In scena alla Scala (fino al 4 novembre) un must del repertorio ballettistico: Raymonda. Che questa volta, però, rivive nell’originale versione firmata Petipa e datata 1898.
MILANO – È un Medioevo fantastico che fa da sfondo a Raymonda, quello dell’epica narrata nelle chansons de geste, in una Provenza che parla delle crociate senza essere sfiorata dalla loro violenza. La cupezza, se c’è, è data da una coscienza ancora estranea al Rinascimento, fatta di superstizioni e credenze ancestrali.
Creato sulle fantasiose musiche di Aleksandr Glazunov, il balletto andò in scena nel 1898 inscrivendosi nella più sontuosa tradizione dei Balletti Imperiali pietroburghesi.
Niente fate, né malefici. Il soprannaturale, il Raymonda, resta sullo sfondo. Lei, la giovane contessa che dà il titolo al balletto, attende il rientro in patria dell’amato, il Cavaliere Jean de Brienne partito per combattere sotto l’egida del re d’Ungheria. In sogno la Dama Bianca, protettrice del suo castello, la avvisa però di un pericolo imminente: un cavaliere saraceno che perde la testa per lei. E lo straniero, che si chiama Abderahman ed esiste davvero, fa la sua comparsa durante la festa preparata per il ritorno di Jean de Brienne. Dichiara il suo amore a Raymonda, la lusinga con le danze dei suoi schiavi, tenta addirittura di rapirla. E com’è ovvio l’arrivo del cavaliere innamorato, al momento giusto, metterà il malvagio fuori gioco e sarà un trionfo di romanticismo.
Per chiudere la stagione 2010/2011 il Teatro alla Scala ha scelto di ricostruire la versione originale del balletto coreografato da Marius Petipa: rimessa in scena da Sergej Vikharev, ex Primo ballerino del Mariinsky (o Kirov), la coreografia è stata fedelmente riproposta così come nacque, con le scene d’antan di Orest Allegri, Pëtr Lambin e Konstantin Ivanov e il colorati costumi di Ivan Vsevoložskij.
DUE CULTURE – Un ritorno alle origini per riproporre il sentire diffuso che Raymonda respirò fin dalla sua première: il balletto, nella cornice medioevale, getta lo sguardo sul confronto fra due culture incarnate dai due personaggi maschili, Jean de Brienne e Abderahman. Un antagonismo che è pendant (da un certo punto di vista) di quello fra le due figure femminili di un altro grande classico, La Bayadère: la danzatrice del tempio Nikiya e la principessa Gamzatti.
In Raymonda, con il cavaliere francese e quello saraceno si scontrano due sistemi di costume e di culto antitetici. Da una parte la visione “cortese” della donna, tipica dell’Europa pre-rinascimentale; dall’altra il ratto e l’assoggettamento.
Invitati come guest in Scala, sono Olesya Novikova (Prima solita del Mariinsky) e Friedemann Vogel (Principal dello Stuttgart Ballet) a dar vita in alcune recite ai due innamorati. Pur in una danza di limpida precisione, la Novikova manca della vitalità indispensabile per dar nerbo a questo ruolo-mito del balletto classico, e la notevole esattezza con cui esegue i passi sbiadisce in una recitazione debole e monocorde. Vogel, costretto in un ruolo meno impegnativo (una sola variazione contro le sei di lei), la sostiene con nobiltà.
Ad alternarsi nel ruolo principale è la Prima ballerina di casa Marta Romagna, affiancata dal solista Eris Nezha, validissimo e austero Jean de Brienne. Se la danza della Novikova è più virtuosa, quella della Romagna ha più carattere: la Prima ballerina scaligera ben affronta la coreografia di Petipa unendovi un’espressività più duttile e – in definitiva – simpatica.
ENTERTAINMENT – In molti si sono chiesti quanto sia lecito interrogarsi sull’opportunità di una simile operazione di recupero. E quanto sia legittimo trovare ostica una produzione distante oltre cent’anni dal gusto attuale.
Rimane indiscusso il valore documentaristico dell’impresa, che riporta in vita l’autentica Raymonda cui si sono ispirate le numerose rielaborazioni successive. Accanto all’entusiasmo dei puristi, però, si pone l’esigenza imprescindibile del sistema contemporaneo. Che, in qualsiasi forma d’arte, deve fare i conti con il suo pubblico e le sue esigenze, anche commerciali. E questo perché, fin dalle sue origini, la tensione al racconto propria dell’uomo convive con l’entertainment. Un principio e una necessità che nessuna forma d’arte narrativa (letteratura, teatro, cinema…) può o dovrebbe ignorare.
Così, anche dopo questa Raymonda proposta in Scala, c’è chi ha invocato il riguardo per un linguaggio e uno stile da rispettare anche fuori dal suo contesto storico, e chi ha obiettato che il punto è proprio lì, nella lontananza da un contesto storico in cui il pubblico di oggi non è calato, e che rende questa Raymonda estranea alla sensibilità contemporanea.
www.teatroallascala.org
Nella foto, Marta Romagna (Teatro alla Scala)
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