Strappa l’applauso a Milano il famosissimo balletto di Kenneth MacMillan, con una protagonista sventata eppure calcolatrice, dal fascino irresistibile. Una tragedia di rara potenza drammatica che ha visto il ritorno nel ruolo principale di una star dall’allure senza tempo: Sylvie Guillem, affiancata dall’étoile scaligera Massimo Murru
MILANO – A distanza di oltre cinque anni dalle ultime recite (nell’autunno del 2005) torna in Scala uno dei balletti narrativi più celebri del Novecento. Basato sul romanzo dell’abbé Prévost, Manon è caposaldo del traghettare del balletto classico verso forme (neoclassiche) che ne attualizzino il contenuto. Non soltanto nella rinnovata freschezza coreografica, che abbatte i rigidi criteri del repertorio a favore di una nuova espressività, grazie a una coreografia che vive di sottotesti di significato. Ma anche nel coraggio di sporcarsi le mani.
Kenneth MacMillan, già direttore del Royal Ballet e suo principale coreografo insieme a Frederick Ashton, creò infatti Manon assecondando una vena creativa che, restando debitrice dello stile ballettistico tradizionale, volle far transitare la danza verso forme espressive nuove, capaci di ricalcare il reale anche nelle sue sfaccettature più complesse e meno limpide.
Dalla Royal Opera House di Londra, dove Manon e tutti i balletti di MacMillan furono creati per il Royal Ballet, prese così vita una nuova vocazione, fra le più fertili del balletto novecentesco.
MacMillan creò, fra gli esempi, Mayerling (nel 1977) ispirandosi alla passione distruttiva fra il principe Rodolfo d’Asburgo e la giovanissima amante Maria Vetsera, con espliciti riferimenti alla droga, al sesso, ai sordidi intrighi del potere. Con My Brother, My Sisters (1978) esplorò i legami psicologici familiari ai limiti dell’incesto. Persino il suo famosissimo Romeo e Giulietta (1965) affondò le mani in dinamiche passionali ritraendole come pulsioni che sfuggono al controllo dei suoi personaggi.
Manon, la protagonista del balletto omonimo (al Royal Ballet è Manon, in altre compagnie il titolo diviene L’Histoire de Manon) è infantile e amorale, una sedicenne prossima all’ingresso in convento che scopre l’amore ma non sa resistere al richiamo del denaro e del lusso. S’innamora di Des Grieux, studente di buona famiglia, ma, quando il fratello Lescaut cerca di convincerla ad accettare il nobile Monsieur G.M. come protettore, Manon cede al richiamo dei gioielli e di una vita di agi.
CARNEFICE O VITTIMA? – Un comportamento illogico, quello di questa figura che ha affascinato generazioni, su cui la letteratura ancora dibatte: carnefice o vittima?
L’avventatezza delle sue scelte, frutto ora del calcolo ora dell’istinto, la portano inevitabilmente a un finale tragico: deportata a New Orleans come prostituta, concupita dal carceriere della colonia, ma sempre accompagnata dal fedele Des Grieux, che l’ha seguita in America e che per lei arriverà a macchiarsi d’omicidio. Morirà in fuga fra le paludi della Louisiana, prostrata dalla febbre e dalla fatica.
Balletto di grande intensità visiva, Manon trae forza dal potente lirismo dei pas de deux (celeberrimo quello finale, nella palude, ma toccante è anche il primo duetto alla locanda, durante il quale Manon e Des Grieux si innamorano). Ridotta a merce da un fratello che la porta a vendersi e da un ricco protettore che, per averla, la copre di oro e pellicce, la protagonista femminile creata da MacMillan diviene un impegnativo terreno di confronto per ogni interprete, sintesi di sentimenti contrastanti, che manipola e subisce le pressioni del desiderio maschile – emblematica la sua riduzione a oggetto nel passo a tre del primo atto, in cui il fratello e G. M. fanno oscillare e ruotare il suo corpo come un giocattolo.
GUILLEM SUPERSTAR – Per il confronto con un’eroina letteraria così poliedrica è tornata al Teatro alla Scala una delle più grandi interpreti di sempre, Sylvie Guillem. La superstar francese, fatta étoile da Nureyev all’Opéra di Parigi e in seguito Principal al Royal Ballet, è stata ancora una volta Manon sulle tavole del Piermarini (già nel 2004 e nel 2005) incantando Milano con la sua squisita grandeur.
Il talento della Guillem nel dar vita al personaggio dell’abbé Prévost è inarrivabile, fatto d’istinto, perfezione tecnica e della consapevolezza di chi – proprio al Royal Ballet – ha ballato Manon un’infinità di volte. Un attesissimo ritorno, con la Scala gremita di fan da mezzo mondo, per una prova di fascino irresistibile.
Oltre dieci minuti di applausi e boati a luci accese hanno scosso la Scala per salutare la gloriosa Manon di Sylvie Guillem e dell’étoile di casa Massimo Murru, al suo fianco come Des Grieux. Limpido nell’esecuzione e interprete appassionato, Murru non si limita a ritrarre il candore di uno studente che arriva a rovinarsi per una ragazzina mutevole, ma esplora il sentimento combattuto di un uomo che mette da parte orgoglio e dignità rischiando di annullarsi in un amore senza condizioni.
Ad affiancare la coppia da primato Guillem-Murru è stato chiamato in Scala Thiago Soares, Principal del Royal Ballet, nel ruolo di Lescaut, l’avido fratello. Tecnica e recitazione sono assai incisive: ovazioni entusiaste anche per lui.
In altre recite, il ruolo di Manon è stato affrontato con convinzione anche dalla prima ballerina milanese Gilda Gelati. Una protagonista dal piglio meno vigoroso, ma sempre ottima in una caratterizzazione raffinata che pone l’accento sull’aspetto di soggetto debole: donna in un mondo dominato dal’uomo, la Manon della Gelati subisce le conseguenze della sua stessa sventatezza come quelle dell’essere oggetto del desiderio maschile; sa di poter esercitare potere di seduzione, ma non sa controllarlo. Valido, al suo fianco, il Des Grieux di Eris Nezha, palpitante e bravissimo partner. Meno aggressivo di Soares ma bene in parte il primo ballerino Antonino Sutera nei panni di Lescaut: una prova fatta di verve, controllo tecnico e approccio mai convenzionale a un personaggio così controverso.
Strappa l’applauso anche la sicurezza tecnica della giovane Alessandra Vassallo, in scena per interpretare l’energico ruolo dell’amante di Lescaut.
Sempre d’impatto i costumi originali di Nicholas Georgiadis, che operano sull’azione (ambientata all’epoca della Reggenza) un leggero sfasamento temporale, avvicinando le fogge dei costumi a quelle della moda post-1750.
Nelle immagini, dall'alto: Sylvie Guillem e Massimo Murru; Gilda Gelati ed Eris Nezha (foto Brescia/Amisano, Teatro alla Scala).
Teatro alla Scala
Via Filodrammatici, 2
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