
Spettacoli così non se ne vedono spesso, purtroppo. Per due sole sere Milano ha ospitato l’Aterballetto di Reggio Emilia, diretto da Cristina Bozzolini, in un lavoro di Mauro Bigonzetti, Certe Notti, tutto su canzoni di Ligabue.
Aterballetto è una delle principali compagnie di danza in Italia che non sia una fondazione lirica, forse la prima per storia e per repertorio. Nata nel 1979, diretta per quasi 18 anni da Amedeo Amodio, dal 1997 al 2007 è stata guidata invece da Mauro Bigonzetti, affermato coreografo internazionale che ha saputo rinnovare la compagnia dandole un profilo, appunto, più aperto all’internazionalità e alla modernità, nonché un impronta di repertorio tipicamente contemporanea, facendo buttare punte e tutù. Per dedicarsi di più proprio alla coreografia, dal 2008 a Bigonzetti, che rimane appunto come coreografo principale, è subentrata Cristina Bozzolini (ex prima ballerina del Maggio Musicale Fiorentino) alla direzione della compagnia. Oltre a Bigonzetti, i maggiori coreografi contemporanei del nostro tempo hanno lavorato per la compagnia emiliana: Jiri Kylian, William Forsythe, Fabrizio Monteverde, Jacopo Godani, solo per citarne alcuni. Come dire: la crème de la crème della danza contemporanea.
CERTE NOTTI - La compagnia, formata da diciotto danzatori di diverse nazionalità, non ha disatteso le aspettative ed ha mostrato un livello tecnico impressionante sul palco del Teatro Della Luna: tutti, dal primo all’ultimo, praticamente perfetti (come disse Mary Poppins nel film omonimo). L’idea di uno spettacolo sulle canzoni di Ligabue è nato, dice Bigonzetti, perchè “Siamo della stessa generazione, abbiamo vissuto gli stessi anni e le energie di quegli anni ci hanno segnato profondamente. E’ la curiosità a dar forza ai nostri animi e così ci siamo trovati a guardare uno nell’opera dell’altro e a capire che ne poteva nascere un’opera unica”. Ed è proprio così: su un genere musicale molto pop, Bigonzetti riesce a creare un’opera totalmente contemporanea, e di rara bellezza; per una volta, nessuna musicalità strana, alla Paart o Satie, ma un sano cantautore italiano molto popolare. L’opera alterna parti corali, passi a due, passi a tre, duetti ed assoli, con un risultato dinamico, tecnico, mozzafiato; per un’ora e mezza l’attenzione non cala un secondo. I danzatori sono vestiti molto semplicemente, in stile moderno, tutti diversi; solo una delle ragazze, che è quella che apre lo spettacolo, ha una gonna a tutù, subito spezzata da un moderno top. Come scenografia, solo proiezioni video: nessun fondale, nessun oggetto in scena. Non si è colto se ci fosse un filo narrativo nell’opera, probabilmente no, com’è nel migliore stile della danza contemporanea: un insieme di emozioni e sentimenti che prendono corpo nei movimenti dei ballerini, che, rigorosamente tutti a piedi nudi, riempiono lo spazio scenico con movimenti tecnicamente ottimi ed esteticamente bellissimi. Quindici canzoni di Ligabue, appunto, per un atto unico che lascia senza fiato. Peccato che spettacoli di questo livello facciano pochissime repliche: solo due a Milano, e con il teatro non pienissimo. Certo, non è assolutamente un prodotto commerciale, ma di altissimo livello: perché il pubblico italiano, di radici culturali millenarie, accorre in massa solo se ha visto qualcuno degli interpreti in televisione, anche se totalmente incapace? Mistero.
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