
“Stupore a Pisa: tre ragazzi chiedono asilo politico all'Austria”. Così titola il Corriere della Sera in data 2 giugno 1970, all'indomani di un fatto troppo assurdo per essere vero, troppo bizzarro per non salire agli onori della cronaca. È difatti una storia vera quella che il regista pisano Roan Johnson sceglie per realizzare il proprio primo lungometraggio. Una storia piccola e fatta di una leggerezza che non vuole essere frivolezza, ma bensì il tentativo di offrire uno sguardo sincero su un momento storico particolare ma non per questo immune dai piccoli drammi della vita dei protagonisti: la fuga, l'amicizia, l'avventura, il fare i conti con le proprie illusioni e, se possibile, il diventare adulti.
È il 1 giugno 1970. A Pisa, nell'ambiente del movimento studentesco, inizia a circolare la voce che in Italia starebbe per avere luogo un colpo di stato militare, su esempio del golpe dei colonnelli che il 21 aprile 1967 depose il Primo Ministro greco Panagiotis Kanellopoulos instaurando una violenta dittatura anti-comunista. I leader del movimento mettono dunque in guardia gli studenti più esposti, ovvero tutti gli scrittori, musicisti e intellettuali, i quali, in caso di golpe, sarebbero stati i primi della lista a venire messi a tacere. Tra di loro c'è Pino Masi (Claudio Santamaria), cantastorie autore di numerosi brani di lotta, dalla “Ballata del Pinelli” all'inno di Lotta continua, formazione della sinistra extra-parlamentare destinata ad avere un ruolo chiave negli anni di piombo. Pino Masi però, oltre che un uomo politicamente ben schierato, è una persona di natura diffidente e paranoica, nella quale la notizia dell'imminente colpo di stato è destinata a trovare terreno fertile. Quel 1 giugno nella sua soffitta ci sono due studenti, Renzo Lulli (Francesco Turbanti) e Fabio Gismondi (Paolo Cioni), appassionati di musica che sognano di seguire Masi in concerto in giro per il mondo, utilizzando le canzoni per far luce sulle ingiustizie politiche del Belpaese. Dalle prove del concerto alla fuga è un attimo: “Prendiamo la macchina del Lulli e si va verso il confine. Se il golpe non c'è, s'è fatta una gita”. I tre si mettono dunque in viaggio verso il confine jugoslavo, rimanendo però spaventati davanti al filo spinato e alle rigide perquisizioni a cui devono sottoporsi coloro che vogliono attraversare la cortina di ferro. Decidono dunque di ripiegare in Austria, ma anche lì la situazione non è delle più propizie: giunti al confine vengono presi dal panico di fronte alla perplessità dei doganieri italiani. Convinti che questi ultimi si stiano mettendo in contatto con Roma per decidere il loro arresto, decidono di sconfinare in territorio austriaco e chiedere l'asilo politico, ma non tutto va secondo i loro piani...
TENSIONE E FIDUCIA, MALINCONIA E SPERANZA - C'è una sorta di amaro scherzo del destino nel tempismo con il quale questo film è stato presentato al Paese: un Paese in bilico, oggi come allora, in una situazione di incertezza, di non sapere cosa sarà il futuro, cosa accadrà domani. Non che il futuro sia mai stato prevedibile, ma, oggi come allora, quello che sorprende e forse preoccupa è la sensazione di smarrimento, di totale assenza di punti di riferimento istituzionali che tende a riproporsi in un costante “vivere alla giornata” che di fatto priva il Paese di ogni progettualità politica. L'atmosfera brillante e giocosa del film, che rimane comunque una commedia, mette però in evidenza un altro aspetto, che stempera di fatto la tensione di quegli anni, aprendo un curioso paradosso: abbiamo due periodi storici differenti, gli anni '70 e oggi, il primo caratterizzato da tensione, violenza e terrore, ma anche da una grande fiducia nel futuro, il secondo che, malgrado l'appiattimento politico, non si avvicina nemmeno lontanamente alla tensione di quegli anni, ma è caratterizzato da un senso di apatia e sfiducia nelle possibilità del futuro. È proprio questa la chiave di lettura del film: il Masi, il Lulli e il Gismondi sono tre ingenui, tre creduloni, destinati a essere presi in giro per gli anni a venire, ma sono comunque il segno di una generazione che sapeva sognare, desiderare e mettere in atto comportamenti coerenti in grado di portare a compimento i propri ideali. È vero che “a vent'anni si è stupidi davvero”, come cantava un bravo cantautore qualche anno fa, ma il pregio del film è proprio quello di mettere in evidenza come il bivio spazio-temporale di quegli anni – da una parte lo spettro della tensione, dall'altra la fiducia nella fantasia al potere – sia stato vissuto dai protagonisti. Protagonisti che, pur essendo al loro esordio sulle scene (con l'eccezione di Claudio Santamaria), danno un'ottima prova recitativa, pulita e lineare. Un film da vedere per ridere della paranoia che spinge a fare gesti inconsulti, ma soprattutto per riassaporare la sensazione di avere il mondo nelle proprie mani, e per cogliere la grandezza delle infinite possibilità che esso offre. Da vedere, infine, per godere dell'improvvisato concerto finale dei tre protagonisti, sulle note di “Quello che non ho” di Fabrizio De Andrè, orgogliosa rivendicazione di una generazione sconfitta ma soddisfatta per averci provato: “quello che non ho è quel che non mi manca.”
Regia: Roan Johnson
Cast: Claudio Santamaria, Francesco Turbanti, Paolo Cioni, Srgio Pierattini, Daniela Morozzi, Fabrizio Brandi
Nazione: Italia
Anno: 2011
Durata: 85 minuti
Uscita nelle sale: 11 novembre
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