La Dublino ottocentesca è una città crudele per i figli illegittimi, abbandonati al proprio destino da famiglie che non vogliono avere niente a che fare con loro. Albert Nobbs, cresciuta presso una donna pagata affinché non le riveli il suo vero nome, ha perso con la famiglia anche il dono di un’identità. Fino a che, rimasta sola e senza mezzi, trova occasione di lavorare sotto mentite spoglie in un noto albergo della città, presso il quale per più di trent’anni offre un servizio impeccabile nei panni di maggiordomo. Inizia così Albert Nobbs, la storia di una donna che si finse uomo per guadagnarsi una vita migliore.
L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI… ALBERT NOBBS - Nulla sembra turbare l’eleganza e la tranquillità di sempre al Morrison’s Hotel, dove l’impeccabile signora Baker accudisce i suoi ospiti tra lusinghe e formalità. Ma quando Hubert, imbianchino chiamato a dipingere una parete, viene mandato a dormire nella stanza di Albert Nobbs, un incidente mette a repentaglio il segreto della donna travestita rischiando di farle perdere il lavoro e l’alloggio. Le cose prenderanno invece tutt’altra piega, perché anche Hubert ha qualcosa da svelare e così, smascherata la sua vera identità, diventerà il consigliere di Albert e l’esempio di un riscatto da cercare. Riscatto che sembra ormai vicino: Albert, che per anni ha risparmiato le mance ricevute dai clienti dell’albergo, conta ormai una somma sufficiente per inseguire il sogno di uscire dalla sua prigione e avviare un’attività commerciale in proprio. Nel frattempo, altre vicende intrecciano la vita della donna. Joe Mackins, giovane facchino analfabeta, licenziato e buttato in strada per un’inezia, riesce a trovare alloggio al Morrison’s improvvisandosi idraulico e si lega alla giovane cameriera Helen; quando Albert decide di corteggiare la ragazza per coronare il proprio desiderio di emancipazione e spettabilità con il matrimonio, Joe – più ingenuo che maldisposto – non perde occasione per sperare di spillare qualche soldo al vecchio maggiordomo. Una falsa morale cattolica, infine, fa da pretesto al cinismo della signora Baker, orgogliosa di sfruttare la disgrazia degli altri a proprio vantaggio. Ognuno tenta la propria fortuna, racimolando i mezzi che la società e la sorte mettono a disposizione, tra ambizioni oneste e scappatoie, pulsioni, illusioni e promesse spezzate, miseria e carestia; nessuno riesce a elevare la propria condizione senza pagare il prezzo dell’offesa, della sopraffazione, della perdita della dignità o della vita. E poi, che cos’è l’identità? È il volto che permette agli uomini di esprimere sé stessi, o la maschera sociale che dà un senso a quel volto? La risposta, o forse la domanda abbandonata al suo mistero, affiora tra le sottili battute pirandelliane che Albert Nobbs e il dottor Holloran si trovano a scambiarsi - ironia della sorte - nel mezzo di una festa in maschera: «Perché non è mascherato, signor Nobbs?» - «Sono il cameriere» - «E io il dottore. Siamo entrambi mascherati da noi stessi».
CAST - «C’è qualcosa di singolare nella vita di Albert […]. La mia carriera è stata molto intensa, ma non ho mai dimenticato quella storia singolare, che a mio avviso poteva diventare un film meraviglioso». In questi toni pacati e convinti, Glenn Close descrive il suo attaccamento al personaggio irlandese nato da un racconto di George Moore, già interpretato a teatro in una pièce del 1982 e ora riproposto sul grande schermo - dal 10 febbraio - con la regia di Rodrigo Garcia. Per la capacità di riprodurne l’umiltà e la semplicità disarmante, lo sguardo vigile tra curiosità e spavento, la voce e le fattezze maschili, l’attrice – candidata al Premio Oscar come migliore attrice – calza perfettamente le vesti di Albert Nobbs, personaggio tragico ma pieno di umorismo, un umorismo che «non balza agli occhi» ma che « nasce dalle sfumature, dalle situazioni». Tutt’altro che minori le interpretazioni dei restanti attori, da Mia Wasikowska (nota al pubblico cinematografico soprattutto per il ruolo di protagonista in Alice in Wonderland, qui nella parte di Helen) ad Aaron Johnson (Joe), entrambi teneri e impacciati, incapaci di compiere un viaggio d’amore fuori luogo e fuori tempo. Senza trascurare la formidabile Janet McTeer – candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista – nelle fattezze virili di Hubert, vero uomo dal cuore di donna. Nessuna figura prevale su tutte; ogni nota umana si intona alle altre in un coro lieve e garbato, in una cornice d’epoca a tinte drammatiche eppure leggere, brillanti, ironiche. Alternando accurate ricostruzioni d’interni e suggestive riprese in spazi aperti, Rodrigo Garcia realizza una pellicola piacevole, intensa e toccante, capace di suscitare commozione senza paternalismo, tristezza senza disperazione, ma, anzi, con un filo invisibile di speranza che fino alla fine non smette di lasciarsi percepire, gettando il passato al cospetto del presente e del futuro, con l’interrogativo che ci accompagna nello scorrere dei secoli quando ci domandiamo, ancora con le parole del dottor Holloran, «che cosa spinga le persone a vivere vite così miserabili».
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