E’ in scena al Teatro Alla Scala, fino al 23 settembre, un trittico di balletti firmati dal grande coreografo americano William Forsythe. “Tra le tante coreografie che ho creato ve ne sono alcune che riprendo e sulle quali non smetto di lavorare sin tanto che continuano a ispirarmi.
Paul Valéry diceva: “Un poema non è mai finito, semplicemente l’abbandoniamo”. Con questa frase il coreografo dice già molto di sé. Pioniere di un nuovo stile di danza, fonde il contemporaneo con l’utilizzo delle scarpette da punta. Sembrerebbe un controsenso, ma l’innovazione portata dal 61enne newyorkese (è nato a Long Island nel 1949) è principalmente qui. Non ha quasi mai creato balletti narrativi, ma sempre astratti (nella migliore tradizione post Balanchine), che richiedono una preparazione tecnico-accademica fortissima, ma altrettanto una buona conoscenza dello stile modern. Non è facile smollare anche e schiena e rimanere sulle punte, ma tant’è; in più, quasi sempre i suoi costumi (che decide personalmente, come le luci) sono molto essenziali; bodies, tute aderenti, che non lasciano spazio ad eventuali errori: se si commettono, si vede, eccome. La prima coreografia della serata è Artifact Suite, per due coppie e il corpo di ballo. Bella alternanza dei pas de deux, da sempre punto di forza di Forsythe, con gli altri danzatori a fare da cornice. Francesca Podini, figlia d’arte, e Luigi Saruggia con Lara Montanaro e Massimo Dalla Mora danno vita ad una bella esecuzione, forse, soprattutto da parte delle ragazze, un po’ troppo “classica”.

Il fatto forse di avere le punte può trarre in inganno, ma non si può danzare Forsythe pensando di essere in Giselle. Questo è quanto abbiamo percepito per tutte le coreografie in programma, soprattutto da parte delle ragazze. I danzatori sono molto più in stile: energia, grinta e forza caratterizzano questo stile per nulla facile. Di cosa parla Artifact Suite? Dell’“artefatto”, con l’intenzione di lavorare sui materiali dello spettacolo, demolendo linee, assi ed equilibri. Belli i movimenti delle braccia.
Segue Herman Scherman (1992): potrebbe sembrare il nome di una persona fisica, ma, anche qui, non c’è alcuna storia: Forsythe presenta un pezzo di estrema energia diviso in due parti; la prima, per tre danzatrici e due danzatori; la seconda, un pas de deux. Il quintetto presenta solo Beatrice Carbone di esperienza: Sofia Rosolini e Alessandra Vassallo, con Federico Fresi e Matteo Gavazzi sono delle nuove leve e danno poca vita alla coreografia, anche qui eseguita in maniera troppo classica per lo stile che richiede. Ci confortano invece Maria Francesca Garritano e Marco Messina, interpreti del pas de deux: precisi, forti, giusta l’intenzione... Applauditissimi. Meritatamente! I costumi di Gianni Versace danno un’impronta decisamente béjartiana.

ECCO BOLLE - Per ultimo, non a caso, uno di capolavori di Forsythe, del 1987 ma ancora attualissimo: In The Middle Somewhat Elevated, sulla particolarissima musica di Thom Willems, tutta elettronica (una novità per l’epoca), che ricorda il cozzare delle lame delle spade. Sei danzatrici e tre danzatori danno vita ad un susseguirsi di entrate, uscite, canoni, passi a due, brevi assoli, insomma, un disegno coreografico davvero complicato. Tra i tre ballerini, riappare alla Scala dopo dieci mesi circa la superstar Roberto Bolle, che rientra dopo un brutto infortunio che l’ha tenuto lontano dalle scene. Ed è sempre lui: una macchina da tecnica, preciso come nessun’altro, ma con poca anima. Vero che anche questa è una coreografia astratta, ma un po’ di cuore non sarebbe male. Con lui, la brava Marta Romagna, degna partner (alta e magrissima, con delle linee davvero belle) nel passo a due reso famoso da Sylvie Guillem, a cui la gamba in dévéllopée andava oltre il collo. Entrambi hanno già danzato questa coreografia varie volte, essendo già da tempo in repertorio alla Scala: all’uscita, il bel Roberto, fasciato in un completo nero che ne sottolinea l’avvenenza, firma autografi, dispensa sorrisi e fa strage di cuori femminili. Anche qui, niente di nuovo!
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