Dopo l'anteprima televisiva della scorsa estate, il musical kolossal di Michele Guardì, tratto dall’opera immortale di Alessandro Manzoni, è arrivato a Milano, al Teatro degli Arcimboldi.
Con un cast di ottimi nomi noti e qualche piacevole sorpresa.
RENZO E LUCIA NELLA STORIA - Ne abbiamo avuto un assaggio in estate quando, evento molto inconsueto per il mondo del teatro, un musical (o meglio: un’opera moderna come si definiscono i musicals in Italia) viene ripreso in diretta dallo stadio Meazza di Milano e trasmesso in televisione ancora prima dell’inizio ufficiale della tournée. E’ il caso de I Promessi Sposi, musiche di Pippo Flora e regia di Michele Guardì: ecco il motivo di uno spettacolo senza dubbio dal taglio prima televisivo e poi teatrale, diretto da un regista del piccolo schermo che anche in teatro non nasconde il suo background artistico. Ora questo kolossal, tratto dall’opera immortale di Alessandro Manzoni, è arrivato a Milano, al Teatro degli Arcimboldi. La storia dei poveri Renzo e Lucia, il cui amore è ostacolato dal signorotto locale Don Rodrigo, invaghitosi della ragazza, ha fatto sudare generazioni di studenti ed è fonte continua di critica letteraria, perché dietro ogni parola di don Lisander (come veniva chiamato dai milanesi l’autore) si potrebbe scrivere un trattato. La versione di Guardì è abbastanza fedele al testo, con la carrellata degli eventi principali e dei personaggi che animano le pagine manzoniane.
IL CAST - Il cast dei cantanti è praticamente lo stesso di Notre Dame de Paris, come spesso succede nei nuovi lavori di produzione italiana: ottimi elementi, senza dubbio, che rendono lo spettacolo una garanzia. Ai grandi nomi già noti, un debutto importante: Noemi Smorra è Lucia. Azzeccatissima fisicamente, giovane, minuta, con il viso innocente; bella voce ma poca interpretazione: dall’inizio alla fine è sempre la stessa, che le impediscano di sposare Renzo o che l’Innominato la liberi, l’espressione non cambia; ma è giovane, l’esperienza la farà senz’altro maturare. Renzo è Graziano Galatone, figura ormai storica del musical italiano: ex Febo (Notre Dame de Paris), ex Lorenzo Il Magnifico (Il Principe della Gioventù), ex Mario Cavaradossi (Tosca Amore Disperato); sempre nella parte del “bello” di turno, del protagonista maschile buono, del principe senza macchia e senza paura che tutte le ragazze sognano di incontrare. La sua voce incanta come sempre, bella, piena, potente, però Renzo non è il suo personaggio meglio riuscito: il ragazzino ingenuo, a cui capita di tutto, non certo uomo di mondo, per citare il Manzoni, non gli si addice completamente. L’intesa artistica con Noemi Smorra, poi, è molto scarsa: niente a che vedere con quanto visto con le sue partners precedenti, con la sua Lucia c’è decisamente poco feeling. Vittorio Matteucci, ex Frollo (Notre Dame de Paris) ed ex Scarpia (Tosca Amore Disperato), è come sempre una garanzia: è un Innominato convincente, completamente nel personaggio, terribile all’inizio e dolcissimo dopo la conversione. E’ proprio la scena della sua redenzione, Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia gli dice Lucia, una delle più belle e toccanti di tutto lo spettacolo. Come sempre, però, una parte da cattivo, almeno inizialmente: sembra il suo destino artistico. Ritorno sulle scene per l’ex Esmeralda Lola Ponce, sempre bellissima, come Monaca di Monza. Intensa e sprezzante nel racconto della sua triste vita, costretta a farsi suora contro la sua volontà, dall’ingresso in convento al rapporto proibito con il suo amante, Egidio (Enrico D’Amore). Ma uno su tutti, che già dalla seconda nota eclissa gli altri senza ombra di dubbio: il Don Rodrigo di Giò Di Tonno. Ex Quasimodo, dalla voce inconfondibile, il cantante pescarese dà lezioni di teatralità per tutto lo spettacolo. Abituati a vederlo nei panni del tenero e sfortunato gobbo, qui diventa cattivissimo, spietato, pretenzioso, forse anche troppo: il personaggio manzoniano è più vile, abituato ad ottenere quello che vuole perché circondato da molti che fanno il lavoro sporco per lui. Di Tonno lo rende una vera forza del male, che non si arrende nemmeno davanti alla morte quando, colpito dalla peste, viene buttato insieme a tutti gli altri ammalati: anche quando, ormai, davanti alla morte che incombe siamo tutti uguali, si ostina a non volersi confondere con la massa. Una sola parola per lui: impressionante! Gli altri interpreti, fondamentali per la storia, hanno parti più brevi. Il pauroso Don Abbondio è un simpatico Antonio Mameli; Fra Cristoforo e il Cardinale Borromeo sono entrambi interpretati da Christian Gravina; poco rilevanti qui, al contrario che nel romanzo, Agnese (Paola Lavini) e la Perpetua (Brunella Platania): peccato! Ottimo il Griso di Alessandro Calamai (che voce!); azzeccatissimo, come il suo nome, l’Azzeccagarbugli di Antonio de Gobbi; dolcissima e commovente la Madre di Cecilia di Chiara Luppi, un cameo incastonato nella scena molto drammatica della peste. Il corpo di ballo vede 40 danzatori che cercano di muoversi sulle splendide coreografie di Mauro Astolfi: “cercano” perché sono molto sacrificati, sempre con elementi scenografici intorno, con i cantanti a occupare le parti migliori della scena e poco spazio a disposizione: non è semplice danzare in queste condizioni. Peccato, perché e coreografie meritano davvero; i danzatori, un po’ meno, il livello tecnico non è dei migliori.
QUALCHE INCONGRUENZA - Qualche incongruenza abbastanza importante rispetto al testo: si è già detto di Don Rodrigo un po’ troppo forte; Fra Cristoforo, al contrario, è molto mite e remissivo, mentre in realtà è una forza della natura, e il famoso Verrà un giorno detto qui a Don Rodrigo in punto di morte, in realtà è antecedente e avviene durante una sua visita al signorotto per chiedere misericordia per Lucia. Il Griso è uno dei dei bravi che va a dissuadere Don Abbondio dal celebrare il matrimonio di Renzo e Lucia (Questo matrimonio non s’ha da fare), mentre in realtà si tratta di due bravi qualsiasi.
AL DI LA' DEL PALCO - La prima cosa che impressiona è senza dubbio l’impianto scenografico e tecnico. Bellissime e complicate le scenografie di Luciano Ricceri, che ruotano, cambiano, calano dall’alto e sono di un realismo impressionante, con la possibilità per gli interpreti di viverle: bellissimo il palazzo da cui si affaccia l’Innominato, altrettanto il portico del convento di Monza. Con scenografie del genere, una buona parte di lavoro è già fatto, se poi aggiungiamo le retroproiezioni e le ottime luci di Franco A. Ferrari, il prodotto è davvero spettacolare. Le musiche di Pippo Flora alternano brani di rara bellezza, come quelli di Don Rodrigo, ad altri di una noi mortale, soprattutto quelli di Fra Cristoforo e alcuni di Lucia. La bravura dei cantanti esalta comunque la musica, anche quella più banale. Un vero kolossal, senza risparmio di mezzi e tecnologia: che abbiamo amato o no questa perla della letteratura di casa nostra, tradotta in moltissime lingue, vale la pena di non perdere questa versione teatral-televisiva.
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