Uno dei balletti più celebri torna in scena in una delle sue rivisitazioni più complesse: un principe tormentato, un amore impossibile, l’ombra di una tragedia che non lascia scampo. Una produzione di solenne eleganza e sottili implicazioni psichiche, riproposta sia all’Opéra di Parigi (dove nacque) che alla Scala di Milano.
Commissionato dal Bolshoi a Mosca nel 1877, il primo Lago dei cigni fu coreografato da Julius Wenzel Reisinger sulle musiche di Pyotr Ilyich Tchaikovsky. Proprio queste, oggi capolavoro indiscusso di sinfonismo orchestrale, furono però giudicate troppo complesse. Reisinger faticò a cogliere appieno l’intento drammaturgico di Tchaikovsky, il dramma double-face dell’amore impossibile fra un principe e una creatura soprannaturale, principessa trasformata in cigno.
Non fu questa la versione che consegnò Il lago dei cigni alla fama. Oggi infatti gli allestimenti più celebri del balletto sono quelli basati sullo schema coreografico di Marius Petipa e Lev Ivanov, nato nel 1895 al Mariinsky di San Pietroburgo.Ambiguo emblema di doppiezza, il cigno, nel suo candore bifronte: quello solare, maschile, e quello lunare, tipicamente femminile.
Una natura enigmatica che nel balletto trova nuove letture. Come quella della mutevolezza intrinseca di Odette, principessa costretta da un maleficio ad assumere durante il giorno le sembianze di cigno; creatura non terrena il cui fascino non è privo di ambivalenza. Ma l’indole doppia torna ad emergere nella contrapposizione fra Odette, cigno bianco, e Odile, cigno nero creato per ingannare il principe Siegfried, che ha giurato di spezzare con il suo amore l’incantesimo su Odette.
IL LAGO SECONDO NUREYEV – Rudolf Nureyev rivisitò Il lago dei cigni a Vienna nel 1964, ma nel 1984, già direttore del Ballet de l’Opéra di Parigi, tornò sulle tracce del mito nato dalla partitura di Tchaikovsky.
All’epoca, l’Opéra aveva in repertorio la versione politically correct di Vladimir Bourmiester, allineata al regime sovietico che impose il lieto fine (fu creata nel 1953). Nureyev rilesse invece l’originale di Petipa e Ivanov in chiave freudiana – un’operazione eseguita a Parigi anche l’anno successivo, nel 1985, con la sua coreografia più interessante, quella de Lo schiaccianoci. Un Lago, questo, che prende forma nella mente del principe Siegfried, e pervaso da un sottile senso di disperazione che getta una luce tutta nuova sulle note tchaikovskiane.
È nel sogno che Siegfried si rifugia per sfuggire alle pressioni della vita reale: quelle di una madre che lo vuole regnante e sposato perché ormai entrato nell’età adulta. Ma ha la consistenza onirica dell’incubo il prologo in cui Siegfried vede Odette cadere vittima dell’incantesimo del perfido Rothbart.
Un principe che non regge il peso della realtà. È ambigua anche la sua natura sessuale, non formata, forse soggiogata dalla pressante autorità di Wolfgang, il precettore nelle cui fattezze Siegfried vedrà proprio Rothbart.
La consapevolezza di un’omosessualità inconfessabile nella Russia del XIX secolo fu, del resto, elemento che Tchaikovsky non trascurò di inserire nella creazione del Lago dei cigni. E nemmeno questa ambivalenza sfuggì a Nureyev. Odette e il suo opposto Odile possiedono infatti un’essenza multiforme nel loro essere proiezioni mentali del desiderio di Siegfried. Che è palesemente succube di Wolfgang, in cui la stessa Fondazione Rudolf Nureyev rivede - attraverso le parole di Josseline Le Bourhis - un autentico “direttore di coscienza”. Come ricorda la Le Bourhis, dopotutto, il Siegfried di Nureyev “indirizza il suo affetto a una creatura sublime, ma inaccessibile, per reprimere la sua latente omosessualità”. Lo conferma la Polacca del primo atto, danzata da un corpo di ballo esclusivamente maschile (“il vit – dans son palais – entouré de jeunes garçons” sottolinea la stessa Le Bourhis).
Nell’azzardata ipotesi più romantica, la devozione a una donna-simbolo degna d’ammirazione e rispetto è stata citata come omaggio di Nureyev alla partner di scena più amata, la Principal del Royal Ballet Margot Fonteyn.
Il Lago secondo Nureyev è tornato in scena con l’inizio della stagione invernale sia in casa, all’Opéra di Parigi, che al Teatro alla Scala di Milano, dove mancava dal 2001 (nel 2004 entrò nel repertorio scaligero la versione di Bourmeister). Venti recite alla maison parigina nella sede dell’Opéra Bastille, dal 29 novembre al 5 gennaio. Undici spettacoli a Milano, invece, fra il 16 dicembre - con un’anteprima dedicata ai giovani il 15 - e il 7 gennaio.
