sé stesso. Ma se in Aspettando Godot conversare serviva ad ingannare l'attesa, in Finale di Partita perde anche questa finalità. I personaggi non sanno cosa dirsi: si scambiano battute, ma nessuno è interessato a quel che dice l'altro e chi risponde lo fa in modo automatico (Hamm chiede a Clov: “Non t'è mai venuta la curiosità di vedere i miei occhi?” Al no di Clov, Hamm replica: “Un giorno te li farò vedere”). Passando da un discorso all'altro, abbandonando un argomento e riprendendolo successivamente, i personaggi riproducono vuoti, digressioni e salti logici tipici della parlata di tutti i giorni. Beckett così evidenzia ulteriormente l'inconsistenza della chiacchiera e la vacuità delle conversazioni quotidiane. Inoltre, mettendo in scena il fatto teatrale ne rivela la finzione: Finale di partita è ricco di riferimenti metateatrali, già nel titolo, che rimanda alla metafora degli scacchi e a cui i personaggi fanno più volte riferimento. E jouer in francese (in cui l'opera fu scritta originariamente) e to play in inglese significano sia giocare che recitare. Hamm dice a Clov di dargli la battuta mentre quest'ultimo si chiede “perché questa commedia tutti i giorni”.
ANTIDOTO AL NON SENSO – Adorno, che ha dedicato alla pièce un intero testo (Tentativo di capire Finale di partita, 1994), ne individua il senso nella sua mancanza di senso: mostrando la perdita di significato del linguaggio, rivela la natura illusoria del parlare. Gli individui non comunicano più in quanto parlare diventa una finta comunicazione. I personaggi sono bloccati in una vita claustrofobica e assurda. Ma la negatività assoluta che caratterizza l'opera, in realtà è, secondo Adorno, l'unica maniera che ha l'arte contemporanea di rappresentare il presente. Nel rinviare a un mondo altro, l'arte diventa antidoto ai limiti del presente. Costringendo a non assuefarsi a cinismo e avidità che caratterizzano la nostra epoca e a ripartire da zero.

CRANIO, BUNKER O PALCOSCENICO? – Un'altra questione molto dibattuta dalla critica è relativa al luogo dell'azione. L'interno spoglio, illuminato da una luce grigiastra e con due finestre poste molto in alto, somiglia ad un palcoscenico: una scelta dell'autore per sottolineare il carattere metateatrale dell'opera? Oppure è la metafora di un cranio umano, in cui le finestre rappresentano gli occhi? O è un bunker, in cui si sono rifugiati i sopravvissuti ad una catastrofe nucleare? Finale di partita fu composta tra il 1955 e il il 1957, anni in cui saliva la tensione tra i blocchi contrapposti Usa – Urss e subito fu interpretata come la paura per un possibile conflitto atomico. Ma Adorno suggerì che poteva essere anche la rappresentazione del mondo uscito dal secondo conflitto bellico, in cui gli uomini sono condannati a vegetare per la difficoltà di sopravvivere alle atrocità accadute in guerra. Ma potrebbe anche essere un'allusione alla condizione generale dell'uomo, costretto ad una vita insignificante di cui gli sfugge il senso (“siete al mondo, non c'è più rimedio).
UNA SFIDA LA MESSINSCENA – Finale di partita è per gli interpreti una sfida affascinante, perché difficile da inscenare, nonostante le dettagliatissime didascalie di Beckett (perfino la durata dei silenzi). La prima, nel 1957 al Royal Court Theatre di Londra, raccolse critiche negative; anche in Italia l'opera è stata accolta con ritardo. Tra gli allestimenti si ricordano quelli di Federico Tiezzi (1992); di Carlo Checchi, nel ruolo di Hamm e di regista (Premio UBU 1995); di Franco Branciaroli (2006) che sollevò discussioni per aver dato maggior risalto al lato tragicomico del testo. La versione di Massimo Castri, (Premio Ubu Spettacolo dell'anno 2010) pur restando fedele al copione, evidenzia la paura della realtà e l'isolamento dei personaggi. Che appaiono paralizzati in un'esistenza inerte, incapaci di andare oltre il muro e agire. Surreale e geometrica la scenografia di Maurizio Balò, che fa da sfondo all'efficace interpretazione di Vittorio Franceschi (un Hamm dispotico e petulante) e Milutin Dapcevic (remissivo ed infantile Clov). Ottimi anche Diana Hobel e Antonio Giuseppe Peligra (Nell e Nagg) con il falsetto e il viso coperto di biacca. Belli anche ii costumi che richiamano, con gli stessi colori, la complementarietà dei personaggi. Una tragedia comica (“non c'è niente di più comico dell'infelicità” dice Nell), caratterizzata da un senso di claustrofobia e di vuoto che gli interpreti ben rendono. Però quando Clov apre la finestra per raccontare ad Hamm cosa c'è in strada, arrivano voci di bambini. Forse si può provare ad andare a vedere com'è il mondo fuori, come sembra fare sul finale Clov. Da vedere, per confrontarsi con un classico contemporaneo e alcuni dei temi chiave dei nostri tempi.
Elfo Puccini, sala Fassbinder | 10/29 maggio
Finale di partita
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
regia Massimo Castri
con Vittorio Franceschi,
Milutin Dapcevic, Diana Hobel, Antonio Giuseppe Peligra
scene e costumi Maurizio Balò
produzione
Emilia Romagna Teatro, Fondazione, Teatro di Roma, Teatro Metastasio Stabile della Toscana
Elfo Puccini / sala Fassbinder,
corso Buenos Aires 33
Durata: 110' senza intervallo
Feriali 21.00, domenica ore 16
Prezzi 30/15 euro, martedì 19 €
Informazioni e prenotazioni: 02.00660606
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