E' tornato al Teatro alla Scala il capolavoro in danza di John Cranko, Onegin. Immortale storia di rimorsi e amore non corrisposto, ha fatto rivivere sulle musiche di Čajkovskij l'atipico eroe del romanzo di Aleksandr Sergeevič Puškin: romanticismo, ma anche acuta indagine storica e psicologica
MILANO – Aleksandr Sergeevič Puškin compose Evgenij Onegin, il suo immortale romanzo in versi, nel corso di diversi anni. La genesi dell’opera risale al maggio del 1823, ma è solo con il settembre del 1830 che l’Onegin può considerarsi terminato (pur essendo ancora privo della lettera di Eugenio a Tatiana).
L’idea risale con ogni probabilità al 1820. Puškin viveva in Crimea, all’epoca, nel fiorire della Restaurazione. Lo stesso Puškin secondo molti va annoverato come occulto protagonista di una storia che appare semplice, ma è ricca di sottotesti psicologici e storici. Commenti, riferimenti personali (nel romanzo Puškin parla di Onegin come di un suo «buon amico») e una descrizione della società d’epoca acuta e sottile.
Gli eventi dell’Onegin hanno inizio nel 1919 e si concludono con il 1925. Le ansie e gli sviluppi storici e sociali sono pertanto descritti dall’autore senza il filtro del tempo.
Negli anni il fascino della storia non si è spento. Il coreografo d’origine sudafricana John Cranko, nel 1965, ne fece un balletto che, a distanza di oltre quarant’anni, conserva intatti lirismo e bellezza.
UNA FELICITÀ DI BREVE DURATA - Eugenio Onegin è un annoiato dandy dell’alta società di Pietroburgo. Eredita i possedimenti di uno zio in campagna. Conosce qui il giovane poeta Vladimir Lenskij; introdotto alla fidanzata di lui, Olga, Eugenio ne conosce la famiglia, inclusa la sorella Tatiana.
Tatiana s’innamora di Eugenio e di getto gli scrive una lettera dichiarando ciò che prova per lui.
Nel balletto, addormentatasi, Tatiana sogna Eugenio uscire dallo specchio e corrispondere il suo amore. Ma è una felicità di breve durata. In occasione della festa per l’onomastico della ragazza, Eugenio tenta di restituirle la lettera, per poi stracciarla davanti a lei. Narciso e irritato, prima di andarsene si lancia in uno sfacciato corteggiamento di Olga, con cui danza ripetutamente. L’animo candido di Lenskij è offeso: il poeta reagisce sfidando l’amico a un duello di pistole. Nessuno riesce a smuovere Lenskij dal suo proposito. Ma Onegin è un tiratore provetto, addestrato da anni d’esercizio: è inevitabilmente il poeta a soccombere, ucciso dall’amico.
Gli anni (Cranko vuole siano dieci, in realtà per Puškin sono solo sei) non cancellano il rimorso di Eugenio, che ha lasciato la Russia subito dopo la morte di Lenskij. Quando rientra a Mosca, il protagonista è ancora schiacciato dal dolore e dal rimorso. Ritrova Tatiana, moglie del principe Gremin (un generale nel romanzo). È lui a innamorarsi di lei, ora, e a scriverle una lettera. Ma è tardi: durante un drammatico incontro Tatiana, lottando contro i sentimenti anche ancora la animano, strappa la lettera di Eugenio.
SPIRITO SENZA TEMPO - L’Onegin non è solo un capolavoro letterario. Gli studi hanno evidenziato al suo interno analisi storiche e sociali di lucida complessità.
La malinconia di Eugenio, il suo disinteresse nei confronti dell’esistenza, affondano le radici nella psicologia e nella storia. L’oneginismo è stato individuato come patologia propria del personaggio Onegin, ed è ben diversa da quella che si definisce depressione. Puškin ne parla come di spleen, il termine inglese che cerca di tradurre il russo chandra, quel tedio nei confronti dell’esistenza (ennuî per i francesi) che nasce nel momento in cui la vita non si conforma ai nostri sogni e piani di felicità. Molti hanno insistito nel vedere in questo sentimento non solo una malattia personale, ma piuttosto un residuo della delusione storica che invade l’Europa dopo la caduta di Napoleone e degli ideali illuministi.
