Chiude (secondo molti con successo) la sessantottesima Mostra del Cinema. Premi, premiati e delusi, ma soprattutto uno sguardo al futuro. Carico di ottimismo.
MILANO – Spenti ormai i riflettori sulla sessantottesima Mostra di Venezia, tornato semi deserto il Lido, ripartite le star, del Festival rimane un’impressione, un sentire diffuso. Con cui inizia il viaggio delle pellicole presentate (o almeno di alcune) verso le sale.
Salutata, alla presentazione del programma, come una Mostra ricca e capace di soddisfare i palati cinefili appartenenti a correnti diverse, Venezia 2011 si è confermata un contenitore di generi in grado di mettere in luce vocazioni artistiche talvolta antitetiche. Un Festival, in sé, di fascino e sostanza – anche a prescindere dal cartellone, nonostante ci sia chi continua a vedere in Cannes il faro delle rassegne festivaliere. Ma non ce n’è, dicevano i più: le lance sull’acqua, i leoni dorati, la canicola di fine estate che rende ora flemmatica e ora isterica l’atmosfera. Tutto contribuisce a rendere Venezia unica. Nel bene come nel male.
I MIGLIORI – La qualità del concorso, quest’anno, ha in linea di massima soddisfatto le aspettative (mastodontiche) create dalla prima lettura del cartellone, lo scorso luglio. Un sapiente mix di Europa, oriente e America, con i suoi riflessi hollywoodiani. Ma Hollywood, coraggiosamente sbarcata in Laguna accettando la competizione, è ne è uscita con un pugno di mosche. Film come Le idi di marzo di George Clooney e Killer Joe di William Friedkin, in testa fra le preferenze della stampa, hanno lasciato il Lido a mani vuote. Il Leone d’oro, quest’anno, è europeo e parla russo: Faust di Aleksandr Sokurov vince il massimo premio della Mostra. Una rilettura dell’opera di Goethe fastosa e monumentale, dai colori lividi e dalle atmosfere a tratti fiabesche, che – presentata negli ultimi giorni di Festival – era schizzata subito in testa alle preferenze della critica.
Il film più amato, però, è un altro. Carnage, l’amarissima commedia di Polanski, ha resistito sempre in vetta dal 1° settembre: è lui il film migliore della sessantottesima Mostra del cinema. La sua esclusione dal medagliere è suonata risibile e deludente. Così come quella del bellissimo A Dangerous Method di David Cronenberg. Pare però che il regista abbia rifiutato di tornate a Venezia per ricevere un Leone d’oro per l’insieme dell’opera. Ma – ci si è chiesti – i premi non andrebbero dati alla qualità, indipendentemente dalla presenza in Laguna?
HIGHLIGHTS - Diplomatica, secondo i più, la scelta di assegnare all’Italia il Premio speciale della giuria, andato a Terraferma di Crialese. Unico film nostrano premiabile: L’ultimo terrestre di Pacinotti aveva sollevato pareri contrastanti, e in ogni caso aspirava al premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” (andato invece a La-bas), mentre il contestato Quando la notte di Cristina Comencini è risultato il film meno amato del Festival dalla sommatoria finale delle preferenze.
Un bel goal l’ha messo a segno il film sorpresa, il cinese People Mountain People Sea, premiato per la regia di Cai Shangjun. Parla cinese anche la migliore attrice, Deannie Yip, laureata per A Simple Life, mentre il migliore attore è stato decretato Michael Fassbender per l’interpretazione in Shame, uno dei film più controversi e apprezzati di Venezia (ma molti gli preferivano il Gary Oldman di Tinker, Tailor, Soldier, Spy).
Importante, però, si è rivelato quest’anno anche il Fuori concorso, sia per spessore artistico che per glamour mediatico. Da Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi al rinnovato Nel nome del padre di Marco Bellocchio (Leone d’oro alla carriera), fino ai chiacchieratissimi W. E. di Madonna e Contagion di Steven Soderbergh.
IL FUTURO - Una macchina difficile da far muovere, quella della Mostra. Che, come ogni anno, latita in efficienza nell’organizzazione: non sono mancati, per fare pochi esempi, disguidi di natura tecnica (annullata last-second la prima proiezione stampa di People Mountain People Sea) e scivoloni d’orario per le proiezioni in Sala Grande, dal momento che – ancora – la Mostra pare soffrire nel gestire la presenza delle grandi star.
Un’edizione, questa, che sembra aver segnato la fine dei mandati del direttore Marco Müller. Cosa augurarsi, per il futuro, dal cambio ai vertici? La soluzione al problema dei lavori in corso, innanzitutto, anche se forse si tratta di un problema che vola sopra le teste della direzione: sospesi i lavori per l’irrealizzabile nuovo Palazzo del cinema, resta di fronte al Casinò (quartier generale della stampa accreditata) un immenso buco, coperto di plastica causa amianto. Vi si affaccia il casellario, e la vista è desolante.
Ma soprattutto, parlando d’arte, possiamo auspicare il ritorno della Mostra di Venezia all’essenza di vera celebrazione collettiva del cinema: una kermesse capace di essere ancora grande festa condivisa – nella sua macchina logistica e organizzativa – invertendo la tendenza che la rende sempre più simile a una vetrina (asettica anche per gli addetti ai lavori) in cui si susseguono opere con meccanica inerzia.
| Il Sole 24 ORE - Finanza e Mercati - Azioni |
| Il Sole 24 ORE - Finanza e Mercati - Azioni |