Butterfly Zone - Il senso della farfalla

Mercoledì 28 Luglio 2010 00:16 Angela Azzarone Performances - Cinema
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Una carezza è l’ultimo dono che il misterioso Professor Chenier, scienziato e vignaiolo scomparso in circostanze misteriose, lascia al figlio Vladimiro (un inquieto e vulnerabile, lieve e candido Pietro Ragusa, già premiato in Si può fare, film del 2008 di Giulio Manfredonia). Una carezza nascosta nell’ultima annata del “Caresse de roi”, conservata nella cantina della villa del Professor Chenier. Un gesto in cui non c’è solo il commiato di un padre verso il figlio, ma anche il rimpianto per un rapporto non vissuto compiutamente. Vladimiro e l’amico Amilcare scoprono che il prezioso nettare apre un varco verso l’Aldilà. Ma mentre intraprendono il viaggio in quel mondo ignoto riportano in vita per errore un pericoloso killer.

 

 

MIX DI GENERI E RICERCA DI SENSO - Un po’ thriller, un po’ fantasy e un po’ commedia surreale, Butterfly Zone è un film poetico, dalla struttura innovativa e sperimentale. Vincitore del Méliès 2009 al Fantafestival di Roma per essere “una favola surreale e poetica, ma anche un racconto a metà strada fra la spy-story e la fantascienza”, capace di “toccare più generi cinematografici in un'ottica di qualità e nello spirito del Festival”, finendo così in lizza per il Méliès d’Oro 2009 che premia originalità e innovazione nel cinema europeo. Il titolo è tradotto con “il senso della farfalla”. Il fremito leggero di una farfalla, metafora dell’anima presso i greci (che si libera del bozzolo come l’anima dell’uomo si libererebbe dai limiti del corpo dopo la morte), pervade tutta la storia. “Il pensiero parla, l'anima respira”, dice Amilcare. Un respiro che in effetti si avverte nel film, e, in una specie di contrappunto, genera insieme a musica, ritmo e recitazione, continua tensione. La trasformazione della farfalla rappresenta anche la libertà che si raggiunge abbandonando false convinzioni, dogmi e conformismi di ogni tipo. I protagonisti di Butterfly Zone (e lo spettatore con loro) sono alla ricerca di senso. S’interrogano sul ruolo del caso e sull’inconsapevolezza dell’uomo, che consuma la propria esistenza tra rimorsi e rimpianti. S’imbattono in personaggi grotteschi o improbabili e surreali come i bandisti del comitato d’accoglienza dagli strani nomi (“Soglia”, “Amore” e “Limite”). O lucidi e beffardi come l’anfitrione napoletano; nostalgici e tormentati dal desiderio come l’accompagnatrice che offre il biglietto di ritorno, abbracciata al palo di lap dance. In un Aldilà in cui il caffè è senza zucchero. E i preti sono ex ladri. In cui troviamo un malinconico e ironico Francesco Salvi/Chenier e un’irriconoscibile e gelida Barbara Bouchet (da icona sexy a demone spietato e baffuto). Tutti i personaggi sono caratterizzati, netti, stereotipati, tessere di un puzzle che prende forma gradualmente tra suspense e colpi di scena. A volte si rivolgono direttamente allo spettatore guardando in camera, sottolineando la coesistenza e il continuo passaggio tra il reale e un’altra dimensione. La villa di Chenier è un varco, punto di contatto tra i due mondi e fa pensare alla casa del dottor Frankenstein. I tratti onirici e surreali di Butterfly Zone ricordano Magritte, che dipingeva il reale non per interpretarlo ma per insinuare dubbi e mostrarne il Mistero indefinibile. Capponi indaga, in modo personale e ironico, il reale poliedrico e assolutamente incomprensibile, cercando di suscitare dubbi e invitando lo spettatore ad abbandonare le proprie credenze. Chiedendosi/ci quanto siano poi lontani i due mondi.

ZONA DI CONFINE - Capponi mette in scena un Aldilà in cui purgatorio e inferno sono tutt’uno e le anime appaiono sospese, un Aldilà spogliato dei caratteri tradizionali, moderno. Lo fa anche attraverso le scelte stilistiche, alternando colori mediterranei a paesaggi lividi. Accostando luminosi campi di grano e immagini d’aperta campagna, rassicuranti ricordi della casa paterna a oscuri e deserti boschi all’alba e crea continui ossimori visivi. Quando la scena si sposta nell’Aldilà il colore lascia il posto al bianco e nero e una vaga luce blu ammanta le cose. Molti sono i campi lunghi e i movimenti di camera dall’alto. Rari ma efficaci gli effetti speciali, come il suggestivo planisfero di luce da cui si libera una farfalla.  Le riprese sono state effettuate nel viterbese, in Umbria, Toscana e Abruzzo. Capponi ha riferito di aver scelto le location e il cast per le sensazioni evocate. “Dovevano armonizzarsi con gli elementi e l’atmosfera mistici, surreali, terraioli del racconto”. "Mi piaceva l'idea di un ponte tra la nostra realtà e l'Aldilà, che collegasse la nostra vita con i piedi per terra e i nostri sogni con la testa tra le nuvole, mi intrigava ancora di più suggerire il veicolo adatto ad aprire quel ponte: un vino, il Caresse de Roi, evocante il lieve tocco che manca alla nostra esistenza. Amore? Forse il suo distillato".

VINO POCO “STRUTTURATO” - Dalla visione del film si esce un po’ frastornati, forse per il continuo sovrapporsi dei piani illusione/realtà, che induce una sorta di cortocircuito percettivo e una sensazione di straniamento.  Suggestiva l’idea iniziale e insolito lo stile narrativo, ma può non piacere per il continuo e, forse, poco convincente rimescolamento dei generi (impresa non facile) e per le trovate a volte macchinose che mandano avanti la storia. Sarà perché è il primo lungometraggio di un regista che ha però alle spalle esperienze radiofoniche, televisive, teatrali e di mimo. Nonostante l’uscita estiva, che solitamente non porta fortuna e i pareri sfavorevoli di certa critica, il film ha avuto una discreta accoglienza presso il pubblico. Consigliato a chi ama i film sperimentali e vuole uscire dai soliti schemi. Magari sorseggiando un calice del prezioso Caresse de Roi, che la Tenuta Ronci di Nepi (VT) ha deciso di produrre.

 

Regia: Luciano Capponi
Cast: Pietro Ragusa, Francesco Martino, Francesco Salvi,
Barbara Bouchet, Alessandra Rambaldi
Nazione: Italia
Anno: 2009
Genere: Thriller
Durata: 100 min.

Ultimo aggiornamento Sabato 07 Agosto 2010 15:54

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