Nei primi giorni di festival non convincono molti nomi noti, da Julian Schnabel a Sofia Coppola. Ma entusiasma il film di François Ozon con Catherine Deneuve, agrodolce commedia dai riflessi femministi.
VENEZIA – Il primo uragano cui la Mostra di Venezia ha dovuto far fronte è stato proprio meteorologico. Fuor di metafora, insomma: il terzo giorno violenti acquazzoni mattutini hanno messo a dura prova le strutture del festival. Infradiciata la passatoia principale dell’attracco dell’Excelsior (percorsa dai divi che sbarcano al Lido), allagato il piano terra del Casinò (quartier generale della stampa accreditata), inagibile mezza sala stampa.
Insomma niente rovesci di dissensi, per ora. Ciò che non piace, dopo i primi giorni di festival, lascia Venezia in sordina.
Non convincono né Miral di Julian Schnabel né Somewhere di Sofia Coppola.
Il primo, basato sul romanzo di Rula Jebreal (attuale compagna di Schnabel), è un doloroso documento che affonda il coltello nella piaga sempre aperta del conflitto in Palestina. Un messaggio importante, dal forte impegno politico. «Molto di ciò che si fa ha valore politico» asserisce Schnabel, «Se si dice a qualcuno ciò che si pensa, si sta facendo politica».
«Miral è un atto d’amore alla mia terra e alla mia famiglia» gli fa eco la Jebreal. «Credo nella forza dell’educazione: è la chiave del pacifismo. Guardiamo alle donne e ai bambini: in termini di libertà e sicurezza, sono loro a pagare il prezzo più alto in guerra. E, se non ha istruzione, oggi una donna in Medio Oriente ha solo due scelte: sposarsi a tredici anni o essere manipolata e diventare strumento di integralisti fanatici».
Solenne e dolorosa, la riflessione s’impone come necessaria. Ma lo svolgersi del film la rende troppo didascalica, fra filmati d’epoca e una spesso scontata camera a mano, e resta carente nell’emozione.
Applausi poco convinti anche per Somewhere della rampolla di casa Coppola, Sofia. Tornata a Venezia dopo avervi presentato Lost in Translation nel 2003, porta quest’anno la storia di un attore superficiale e autodistruttivo (Stephen Dorff), e del suo passaggio alla consapevolezza dell’età adulta dopo aver trascorso un breve periodo di tempo con la figlioletta (Elle Fanning).
«Sua figlia è l’unica cosa reale della sua vita» spiega la Coppola. «Per il protagonista di Somewhere, come per tutti noi, la solitudine rappresenta una fase di transizione. Sono molto felice che mio padre [Francis Ford Coppola, vincitore di cinque Oscar e produttore esecutivo di Somewhere, ndr] abbia amato molto il film: mi ha detto che solo io avrei potuto girarlo così». I buoni propositi, però, si perdono fra le secche di un soggetto piuttosto sterile e lacunoso, che inceppa (anziché oliare) gli ingranaggi della sceneggiatura. I fasti di Marie Antoinette sono lontani.
Si rischia un piccolo incidente diplomatico: nel film il protagonista arriva a Milano per ricevere un Telegatto. E la realtà italiana non ne esce certo bene: carabinieri a caccia di foto, un assistente grasso e untuoso, e uno star system tutto pailette lontano dai fasti della notte degli Oscar, incarnato da Simona Ventura e da Valeria Marini che improvvisa uno stacchetto che lascia Dorff basito. «Nessuna critica all’Italia» afferma però la Coppola. «Sono immagini che rappresentano il mondo dello spettacolo in generale, non per forza quello italiano».
Ma ormai tutti guardavano altrove. Perché il 4 settembre sarebbe passato in Laguna il film più interessante di questa Mostra: Potiche del francese François Ozon.
IRONIA E ATTUALITÀ – Ambientato sul finire degli anni Settanta, Potiche è una brillante commedia dalle venature malinconiche. In un paesino francese Robert Pujol (Fabrice Luchini) manda avanti con spietata intransigenza la fabbrica di ombrelli ereditata dal suocero. La moglie Suzanne (Catherine Deneuve) è all’apparenza la perfetta bella statuina, che sopporta con pazienza gli umori e le infedeltà del dispotico marito. Ma quando un nuovo sciopero provoca a Pujol un attacco di cuore e una forzata degenza, sarà Suzanne a prendere le redini dell’azienda, riuscendo a placare gli animi degli operai e a creare un clima di distesa e soddisfatta collaborazione. Riaffiorerà così l’antica passione per il sindaco comunista Babin (Gérard Depardieu), ritrovato nell’operazione di mediazione politica…
«Mi sono ispirato a molte delle commedie prodotte negli anni Settanta che vedevo da ragazzino» spiega Ozon. «Non tanto ai film con Doris Day. Amo da sempre i tocchi melanconici della commedia teatrale: la loro naturalezza consente di trovare un ottimo punto d’equilibrio per la storia».
Confezione impeccabile e un ritmo narrativo che corre veloce senza stordire: dopo 8 donne e un mistero, Ozon fa di nuovo centro con un film che – dietro la cortina delle buone maniere borghesi – mostra un’importante componente d’attualità. Ne parla senza giri di parole Catherine Deneuve: «Dagli anni Settanta la situazione femminile è migliorata, ma con grande lentezza. Oggi la consapevolezza di questo cambiamento è diffusa… anche se il percorso è stato tutt’altro che rapido. Mi auguro che Potiche possa aiutare le donne a superare le barriere che impediscono loro di avere davvero gli stessi diritti degli uomini… gli stessi salari, tanto per iniziare!»
Si spinge oltre Fabrice Luchini, il cinico marito sullo schermo: «Il mio personaggio è sgradevole, rappresenta una forma di ignominia da cui tutti rifuggirebbero… c’è un po’ del vostro premier Berlusconi in lui, non trovate?». Risa e applausi in sala conferenze. «Beh, ovviamente ignominia a parte: non voglio processi, non mi riferivo a lui in quel senso» chiosa poi.
«L’ispirazione principale è arrivata dal confronto elettorale fra Sarkozy e Ségolène Royal» racconta invece il regista. «Il collegamento all’attualità è più forte di quanto sembri di primo acchito: l’ambientazione negli anni Settanta aiuta solo a ricreare un tono brillante, accattivante. Non credo che Sarkozy sia molto macho» risponde a chi glielo domanda, «ma senz’altro ama molto le donne».
Bravissima sullo schermo ma dall’allure quasi gelido di persona, la Deneuve ben incarna un prototipo di femminismo ed emancipazione. «Crede forse che passi la mia vita avvolta in lenzuoli di seta?» risponde ironica a chi si dice felice d’averla vista finalmente in tuta (il film si apre mentre Suzanne fa jogging). «Non mi sento come il mio personaggio nel film» asserisce ancora, «ma in diversi momenti della mia vita ho avuto la sensazione di essere usata per via del mio aspetto».
Eppure in Potiche l’ironia si mantiene sempre raffinata e pungente, lontana dal pantano della commedia dozzinale. «Non sono un’attrice comica,» conclude Catherine Deneuve, «la commedia è un genere difficile, sto sempre molto attenta quando mi ci accosto…» Paura? «Certo, senza quella si diventa incoscienti. All’inizio delle riprese ho sempre un po’ di paura. Ma passa presto».
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