Il balletto, nell’operazione di sintesi e adattamento, non respira ovviamente i temi universali di Puškin, ma vive dell’universalità dei suoi quadri e dello spirito senza tempo dell’opera.
L’Onegin di Cranko ben ripropone (con una variazione del primo atto) gli echi dello spleen, ma trasforma poi – con abilità incisiva – il balletto in un’affascinante e poetica storia d’amore non corrisposto: il dettaglio storico cede il passo ai sentimenti terreni della colpa e della passione che, pur soppressa, non può che tornare a esplodere.
CHIAROSCURI - Riadattato nella sua versione definitiva nel 1967, Onegin di John Cranko è noto nel mondo per la resa magistrale di gesti carichi di significato, non più mosse teatrali ma autentiche espressioni semantiche. La mimica rifiuta l’enfasi, nella gestualità come nell’interazione. Del resto, i duetti dell’Onegin sono fra i più riusciti del teatro di danza di sempre. Inarrivabile la bellezza del pas de deux del primo atto, quando Tatiana si addormenta sulla lettera d’amore e sogna Eugenio: non il classico passo a due che palpita d’amore, ma un confronto ricco di chiaroscuri e di sussulti emotivi che sorprendono Tatiana, scossa dalla passione e dal presagio inatteso. Non si rivelerà premonizione felice, lo sappiamo. Puškin immagina per la sua eroina un incubo: sola nella brughiera innevata, viene rapita da un orso e condotta in una capanna, dove si sta svolgendo un baccanale di mostri. Il padrone è Eugenio: dichiara che Tatiana è sua e fa sparire la brigata mostruosa.
Il passo a due del primo atto riecheggia i versi di un sentimento combattuto, inatteso e nuovo, che si discosta dall’infatuazione adolescenziale. Un tormento che nel secondo atto – in forma non più onirica questa volta – prende forma nella complessa variazione di Tatiana, intricato susseguirsi di giri e salti nervosi.
Alla difficoltà del ruolo (esecutoria e interpretativa) ha magistralmente fatto fronte l’ospite Maria Eichwald, Principal del Balletto di Stoccarda, la compagnia che vide nascere Onegin e che ne è principale custode. Da sempre grande interprete di Cranko (lo ballò anche al Bavarian State Ballet di Monaco, lasciato per Stoccarda; ma viene ancora chiamata a Monaco come guest), la Eichwald nel ruolo è sempre una scoperta. Già cinque anni fa lo notammo, vedendola nel ruolo a Stoccarda: tecnica d’acciaio e candore verginale, ritrae Tatiana con sorprendente modernità e scevra da artifici retorici.
Non brilla al suo fianco l’étoile di casa Roberto Bolle. Dai palchi gli esperti gemevano di fronte alla tecnica vacillante; l’interpretazione ha latitato. È il collega Massimo Murru, altra étoile maschile scaligera, a cogliere appieno la complessità della figura puškiniana nelle recite successive. Affiancato dalla solista Emanuela Montanari, coinvolta ma tecnicamente imprecisa nei passaggi più difficili (come la serie di giri della variazione), Murru ha strappato applausi per il complesso ritratto di Onegin: la mimica è chiarissima e mai banale, la tecnica si modella sulla resa degli stati d’animo.
Con Murru e Montanari convincono anche i comprimari Eris Nezha e Deborah Gismondi nei ruoli di Lenskij e Olga.
In confronto agli originali di Jürgen Rose, costumi e scene di Pierluigi Samaritani e Roberta Guidi di Bagno impallidiscono. Efficacissimo invece Ermanno Florio alla guida dell’orchestra, che si confronta con il tessuto musicale capolavoro ideato da Kurt-Heinz Stolze su partiture di Čajkovskij.
Nelle immagini, dall’alto: Massimo Murru ed Emanuela Montanari nel primo atto; Maria Eichwald con Alessandro Grillo, che interpreta il principe Gremin, nel terzo atto (foto Brescia-Amisano, Teatro alla Scala).
Teatro alla Scala
Via Filodrammatici 2
20121 Milano
www.teatroallascala.org
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