Dopo capolavori come Tema e variazioni e Balletto imperiale, entra in repertorio al Teatro alla Scala uno dei balletti a serata intera più celebri di George Balanchine: Jewels, danza astratta che si rifà allo scintillio di smeraldi, rubini e diamanti.
MILANO – Dal 2005, nel corso degli ultimi sei anni, il balletto del Teatro alla Scala ha riportato in più occasioni George Balanchine alla ribalta. Scelte a fuoco, grandi ingressi in repertorio e attesi ritorni, che hanno proposto alcuni fra i capolavori più significativi del grande coreografo georgiano. È proprio il 2005 quando il corpo di ballo scaligero affronta l’immortale Tema e variazioni, gloriosa rievocazione degli splendori pietroburghesi e puro distillato di lessico classico: un complesso tour de force per la coppia principale, che si alterna di variazione in variazione al corpo di ballo. Circa mezz’ora su musiche di Tschaikovsky, con uno dei passi a due più evocativi della produzione balanchiniana e un’emozionante polonaise come finale. Si susseguono poi balletti come il celeberrimo Apollo, in cui il dio del sole e delle arti è visitato da tre muse, e l’enigmatica iconografia del Figliol prodigo, creato su musiche di Prokofiev dalla parabola evangelica. Nel 2010 torna alla Scala, dopo oltre vent’anni, uno dei maggiori tributi di Balanchine alla tradizione russa: Balletto imperiale. Un grandioso palazzo come scenario e il secondo Concerto per pianoforte (in sol maggiore) di Tschaikovsky vedono inanellarsi di variazioni e momenti d’ensemble, per uno schema coreografico lirico e regale, ma anche inaspettatamente giocoso. Senza contare che, da quasi dieci anni, la compagnia scaligera ha fatto del Sogno di una notte di mezza estate di Balanchine uno dei suoi cavalli di battaglia. Nuovo entrée au répertoire balanchiniano, con il 2011, il trittico di Jewels, balletto astratto ispirato a una collezione del gioielliere Claude Arpels ammiratissima dal coreografo. Creato nel 1967 per il New York City Ballet, e in scena alla Scala fino al 26 maggio con le scene di Peter Harvey e i costumi originali di Karinska, Jewels si nutre di atmosfere differenti nelle sue tre parti – Emeralds, Rubies e Diamonds – e dei colori che (ovviamente) appartengono alle tre pietre: il verde intenso degli smeraldi, il rosso dei rubini e il bianco luccicante dei diamanti.
EMERALDS – Prima e più ispirata delle tre parti del balletto, Emeralds è costruito su estratti da Pelléas et Mélisande e Shylock di Gabriel Fauré, la cui produzione è stata ponte fra il romanticismo e l’impressionismo musicale. Unico dei tre atti in cui, per ammissione dello stesso Balanchine, è ravvisabile un’ispirazione geografica (la Francia romantica e alla moda), è pensato per due coppie principali e tre solisti. Sentimentali i pas de deux, qua e là velati di spirito nostalgico. Ora frizzanti ora assorte le variazioni. A cogliere appieno l’elegante e sottile vivacità di Emeralds è qui la prima ballerina Gilda Gelati, che reinterpreta con attenta sicurezza i raffinati disegni della coreografia di Balanchine come parte femminile della prima coppia, validamente affiancata dal primo ballerino Alessandro Grillo. Il resto delle interpreti femminili non mostra altrettanta grazia. Sentito il lungo applauso del pubblico a scena aperta prima del conclusivo pas de sept.
RUBIES – Ideato su musiche di Igor Stravinskij, il secondo atto di Jewels – tutto rosso rubino – parte in quarta con estro spumeggiante: flamboyant, lo definiscono a Parigi, ammiccante, quasi beffardo. E per questo meno empatico di Emeralds. Sfumature jazz venano un susseguirsi quasi aggressivo di frammenti coreografici pensati ora per una coppia principale, ora per un ruolo femminile da solista alla guida del corpo di ballo. Rubies è l’unica parte del balletto già andata in scena a Milano, estrapolata e collocata all’interno di programmi differenti (l’ultima volta nel 2004). Per il ritorno in Scala, all’interno del balletto completo, Alessandra Vassallo e Federico Fresi si cimentano con correttezza come coppia principale; le linee della prima ballerina Marta Romagna si rivelano ancora una volta adattissime alla parte della solista femminile.
DIAMONDS – Gran finale del balletto in pieno Russian style, sontuoso ritorno a un rigoroso classicismo. Dalle musiche allo splendore di una coreografia che omaggia con grandeur Marius Petipa (creatore di numerosissimi balletti del repertorio classico), tutto qui sembra rimandare alla San Pietroburgo imperiale. Supportando così la teoria di chi rivede nell’intero balletto riferimenti territoriali (oltre alla Francia per Emeralds, si parlò dell’America per Rubies; quest’ultima associazione fu però smentita da Balanchine). Le parti di Jewels avrebbero in realtà potuto essere quattro, con una sezione – Sapphires – su musiche di Schönberg; ma il colore degli zaffiri è “hard to get across on stage”, difficile da ottenere in scena, disse Balanchine, e il balletto rimase un trittico chiuso appunto da Diamonds, coreografato sulla Sinfonia n. 3 in Re maggiore op. 29 di Pyotr Ilyich Tchaikovsky (primo movimento eslcuso). In scena per le ultime tre recite, la Principal dello Staatsballett di Berlino Polina Semionova, con Guillaume Côté del National Ballet of Canada come partner. Alta e chic, la Semionova sfoggia tecnica e nobiltà stilistica: se Côté è a tratti affettato, lei si presta con successo all’articolato succedersi di pas de deux, variazioni e della trascinante polacca finale.
Nella foto: Gilda Gelati e Alessandro Grillo in Emeralds al Teatro alla Scala (Brescia - Amisano)
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