Solo per vendetta

Giovedì 01 Settembre 2011 00:00 Annalisa Perteghella Performances - Cinema
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Girato nel 2009 e mai uscito in patria, arriva nelle sale italiane Solo per vendetta, thriller firmato dal regista australiano Roger Donaldson. Il film, girato con un budget ridotto, vede protagonista un insolitamente a suo agio Nicolas Cage, ormai costretto, pare per via dei debiti contratti con il fisco americano, ad accettare pressochè qualunque ruolo. Tuttavia, rispetto ai flop precedenti, o forse proprio per via delle scarse aspettative riposte tanto nell'attore quanto nell'inflazionato genere thriller-complottistico, all'uscita dal cinema si ha la sensazione che, tutto sommato, qualche cosa della pellicola si possa salvare. Improbabili scene di inseguimenti e solita recitazione monoespressiva a parte, quello che dà valore alla pellicola è probabilmente l'eterna riflessione sulla (sottile?) differenza tra giustizia e vendetta.

 

 

La trama è delle più classiche: Will Gerard (Nicolas Cage) è un onesto insegnante di letteratura, nonché marito irreprensibile, che divide la propria vita tra il liceo nel quale insegna, il circolo degli scacchi e i concerti della moglie musicista. Una sera però la tranquilla esistenza di Will viene sconvolta da uno spregevole individuo che aggredisce e violenta la moglie Laura (January Jones). Disperato e confuso, Will viene avvicinato da un uomo (Guy Pearce) che gli propone uno scambio accattivante: la promessa di porre fine alla miserabile esistenza dell'aggressore di sua moglie in cambio di eventuali favori futuri che Will dovrà tributare all'organizzazione per la quale egli lavora. Colto in un momento di grande debolezza, e posto di fronte alla ragionevole possibilità che l'aggressore di sua moglie possa in qualche modo sfuggire alle maglie della giustizia ufficiale, Will dice sì a questa forma di vendetta privata, ignaro del fatto di stare firmando una sorta di patto col diavolo, che lo porterà a compiere azioni di cui non si sarebbe mai creduto capace.

BUONI O CATTIVI? - La trama, come si è detto, non è delle più originali; il tema dell'uomo onesto e irreprensibile che pur di salvaguardare i propri affetti più cari è disposto a scendere a patti col diavolo è qualche cosa di già visto e già sentito in troppi film, se non anche nella vita reale. Idem per la potente organizzazione che come una piovra sovrasta i meccanismi della giustizia ufficiale e i cui tentacoli possono arrivare ovunque, soprattutto tra i poliziotti che dovrebbero credere nel sistema e tra i giornalisti che dovrebbero denunciare le ingiustizie di cui sono testimoni. Eppure c'è qualcosa nel modo in cui queste banalità sono convogliate che tutto sommato affascina, o perlomeno si lascia guardare. Ad essere particolarmente interessante è il dualismo del personaggio di Will Gerard: mentre in classe legge Shakespeare e invita i propri studenti a difendersi sempre con le armi della parola e del dibattito, e mai con le armi della violenza e del sopruso, in uno squallido appartamento c'è qualcuno che sta morendo per sua esplicità volontà. Non esistono solo il bianco e il nero, dunque; gli uomini non sono tutti o buoni o cattivi. Pur credendo nella superiorità della penna sulla spada, Will si rende responsabile della morte di un uomo esattamente allo stesso modo di chi ha compiuto materialmente l'atto dell'assassinio. Come dire che ciascuno è chiamato a rendere conto delle proprie azioni così come delle proprie inazioni, che spesso pesano quanto le prime se non di più.

CHI CONTROLLA I CONTROLLORI? - “Non è quello che un avvocato mi dice che può fare, ma ciò che l'umanità, la ragione e la giustizia mi dicono che dovrei fare”. È questa la citazione del filosofo politico Edmund Burke che legittima le azioni della potente organizzazione alla quale Will si trova a dover aderire. Appare però subito chiaro il prezzo da pagare per aver ceduto alla tentazione della vendetta: rendersi a sua volta responsabile di un atto, come l'uccisione di un altro uomo, di cui non è possibile stabilire la natura. Se si uccide un uomo che ha commesso un'ingiustizia, il proprio atto si configura come un'azione di giustizia o rimane comunque un'ingiustizia? E se quell'uomo non è il malvivente che ci è stato fatto credere che fosse, bensì un personaggio che ad un certo punto è risultato scomodo per l'organizzazione e quindi da eliminare, come ridare candore alla propria coscienza? Se è vero che la giustizia ordinaria, con i propri tempi lunghi e con le proprie soluzioni talvolta precarie, spesso offre vie di uscita anche a chi si è macchiato dei peggiori crimini, a chi spetta stabilire quale sia la giusta punizione per ognuno, in un contesto di totale soggettività e arbitrarietà? Sono questi gli interrogativi che salvano il film di Roger Donaldson e contribuiscono a tenere la mente dello spettatore ancorata al film, laddove le interminabili scene di inseguimenti e i dialoghi non proprio brillanti remano decisamente nella direzione opposta. Quello di sollevare riflessioni di carattere esistenziale non è solitamente lo scopo dei film d'azione; d'altronde, la necessità di arrivare svegli alla fine del film spinge lo spettatore ad ancorarsi dove può per riuscire nel proprio intento.

Regia: Roger Donaldson

Cast: Nicolas Cage, January Jones, Guy Pearce, Jennifer Carpenter

Nazione: Usa

Anno: 2011

Durata: 104 minuti

Uscita nelle sale italiane: 2 settembre

Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Settembre 2011 09:50

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