La diva seduce il Festival di Roma, dove presenta The Kids Are All Right e riceve il Marc’Aurelio onorario. Cronaca da fan della giornata romana di una diva bella e intelligente, che racconta se stessa sorridendo e prende le distanze dalle battute del premier italiano
ROMA – Attese e smentite, celebrità nostrane e (poco) vero divismo internazionale. La quinta edizione del Festival del Cinema di Roma, a dispetto di tutto, una regina l’ha avuta. Classe da vendere, talento smisurato, e il glamour delle ultime vere dive. Julianne Moore non vive di tam tam mediatici, anche se campeggia sulle cover dei magazine internazionali. Genera tam tam. Dopotutto è una delle migliori attrici non solo della sua generazione, ma – lo si può dire – della storia del cinema.
Roma l’ha chiamata e accolta (anche) per questo. A soli 49 anni è la più giovane vincitrice del Marc’Aurelio all’attore, l’Acting Award onorario che il Festival nelle passate edizioni ha assegnato a Sean Connery, Sophia Loren, Al Pacino e Meryl Streep.
Una scelta felicissima, che non premia una musa sul viale del tramonto, ma un’interprete sulla cresta dell’onda. Del resto, Julianne Moore a Roma ha presentato la sua ultima fatica cinematografica. Si chiama The Kids Are All Right, è stato diretto dalla regista Lisa Cholodenko ed è uno dei film più quotati nella corsa alle nomination per gli Oscar 2011. Un intelligente e ironico mix fra commedia e dramma su una famiglia sui generis: i figli di quindici e diciotto anni (Josh Hutcherson e Mia Wasikowska) hanno due mamme, Nic (Annette Bening) e Jules (la Moore). L’incontro con il padre biologico (Mark Ruffalo) sconvolge gli equilibri del ménage fra Nic e Jules, assestatosi sulla routine di anni di convivenza fra piccole incomprensioni coniugali e un amore che ha sempre bisogno di nuove conferme.
La “regina Julianne” (così se ne parlava) è atterrata in Italia per incontrare la stampa e ricevere il Marc’Aurelio in occasione dell’anteprima nazionale di The Kids Are All Right (arriverà a marzo nelle sale distribuito dalla Lucky Red).
La Sala Petrassi, sede della conferenza stampa, è gremita. Julianne Moore, sul palco, è un miraggio in camicia rosso fragola e longuette color terra.
«Ho sempre cercato di rendere veri i miei personaggi» racconta sorridente, «di far sì che gli spettatori potessero rivedersi in loro. Con The Kids Are All Right non è stato difficile essere naturale: sono sposata da anni e ho due figli.»
MOGLIE E MADRE – Moglie del regista Bart Freundlich, da lui ha avuto Caleb e Liv Helen. «Il film racconta la storia di una famiglia: poco importa che i genitori siano un uomo e una donna o due donne, come in questo caso. Ciò che conta davvero è amare i propri figli. Vivo a New York e porto a scuola i miei figli: quasi metà dei loro compagni di classe ha due mamme o due papà. Recentemente il New York Times ha pubblicato uno studio sul tema: anche i ragazzini figli di coppie omosessuali sono sereni e socialmente inseriti».
Piovono domande a raffica. Sul matrimonio ad esempio. «Penso che il film presenti una visione positiva del matrimonio, a modo suo. Guardando il film non si fa caso al fatto che la coppia sia formata da due donne: si guarda al loro rapporto, al loro amore. L’immagine, alla fine, è estremamente positiva». Ma si parla anche di tradimento. «Arriva in un momento di crisi, in The Kids Are All Right, in una situazione confusa. Non sempre si hanno le idee chiare: il mio personaggio è madre da parecchi anni, si sente inutile, poco apprezzata. Incontra quest’uomo, il padre biologico dei suoi figli, e con lui nasce una relazione di cui si trova presto a pentirsi». C’è spazio anche per le domande meno ortodosse, come la differenza fra il sesso gay e il sesso etero. «Non credo che il film voglia sottolineare questa differenza: Lisa Cholodenko ha piuttosto distinto fra sesso all’interno del matrimonio e sesso fuori dal matrimonio.»
