Dal 30 marzo al 5 aprile, l’Accademia dei Folli porta in scena al Teatro Libero di Milano Kvetch, dolceamara commedia diretta da Carlo Roncaglia e scritta da Steven Berkoff. «Dedicata a chi ha paura» e intitolata a una parola ebraica che significa “piagnisteo”, Kvetch racconta le insoddisfazioni e le inquietudini dell’uomo contemporaneo con le parole stesse dell’io diviso, in un’intensa pièce comica e psicologica su sfondo nero.
Smanie, fobie, ossessioni e frustrazioni del nostro tempo incarnate e portate in scena da cinque giovani professionisti al Teatro Libero di Milano, nel mezzo di un’affascinante stagione dedicata “ai sognatori”. Frank è un piazzista quarantenne, di giorno al lavoro e di sera finalmente a casa, dopo il trafficato tragitto urbano dell’ora di cena, in impaziente attesa del piatto caldo che abitualmente sua moglie Donna prepara per lui. Donna, quasi a beffa dell’omaggio che il suo nome rende al gentil sesso, è l’ennesima casalinga remissiva e inappagata, appena trentenne e già invecchiata nella morsa coniugale che la costringe a passare il suo tempo tra i fornelli e l’Esselunga. Martire della pazienza e della femminilità repressa, Donna è d’altronde l’unica presenza a prendersi cura dell’anziana madre, disprezzata e malvoluta nella sua infermità senile dallo stesso Frank, che si compiace di sua suocera solo nell’atto di deriderla mentre dorme, in un innocuo e spietato gesto di bullismo post-adolescenziale. Due personaggi, problematici ugualmente, intrecciano le vite annoiate della coppia: il giovane scapolo Hal, amico e collega di Frank, soffocato da accessi di angoscia e solitudine da sfogare nelle lunghe notti bianche, e il capufficio George, abbandonato dalla moglie per un “negro” e incapace di compensare con un finto moralismo intellettuale la sua difficoltà di relazione (e di prestazione) con l’altro sesso. Uomini come tanti, storie e figure note nel chiassoso tran tran quotidiano e postmoderno; eppure, uomini soli, chiamati a liberare i propri flussi di coscienza nella suggestiva soluzione di regia che distingue voce interiore e voce manifesta, dedicando alla prima l’agilità corporea della seconda, l’autorità espressiva dell’intera rappresentazione.
PIAGNISTEO - Come grida disperate e burlesche, sprazzi di identità recondita, i monologhi della coscienza emergono solitari nella sospensione del tempo del racconto, frequentemente troncato dai fermo immagine della recitazione e dalla dilatazione del tempo interiore. Il piagnisteo, che dà il titolo ebraico alla tragicommedia, è un lamento privato che rompe l’automatismo dei gesti e delle convenzioni per annunciare le furie e i tormenti dell’io; è la nevrosi corale dell’uomo contemporaneo, oppresso da paure spinte al parossismo, da paralisi mentali e da legami cuciti all’ombra di sorrisi forzati e movenze impacciate. Le pareti domestiche, scenario dominante della rappresentazione, circoscrivono così il palcoscenico di un’umanità ridotta a mimo, compressa tra gli unici locali dell’abitazione che consentono di espletare le tre funzioni corporali necessarie alla mera sopravvivenza; locali stilizzati e condensati, a loro volta, in pochi oggetti essenziali e sufficienti: un forno, un materasso e un gabinetto. Oggetti cruciali, nel ciclo dimesso della quotidianità che è anche ciclo della vita e della sussistenza. Il piagnisteo, l’assordante suono interiore che esplode nella flessione del tempo oggettivo, trova nei più intimi angoli della casa anche il suo debito spazio, fisico e psicologico, di espressione: in camera da letto è il l’insofferente anelito al riposo e all’evasione nel sonno, ma anche il sogno allucinogeno di una sessualità perversa; sul water, invece, è l’atto liberatorio con cui si scaricano, in metafora, le scorie della persona e della personalità. Nata dal noto genio di Steven Berkoff, diretta da Carlo Roncaglia, Kvetch è una commedia esilarante e profonda, acuta e tragica. Lo scherzoso affresco di un’ipocondria che attraversa i nostri giorni, cantato in quello stile sperimentale e introspettivo che è degno delle più felici riuscite del teatro contemporaneo.
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