La Mostra cerca ancora il suo Leone d’oro. I fan applaudono Ben Affleck fuori concorso, ma molte delle pellicole in corsa per la vittoria non convincono.E le eccezioni sono poche...
VENEZIA – I ruggiti sono pochi e deboli. Se si esclude il bellissimo
Potiche di Ozon (ancora il nostro preferito) a Venezia si sono sentiti più che altro incerti miagolii. Rare le eccezioni.
La corsa al Leone d’oro di questa sessantasettesima Mostra sembra ancora apertissima.
Difficile, poi, capire chi andrà incontro ai gusti del presidente della giuria Quentin Tarantino. Che l’altro ieri, ad esempio, era in Sala Grande alle 22.30, mescolato al pubblico ad applaudire - in occasione della proiezione ufficiale -
Balada triste de trompeta, l’assai mediocre film di Álex de la Iglesia espressionista e pacchiano fino alla nausea.
Bon ton di circostanza o sincero apprezzamento?
Il film di de la Iglesia, ad ogni modo, non è certo la sola patacca vista al Lido in questi giorni. Il pubblico ha odiato
Promises Written in Water di Vincent Gallo, inconcludente dramma sulla cui trama ha gravato l’embargo fino a pochi giorni fa. Gallo, attore oltre che regista, è sbarcato in laguna con un passamontagna e ha rifuggito i fotografi, evitato incontri ufficiali e annullato la conferenza stampa.
Buca anche per il film di cui è protagonista,
Essential Killing di Jerzy Skolimowski, storia della fuga fra le nevi del Nord Europa di un sospetto terrorista mediorientale («Ma non è detto che lo sia», ha commentato il regista), fuggito a seguito di un incidente durante il viaggio verso una nuova base militare. Tesissimo ed estremo, il film ha diviso (alla proiezione per la stampa sono volati un paio di fischi), ma l’asettica ambientazione invernale, in una foresta trasformata in jungla che si stringe attorno al solitario fuggiasco, esercita una strana fascinazione.
Per trovare qualcosa di davvero interessante, però, è stato necessario infilarsi a una proiezione di
Meek’s Cutoff, western firmato dalla regista Kelly Reichardt su tre famiglie americane in viaggio verso ovest: la guida è un fanfarone che li porta a perdersi. Fidarsi di un pellerossa incontrato per caso o rischiare di morire di sete sotto il sole?
Ben diretto e rigorosissimo, il film della Reichardt è un affresco senza orpelli che non indulge alla ridondante epica di genere, ma che mette a fuoco soprattutto le relazioni individuali: la razionalità femminile contro la violenza bieca incarnata dal maschio (qui la guida, il
Meek del titolo), i dilemmi etici che si scontrano contro le necessità primarie (bere per sopravvivere), la fiducia inquinata dal sospetto.
GLI AFFLECK FUORI CONCORSO - I fan, però, guardano soprattutto alle opere fuori concorso: passano alla Mostra, a due giorni di distanza, i fratelli Affleck.
Casey Affleck accompagna il suo
I’m Still Here, documentario ormai divenuto un caso su Joaquin Phoenix, l’attore due volte candidato all’Oscar – per
Il gladiatore e per
Walk the Line – ritiratosi dagli schermi, a suo dire per sempre, inseguendo il sogno della musica hip hop in piena crisi esistenziale. Un disastro: un documentario dal sapore finto, enfatico, sopra le righe. Soprattutto, un ritratto di Phoenix (che ha approvato il progetto) pronto a bruciarne definitivamente l’immagine.
«Gli dovevo qualcosa» dice nonostante tutto Affleck, cognato dell’attore, «questo era il momento. Il mio è un ritratto molto empatico: ho cercato di guardare a Joaquin con amicizia, ma anche con franchezza».
Ben Affleck, invece, accompagna l’8 settembre il suo
The Town, di cui è regista e interprete. Ambientato nei bassifondi di Boston, si snoda fra rapine di banche e tentativi di uscire dal giro della malavita da parte di un bandito scrupoloso (lo stesso Affleck) che intreccia una relazione con la direttrice (Rebecca Hall) della banca appena rapinata. Gli applausi sono stati calorosi, ma il film sembra soprattutto un fumetto stordente dalle note pacchiane.
L’ITALIA - E gli italiani? Se i 204 minuti dell’incensato
Noi credevamo di Martone hanno stordito le platee,
La pecora nera di Celestini ha lasciato perplessi (nonostante qualche parere positivo) già nei primi giorni del concorso: la storia è poco più di uno spunto, e la denuncia – contro il sistema dei manicomi – lascia presto il posto a un clima di squallida vuotezza. «Deprimente» sussurravano in sala. Che fine fa l’arte, nel convivere con l’impegno?
Per fortuna ne esce bene
La passione di Carlo Mazzacurati. Pungente commedia su un regista (Silvio Orlando) in crisi sia economica che artistica, costretto con il ricatto a dirigere una sacra rappresentazione live del Venerdì Santo in un piccolo paese della Toscana.
Massacrata, invece, l’ultima pellicola nostrana in concorso,
La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo. Lacunoso nella sceneggiatura e sfilacciato nella narrazione, all’anteprima per la stampa è stato accolto da sonori fischi. Il Leone, insomma, va cercato altrove.