A due anni dall’ultimo adattamento teatrale del romanzo L’aggancio del premio Nobel Nadine Gordimer, il milanese Teatro Ringhiera torna a proporre l’attualità di una storia d’amore e d’immigrazione, un viaggio esistenziale e romantico alla ricerca dell’identità, della dignità e del proprio posto nel mondo. Per la regia di Serena Sinigaglia, Mariangela Granelli e Fausto Russo Alesi interpretano le uniche presenze drammaturgiche di una rappresentazione di notevole qualità scenografica.
Tutto ha inizio sui toni scuri e fuligginosi di un’officina meccanica, in un ricco e non meglio identificato Paese occidentale, dove Julie, un’estroversa ragazza benestante, entra a lasciare per qualche giorno la sua vecchia «scarcassina» capricciosa, guasta e da riparare. Nella breve tregua dal traffico cittadino che propaga dall’esterno i suoi frenetici brusii, Julie incontra l’accento straniero di Abdu, timido immigrato da un Paese arabo, laureato in economia ma impiegato in nero, sotto falso nome, nell’industria meccanica. È una scintilla passionale a fare il resto: al ritorno della donna in officina, i due iniziano a parlarsi, conoscersi, attrarsi e desiderarsi, fino a scivolare nel trasporto impetuoso di un amore tutto sensuale. Forse per l’eterna legge degli opposti; forse perché il piacevole ritrovarsi nello stesso letto, dopo lunghe giornate lavorative, sembra edulcorare l’angoscia per un futuro mai certo; forse perché Julie ritrova nell’amante la promessa affettiva disattesa da un quadro familiare disunito e disperso, e perché Abdu accarezza nella donna il morbido corpo carnoso che accoglie le «schegge» di un destino inclemente. Destino che non tarda a manifestarsi, volgendo le vite dei due compagni verso orizzonti esotici e familiari, seducenti e insidiosi: come l’America, l’antico sogno di rivalsa e ricchezza per ogni emigrante, e come il deserto, forza ancestrale e ammaliatrice che si offre allo straniero, sgominando la profondità di ogni legame umano e tirando inaspettatamente le sorti di una storia d’amore imperfetta, senza più lieto fine.
L’AGGANCIO, IL DESERTO - Fedelmente ispirato all’omonimo romanzo di Nadine Gordimer, L’Aggancio teatrale di Serena Sinigaglia ripropone la centralità di un tema tra i più diffusi nella letteratura d’immigrazione e non solo: amore e alterità. Connubio romantico, reiterato fin quasi alla monotonia, che si prospetta sul palco del Teatro Ringhiera in stile essenziale, diretto, a tratti frettoloso. Così, almeno, alle battute iniziali, quando un moderno ritmo fotografico percorre velocemente gli incontri, l’unione e la precaria convivenza di Abdu e Julie, protagonisti e voci narranti di sé stessi, straniati, come in un insolito romanzo recitato. È poi il grande snodo narrativo della trama, lo sbarco sul terreno caldo e sabbioso di un paese dove «politica e religione» hanno confondibili sembianze, ad accompagnare l’ingresso di una tecnica espressiva più meditativa e approfondita, che ritrae sotto il suono esotico di melodie locali l’affascinante lentezza dell’atmosfera africana, tra l’avorio e il giallo ocra dei chiaroscuri a ridosso del deserto. E niente meno che lì, nel deserto, avviene il vero aggancio: non l’occasionale, breve contatto tra due persone e due differenti culture, ma l’intenso scambio di destini e vedute sul mondo che attraverso quel contatto si prospetta e si realizza. Così Ibrahim – vero nome di Abdu –, umile figlio di un paese povero e arretrato che «neanche gli Europei hanno voluto tenere», ottiene con l’aiuto di Julie il visto che gli permette di emigrare nel più ospitale dei paesi ricchi e industrializzati; paesi come quello da cui viene Julie, che scopre però, nella terra di origine del compagno, una dimensione esistenziale nuova e seducente, una regressione edenica alla sospensione del tempo e dello spazio nel ciclico alternarsi del giorno e della notte; un ritorno pacifico all’autenticità della vita contro il sovrasviluppo occidentale. Efficace e suggestiva, tra le scelte di regia, la cornice cromatica che evidenzia il divaricarsi dei due destini, a conclusione della pièce: il sottile abbraccio del rosso e del blu sul vestiario di Ibrahim, che completa il vessillo statunitense sul fondo bianco della superficie di scena, e la splendida distesa dorata che poco dopo si espande e si innalza ai piedi di Julie, a evocare di nuovo, e per sempre, il volto illuminato e luminoso del deserto.
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