
Seconda prova per Sylvain Chomet dopo il successo del film di animazione “Appuntamento a Belleville”. Con “L’illusionista” il regista si cimenta nella non facile missione di dare vita ad una sceneggiatura mai prodotta di Jacques Tati.
Monsieur Tatischeff è un illusionista, costretto dall’evoluzione dei tempi e dei costumi ad esercitare la sua arte in palcoscenici sempre più periferici. Da Parigi, scalzato dalle scene per via dell’emergere del fenomeno delle rock bands, si muove alla volta di una anonima isoletta scozzese, dove ancora la luce elettrica è una novità da festeggiare e che è forse l’ultimo posto dove viene genuinamente apprezzato. Qui conosce Alice, una ragazza che crede fermamente nella sua magia e decide di seguirlo ad Edimburgo. Nella città scozzese il prestigiatore, pur di regalarle una giovinezza mai vissuta, cede alla svendita della sua arte e si rassegna a lavori via via più degradanti, fino a giungere al momento dell’inevitabile addio.
ILLUSIONE E DELUSIONE - L’illusione è ben più che un espediente narrativo nella pellicola di Chomet, è il tema forte che accompagna tutto lo scorrere del film. È un’illusione per gli scalcagnati artisti che incrociano la strada di Tatischeff riuscire a vivere della propria arte, è un sogno per Alice fuggire dal suo paese al di fuori dal tempo a seguito di un vero mago, è una chimera per lo stesso illusionista l’aver trovato finalmente una compagna – o piuttosto una figlia – che dia senso alle fatiche che questi si sobbarca per sbarcare il lunario. Infatti le delusioni sono dietro l’angolo: il sottobosco Edimburghese di artisti scalcinati è destinato ad una silenziosa scomparsa ai margini della società, l’illusionista si presta a lavoretti dove la sua arte viene trasformata in bieco strumento di vendita per poter finalmente viziare una figlia ritrovata donandole oggetti-simbolo del passaggio all’età adulta: un bel vestito, scarpe col tacco… conducendola inconsapevolmente al momento amaro dell’addio; Alice conosce infatti un ragazzo della sua età e si prepara ad una assai meno magica vita coniugale. La separazione è accompagnata da un biglietto rivelatore di Tatischeff che recita, malinconico: ”i maghi non esistono”, simbolo della fine delle illusioni e del ruolo di padre e guida che il prestigiatore ha brevemente ricoperto.
TATI, HULOT E CHOMET - Il protagonista è disegnato alla perfezione sul modello di Jaques Tati dei film di “monsieur Hulot”. L’illusionista infatti è animato in modo minuziosamente studiato per richiamarne l’aspetto e la inconfondibile fisicità da galantuomo un po’ impacciato. Questa aderenza del personaggio del prestigiatore all’attore deriva da una imposizione degli eredi, che vollero leggere in questa storia delle note molto personali: la sceneggiatura di Tati è una lettera d’amore per una figlia, forse per Sophie Tatischeff, come lo stesso Chomet pare sia portato a pensare, che al regista assegnò la sceneggiatura, o forse per la misconosciuta Helga Marie-Jeanne Schiel, la primogenita abbandonata in gioventù. Quali che fossero le intenzioni di Tati, il film si presta ad essere interpretato liberamente su questo punto. Il lungometraggio è un piacere per gli occhi: lo stile inconfondibile e un po’ tenebroso di Chomet rende ogni scena un piacere da assaporare e contemplare. È una pantomima: in ossequio alla tradizione di Tati e secondo un modello già sperimentato da Chomet i dialoghi hanno la sola funzione di accompagnare la gestualità dei personaggi. È un film decisamente più intimo e personale di “Appuntamento a Belleville” e le trovate comiche non si susseguono con la stessa irruenza. Specialmente nella seconda parte ambientata ad Edimburgo il ritmo della narrazione rallenta sensibilmente, in favore di una atmosfera diffusamente malinconica e dal sapore amaro, con un andamento forse più confacente ad una vecchia pellicola di monsieur Hulot che non ad un moderno film d’animazione. “L’illusionista” infatti, seppure sinceramente godibile e per certi versi più maturo di “Appuntamento a Belleville”, paga un ricollegarsi troppo stretto alla comicità di Tati ed ai suoi schemi, forse un po’ datati per la sensibilità contemporanea.
Regia: Sylvain Chomet
Nazione: Francia, Regno Unito
Anno: 2010
Genere: Animazione
Durata: 90’
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