LAGO ALL’OPÉRA – Trionfali, come ama la tradizione dell’Opéra, gli spettacoli parigini che dopo cinque anni hanno fatto rivivere questo Il lago dei cigni. Affidato Tchaikovsky al giovane e talentuoso direttore Simon Hewett, il corpo di ballo torna a incantare nei rigorosi schemi coreografici del balletto.
Al debutto nel doppio ruolo di Odette/Odile, con la stagione 2010/2011, l’étoile Laëtitia Pujol. Raro trovare una ballerina in grado di operare una trasformazione così completa e raffinata, nel passaggio dal secondo atto (quello del cigno bianco) al terzo (in cui appare come cigno nero). L’Odette della Pujol è malinconica e sofferta: nell’entrée non ci sono artefatte pretese di regalità, ma soprattutto la ferita di una donna costretta a vivere fra due mondi. Splendide le punte e l’elegante lavoro delle braccia. Quasi diabolica, invece, in una caratterizzazione a tinte forti nel terzo atto, la Pujol sostituisce allo stile puro e sottile del cigno bianco un virtuosismo tecnico inebriante: cigno nero di spietata determinazione che non sacrifica il piglio chic. Da antologia la perfezione della variazione del pas de trois del cigno nero (in cui Nureyev trasformò l’originario pas de deux). Applausi e grida entusiaste hanno salutato, durante l’esecuzione, la serie dei trentadue rapidissimi fouetté aperti e chiusi da una pirouette tripla.
Al suo fianco l’étoile Mathieu Ganio ben incarna un principe combattuto fra il dovere e l’ideale, dando forma al malessere di Siegfried soprattutto nella variazione lenta del primo atto, affrontata con meditata sofferenza. Ignorate dal pubblico le poche imprecisioni tecniche, fra cui un rischiosissimo atterraggio della variazione del terzo atto.
L’étoile Benjamin Pech, già interprete di Siegfried ora alle prese con Wolfgang/Rothbart, coglie appieno il chiaroscuro dell’enigmatica figura immaginata da Nureyev, altero ma duplice e insinuante. Una prova mai piatta che s’impone anche per tecnica nella complessa variazione del pas de trois del cigno nero (molto belli i tour en l’air consecutivi eroicamente chiusi senza sbavature).
Riuscito il pas de trois del primo atto, in cui brilla soprattutto la prima ballerina Eve Grinsztajn; generosa l’energia nell’esecuzione delle danze di carattere, soprattutto la danza napoletana e la mazurka.
LAGO ALLA SCALA – Sul podio della Scala, in occasione della ripresa del Lago di Nureyev, è salito per tre recite il celeberrimo direttore d’orchestra Daniel Barenboim, che ha passato poi il testimone all’applaudito collaboratore Julien Salemkour. L’orchestra scaligera ha dato nuova e ammirata lettura alle note di Tchaikovsky, pregne di stupita passione, anche se forse meno semplici da ballare.
Invitati per cinque recite due Principal del Mariinsky, Alina Somova (Odette/Odile) e Leonid Sarafanov (Siegfried).
Sontuosa la prova della Somova, che sfoggia la tecnica con sussiego (belli gli equilibri). Ma verve e ricercatezza dello stile Nureyev si perdono fra le modifiche che la ballerina russa fa qua e là alla coreografia, affrontata con più tempra che lirismo.
Sarafanov esegue con correttezza, ma nella precisione asettica è difficile riconoscere il tormento di Nureyev. Ed è un peccato che, al suo fianco,
Antonino Sutera veda in Wolfgang solo un dispotico potere inibente, senza dar forma all’elusiva ambiguità delle sue doppie facce. Il pubblico milanese l’ha comunque salutato con calorosa convinzione, nonostante le inesattezze tecniche (ancora, gli ostici tour en l’air consecutivi nel terzo atto).
Arduo per il corpo di ballo rispondere con efficacia agli esigenti dettami della coreografia nel primo atto, mentre nel secondo le file dei cigni hanno saputo plasmarsi sul rigore delle geometrie firmate Nureyev. Applauditissimi i quattro piccoli cigni.
Sempre suggestivo il décor di Ezio Frigerio, che congela in solenni architetture tanto gli sfarzi del palazzo quanto la componente naturale. Poche le differenze fra l’allestimento dell’Opéra e quello della Scala, sulla carta firmati entrambi da Frigerio con i costumi di Franca Squarciapino; in particolare nel primo atto: dietro le aperture fra mura e colonne della reggia s’intravede in Scala un fondale dipinto in architettura gotica; all’Opéra, invece, dietro le colonne sta un evanescente lucore grigiastro, iconico cielo brumoso che si scurisce con l’avanzare della sera.
Nelle foto, dall'alto: Laëtitia Pujol e, di spalle, Mathieu Ganio nel Lago dei cigni all'Opéra di Parigi (Anne Deniau, Opéra National de Paris); Alina Somova e Leonid Sarafanov in Scala (Brescia-Amisano, Teatro alla Scala).
Opéra National de Paris
8 rue scribe
75009 Paris
www.operadeparis.fr
Teatro alla Scala
Via Filodrammatici 2
20121 Milano
www.teatroallascala.org
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