
Le elezioni regionali del 28-29 marzo 2010 erano state introdotte e commentate da un dato particolare: sarebbero state le ultime prima di un lungo periodo senza bisogno di andare alle urne. Tre anni senza campagne elettorali, un lasso di tempo in cui la classe politica si sarebbe potuta finalmente occupare delle necessità del paese. Una premessa assurda e ben presto tradita dalle sempre più incredibili vicende italiane, in cui alla cronaca politica si sono intrecciati scandali sempre più grandi. Poiché ogni nuovo scandalo tende a coprire almeno in parte quelli che l’anno preceduto è utile fare un riepilogo di questi ultimi mesi.
Tre anni di pace e riforme: questa era promessa, nemmeno tanto tacita, che aveva accompagnato le ultime elezioni regionali. Senza più l’assillo delle campagne elettorali da pianificare, la classe politica avrebbe potuto dedicarsi alle necessità del paese, affrontarne i problemi, mettere seriamente in cantiere quelle riforme che erano già impellenti prima della crisi finanziaria del 2008. Questo lo scenario, reso ancora più desiderabile da una campagna elettorale che il caos liste aveva reso tra le più sgradevoli a memoria d’uomo. Una promessa che a pochi mesi di distanza si può dire completamente infranta: il ragionamento era sbagliato in partenza (la politica di un paese non può avere il respiro corto delle scadenze elettorali, specie quando si tratta di riforme strutturali), ma il ragionamento non è stato contestato sul piano dei principi, quanto spazzato via dalle vicende sempre più grottesche di questi ultimi mesi.
FINI E BERLUSCONI – Chiuse le urne sono ben presto cominciati i regolamenti di conti, culminati negli avvenimenti di questi giorni: Fini è stato estromesso dal Pdl che aveva contribuito a fondare. Così facendo, Berlusconi lo ha messo in una posizione che sarebbe difficile in qualsiasi altro paese: ora l’ex leader di An ha due gruppi parlamentari (uno alla Camera e uno al Senato) che fanno riferimento a lui. Difficile dire che non stia facendo politica, attività che, svolta in modo così diretto, contrasta con la sua posizione di presidente della Camera. Lo scenario è in grande fermento, perché la votazione sul sottosegretario Caliendo ha dimostrato che il governo può ritrovarsi in minoranza in qualsiasi momento: ad evitare la sfiducia al sottosegretario è stata infatti l’astensione di una larga fetta dei votanti (i finiani innanzitutto, che hanno dimostrato di non avere almeno in questo caso intenzioni bellicose). Non certo il miglior viatico per un governo che intenda andare avanti ancora tre anni, specie quando all’orizzonte ci sono provvedimenti importanti e contestati come quelli sul federalismo. Sempre più lontana dalle esigenze dei cittadini, la classe dirigente italiana sta quindi affrontando una nuova resa dei conti al suo interno. Non uno scenario idilliaco, ma almeno qui, per quanto autoreferenziale, stiamo ancora parlando di politica. Caso Brancher a parte.
TRA CRICCA E P3 – Tralasciando Bertolaso, che comporterebbe un salto indietro eccessivo, è comunque possibile dedicare spazio a Diego Anemone e Algelo Balducci, due delle personalità di spicco della cosiddetta “Cricca degli appalti”. Un sistema che ha sperimentato nuove frontiere per la corruzione, abbandonando il livello arcaico delle “bustarelle” per passare a un livello superiore di interventi volti a semplificare in tutto e per tutto la vita delle persone di cui si vuole conquistare il favore: che si trattasse di pagare (del tutto o per la maggior parte) una casa, di provvedere ad una ristrutturazione o ad altri servizi, la cricca era pronta e reattiva. Queste almeno le prime ipotesi: la magistratura sta lavorando e nulla di definitivo è stato ancora detto, ma è difficile non essersi formati un’opinione sulla base di quanto emerso e della verità già accertata. La vicenda che ha coinvolto l’ex ministro Scajola, in particolare, ha segnato uno dei minimi possibili di credibilità per un qualsiasi politico: alla cronaca resteranno per sempre le intercettazioni di Balducci e Anemone e le dichiarazioni di un uomo che ha affermato di non sapere che qualcun altro gli aveva pagato la casa. Ma nemmeno questo è stato il punto più basso degli ultimi mesi: eminenti membri del Popolo delle Libertà sono indagati per associazione segreta, e i loro capi di imputazione diffondono la lontana eco di una loggia massonica che aveva intessuto una vera e propria ragnatela di potere occulto nel paese. Anche in questo caso la magistratura sta lavorando, e in Italia vige il sacrosanto principio che un uomo è innocente fino a che non è dichiarato colpevole. Difficile però non farsi almeno un’opinione visto che l’intera indagine, anche in questo caso, è basata sulle parole degli stessi indagati, le cui intercettazioni non sembrano granché equivocabili. Parole e fatti che non fanno pensare esattamente a “quattro pensionati sfigati”.
IL PAESE SENZA VERITÁ – Ma non solo dall’attualità arrivano i problemi per la classe dirigente italiana: la magistratura sta lavorando. Il che sarebbe la normalità in un qualsiasi altro paese. Qui, invece, i giudici si dichiarano vicini a spostare il velo che da vent’anni nasconde la verità sulle stragi di mafia, una delle pagine più oscure e drammatiche della storia della repubblica italiana. E la grande domanda che rimbalza e viene amplificata dai mezzi di comunicazione è se la classe politica sarà in grado di sopportare le nuove rivelazioni. Nell’ultimo anno molte cose sono state dette a mezza bocca, suscitando reazioni sempre meno interessate da parte della società civile. Questo è il vero rischio: che la gente comune sia troppo disgustata per fare qualcosa. Che le persone normali, le stesse che hanno cominciato a disertare i cortei commemorativi, abbiano gettato definitivamente la spugna.
IL PD – in questo clima avvelenato, un’isola di calma e tranquillità: il PD non è coinvolto da scandali, il PD non è al centro di indagini della magistratura. Passando sul piano della lotta politica, il PD non si prepara a dare spallate a un governo che ogni giorno perde pezzi e credibilità presso il suo elettorato. Insomma, il PD non da segni di vita. Non verso l’esterno almeno: appaltata a Gianfranco Fini la responsabilità di fare opposizione al governo, mantiene viva la discussione al suo interno su chi debba regnare su quell’ammasso di macerie che una volta era il centrosinistra italiano. Riprendendo un celebre proverbio cinese, il PD si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere del suo nemico. Ma a furia di aspettare, viene il dubbio che si sia addormentato.
RIASSUMENDO – La società civile e il tessuto socio economico stanno affrontando la sfida dei tempi facendo a meno della loro classe politica, quasi subendola anzi. Non è la prima volta che succede, ma il momento storico non è di certo il migliore: quelli che ieri erano paesi emergenti sono oggi solide e combattive realtà con cui fare i conti, mentre la globalizzazione ha reso possibile una politica industriale come quella che sta portando avanti la Fiat negli ultimi mesi. In una situazione del genere, farebbe comodo una classe politica lucida e in grado di governare, una classe dirigente diversa da quella che attualmente occupa tutti i posti chiave. Ma sono gli italiani a scegliere. E stando agli ultimi avvenimenti, il rischio è che siano ancora chiamati a farlo presto.
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