Somewhere di Sofia Coppola è il contestato Leone d’oro della Mostra del cinema 2010, segnata da qualità intermittente e poche novità.
VENEZIA – La sessantasettesima edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia si è chiusa – letteralmente – fra i fischi. Quelli che, sabato 11 settembre, sono volati in sala stampa all’annuncio della vittoria del Leone d’oro. Il premio più importante del festival è andato a Somewhere di Sofia Coppola, e in pochi hanno gradito.
Già il 3 settembre, dopo le prime proiezioni, il film aveva ricevuto consensi tiepidi. Somewhere è un film che fatica ad andare oltre la cortina minimalista con cui ritrae la solitudine di un divo di Hollywood e il suo ritrovare se stesso grazie alla giovane figlia trascurata in passato. Quasi inerte nell’emozione, la pellicola riflette l’esteriorità del dolore dietro la monotonia di un’esistenza vuota – si pensi all’inquadratura ferma che apre il film, nelle sale dal 3 settembre, su un frammento di pista deserta attraversata a intermittenza dalla Ferrari del protagonista. Stenta però nell’indagarne le cause, nel mostrare l’autenticità del sentimento, nello scavare dentro le fattezze della forma con cui mette in scena il plot. Quest’anno, insomma, il ruggito del Leone è timido e incerto. «Ringrazio il mio papà per i suoi insegnamenti» ha dichiarato la Coppola ricordando il celeberrimo padre Francis Ford. «Non posso crederci. Questo premio significa così tanto! Grazie infinite».
SCELTA CONTESTATA - Contestata, insomma, la scelta della giuria guidata dal regista Quentin Tarantino. Che, come già notato, la sera del 7 settembre applaudiva in Sala Grande Balada triste de trompeta di Álex De La Iglesia. Molti lo prevedevano: il pastiche d’ambiente circense nella Spagna franchista, inquieto e a tratti surreale, ha vinto sia il Leone d’argento per la regia che l’Osella per la sceneggiatura.
Essential Killing di Jerzy Skolimowski è probabilmente l’unico, fra i vincitori dei premi più importanti, meritevole. La storia di un talebano che, catturato dagli americani in Afghanistan e deportato in Europa, fugge a seguito di un incidente e inizia la sua lotta per la sopravvivenza fra foreste coperte di neve e ghiaccio, ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria e la Coppa Volpi al protagonista Vincent Gallo come miglior attore. Cercare Gallo in sala la sera della premiazione è stato inutile, nonostante l’appello di Skolimowski dal palco: «Vincent, devi essere qui da qualche parte… coraggio, raggiungimi».
POLEMICA - Una sessantasettesima edizione della Mostra sotto tono («Pochi divi», gemevano i paparazzi), il cui concorso non ha brillato per qualità. Che, quando presente, è stata ignorata dalla giuria. Si pensi al francese Potiche di François Ozon, agrodolce commedia con Catherine Deneuve e Gérard Depardieu: probabilmente il miglior film del festival, applaudito dal pubblico e amato dalla critica, ma uscito a mani vuote.
Fra le polemiche, del resto, soffoca anche la passione cinefila. Male accolte dal cinema nostrano le parole del giurato Gabriele Salvatores: «I nostri film non sono stati capaci di emozionare la giuria: molte opere sono capite in Italia, ma faticano a valicare il confine». Ma le critiche a Salvatores sono ancora una volta capricci degli scontenti, marchio di provincialità autoctona che a Venezia risulta più presente che altrove (si pensi solo ai casi illustri, come Cannes e Berlino).
Del resto sono in molti a pensare che l’Italia sia uscita giustamente a mani vuote. La passione di Mazzacurati, in arrivo nelle sale il 24 settembre, scorre in modo fluido e strappa intelligenti risate. Ma non altrettanto si può dire dello scarno e confuso La pecora nera di Celestini e del grottesco La solitudine dei numeri primi di Costanzo (impressionanti i fischi alla proiezione per la stampa delle 11.00, il 9 settembre).
FRA COSTI E VISIBILITÀ - Cosa salvare allora di questa sessantasettesima Mostra, secondo i ben informati l’ultima diretta da Marco Müller?
A parte Potiche, pochi film. Meek’s Cutoff dell’americana Kelly Reichardt, un western sociologico su fiducia e differenze culturali. Il fuori concorso di John Woo, Leone d’oro alla carriera: Reign of Assassins, epico cappa e spada ambientato in una Cina senza tempo, con una bravissima Michelle Yeoh. Bel ritmo e fotografia smagliante ha sfoggiato anche il giapponese Detective Dee and the Mystery of Phantom Flame di Tsui Hark, dall’intreccio ben sviluppato nonostante qualche lungaggine. E se divertente si è rivelato il tedesco Drei di Tom Tykwer, che mixa filosofia e piglio ironico nell’atipica storia di un ménage à trois, interessante è stato anche The Tempest di Julie Taymor, film di chiusura in anteprima mondiale, basato sull’opera di Shakespeare e riletto con visionario spirito post-moderno.
Ma occorre fare tesoro soprattutto di una riflessione sull’impianto, sulle finalità, sulle scelte di una Mostra d’arte cinematografica.
Venezia rimane il festival più caro del mondo per le case di distribuzione. Già due anni fa lo ricordavamo: l’America guarda alla laguna definendone i costi “feroci” e “osceni” (lo denunciò, fra gli altri, già Variety nel 2008). Quanto la vetrina della Mostra offre un ritorno di notiziabilità mediatica che ne vale i costi?
Ben se lo chiedono, ancora, gli americani, spesso i più attesi al Lido, ma che preferiscono passare per Toronto – rassegna, fra le altre cose, non competitiva – anziché affrontare le forche caudine veneziane, dove un’accoglienza tiepida può compromettere l’intero lancio internazionale.
Da anni si parla di uno snellimento della rassegna del concorso, che aiuterebbe tutte le opere a guadagnare in visibilità. Ma vanno anche auspicate scelte di autori capaci di maggiore empatia con il grande pubblico, sostenute da uno sguardo internazionale e meno provinciale. Grazie al quale, ad esempio, se la cinematografia italiana non riceve nulla in un festival internazionale, non si gridi allo scandalo, ma si prenda atto della prassi di una kermesse mondiale non condizionata da territorialità, politica, bassa partigianeria.
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