Julianne Moore non ama provare sul set, preferisce conservare energie e ispirazione per i ciak. Quando alludo a questo suo metodo di lavoro, non nasconde una risata. Le chiedo com’è andata durante le riprese, fra attori di generazioni diverse. «Ognuno sul set ha il suo metodo di lavoro. Io amo sapere quali saranno le inquadrature, come verrà ripresa la scena e poi girarla subito. C’è chi ama provare… e in quel caso devi assolutamente lasciarglielo fare. Per questo film abbiamo avuto davvero poco tempo, le riprese sono state rapide. Non siamo stati molto a pensarci. Ma un grande regista sa adattarsi ai metodi di tutti: e Lisa ha avuto molta pazienza del guidarci».
È la mattina in cui Berlusconi ha asserito che è meglio guardare le donne che essere gay. Alla Moore viene chiesto un commento. «Ha davvero detto così?». Scuote la testa. «È strano: viviamo in un’epoca in cui sappiamo bene che l’orientamento sessuale è un fattore biologico. Non dobbiamo distinguere per categorie di razza, di genere, di religione… Trovo che la frase del vostro premier sia arcaica, infelice e imbarazzante».
APPLAUSI E FLASH – La sera Julianne Moore si presenta sul red carpet in un lungo mozzafiato. Roma, ancora stordita dal caos tamarro sollevato da Bruce Springsteen il giorno prima, s’illumina: la Moore firma autografi per quasi dieci minuti. Poi affronta i flash narcotizzanti dei fotografi.
Al suo ingresso nell’Auditorium, scrosciamo gli applausi. La sala Santa Cecilia trema sotto il boato del pubblico, quando viene chiamata sul palco per ricevere il Marc’Aurelio.
«Grazie a tutti, è un onore che non mi aspettavo» dichiara. «Essere con voi a Roma è una gioia, soprattutto per un premio così importante, andato negli anni a figure come Sean Connery, Al Pacino, Meryl Streep».
È il riconoscimento a una carriera luminosissima, tutt’ora in ascesa. Scoperta da Hollywood dopo i trent’anni, Julianne Moore è credibile in ogni ruolo: dalle commedie (come Un marito ideale di Oliver Parker, da Oscar Wilde) agli action-movie al alto budget (da Il mondo perduto di Spielberg ad Hannibal di Ridley Scott), fino ai drammi, secondo molti il suo cavallo di battaglia. Le sue quattro nomination all’Oscar sono arrivate per quattro ruoli d’intensità disarmante: Boogie Nights (1998, migliore attrice non protagonista), Fine di una storia (2000, miglior attrice), The Hours e Lontano dal paradiso (entrambe 2003, migliore attrice non protagonista e miglior attrice rispettivamente).
Ma alle dorature festivaliere non è nuova. A Venezia vinse la Coppa Volpi proprio con Lontano dal paradiso. The Hours le è valso l’Orso d’argento a Berlino con Meryl Streep e Nicole Kidman.
A Roma è Paolo Sorrentino a presentarle il premio. Alla consegna, vedendo il riconoscimento (portato in scena con tempismo imperfetto) la Moore s’interrompe ed esclama «Wow!». Nuovi applausi. Partono le foto di rito. Piera Detassis, direttore artistico del Festival, si offre di tenere il Marc’Aurelio perché Julianne finisca il discorso. Ma dal parterre dei fotografi tuonano i «No!». Lei sorride e riprende il premio. «Volevo tenerglielo» replica piccata la Detassis in diretta «perché finisse di parlare». «Certo» esclama la Moore «devo presentarvi il film che vedrete subito dopo, The Kids Are All Right!».
Per lei anche un bouquet, consegnato da una hostess in sordina al termine della premiazione, prima del buio in sala. «Dedico idealmente questo premio a tutti gli attori che mi hanno accompagnata in The Kids Are All Right» afferma Julianne. «Da Annette Bening a Mark Ruffalo fino a Josh Hutcherson e Mia Wasikowska».
Mentre parte la sigla del Festival, che precede il film, la Moore torna a sedersi. Poi, appena parte la pellicola, si alza e, in silenzio, lascia la sala.
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