Silvio Berlusconi e l'Italia, separati in casa

Martedì 28 Giugno 2011 10:36 Federica Casarsa Local - Politica
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Pierpaolo Faggiano, quarantunenne di Brindisi, lavorava come giornalista precario per la “Gazzetta del Mezzogiorno”. Si è suicidato lo scorso 21 giugno impiccandosi a un albero del giardino di casa. Motivo: l'esasperazione per le precarie condizioni lavorative. La tragedia del signor Pierpaolo accomuna migliaia e migliaia di italiani impiegati in ogni settore lavorativo, quegli italiani che nei giorni scorsi si sono radunati a centinaia davanti a Camera e Senato per manifestare tutto il loro malcontento. Alle drammatiche richieste di questo popolo sommerso la risposta più eloquente fornita dal governo è stata “Siete la parte peggiore dell'Italia”, sfoderata con classe dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta.

È questa l'immagine che forse più efficacemente testimonia quanto avanzato sia lo scollamento tra società civile e il governo guidato da un premier, Silvio Berlusconi, ormai spento, non in grado di ascoltare il popolo e farsi interprete dei suoi orientamenti, scottato dai recenti insuccessi di amministrative e referendum nonché strapazzato da una Lega sempre più insofferente. Pierpaolo Faggiano, quarantunenne di Brindisi, lavorava come giornalista precario per la “Gazzetta del Mezzogiorno”. Si è suicidato lo scorso 21 giugno impiccandosi a un albero del giardino di casa. Motivo: l'esasperazione per le precarie condizioni lavorative. La tragedia del signor Pierpaolo accomuna migliaia e migliaia di italiani impiegati in ogni settore lavorativo, quegli italiani che nei giorni scorsi si sono radunati a centinaia davanti a Camera e Senato per manifestare tutto il loro malcontento. Alle drammatiche richieste di questo popolo sommerso la risposta più eloquente fornita dal governo è stata “Siete la parte peggiore dell'Italia”, sfoderata con classe dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. È questa l'immagine che forse più efficacemente testimonia quanto avanzato sia lo scollamento tra società civile e il governo guidato da un premier, Silvio Berlusconi, ormai spento, non in grado di ascoltare il popolo e farsi interprete dei suoi orientamenti, scottato dai recenti insuccessi di amministrative e referendum nonché strapazzato da una Lega sempre più insofferente.

 

UN COMUNISTA E UN MAGISTRATO- L'inizio della caduta è stato segnato dalle elezioni amministrative, che hanno visto l'espugnazione della roccaforte pidiellina di Milano e il trionfo di Luigi De Magistris a Napoli. Uno smacco anche ideale per il Presidente del Consiglio che si è visto battere nettamente dal candidato di SEL, Giuliano Pisapia, e dall'ex magistrato, ora dipietrista, Luigi De Magistris, rappresentanti di ciò che per la dottrina berlusconiana sono i mali assoluti della società italiana. Quella che sicuramente è stata una brutta sconfitta per il Pdl non deve però essere caricata di un peso eccessivo. Innanzitutto le elezioni in entrambi i capoluoghi sono state segnate da un alto livello di astensione, soprattutto fra gli elettori di centro destra e soprattutto a Napoli: a Milano l'affluenza è stata appena del 67, 38% e il neo-sindaco ha battuto l'uscente Letizia Moratti, candidata del Pdl, per 67.783 voti, mentre nel capoluogo partenopeo i cittadini che si sono recati alle urne per il ballottaggio sono stati una percentuale di appena 50,57%. Da non trascurare anche il dato locale, essenziale nel segnare il destino dei candidati e su cui Berlusconi non è comunque esente da colpe. A Napoli la campagna elettorale si è svolta nel bel mezzo di una ormai cronica emergenza rifiuti di cui è responsabile l'intera classe dirigente campana, senza distinzione di schieramenti. Comprensibile perciò che i napoletani abbiano scelto di liquidare al primo turno Mario Morcone, il candidato del Pd, e poi Gianni Lettieri, esponente del Pdl. Nel capoluogo lombardo, una già debole Letizia Moratti è stata certamente penalizzata prima dalla campagna pubblicitaria “Fuori le Br dalle procure” (poco importa se l'ex sindaco se ne è prontamente dissociata, la scomunica non è mai arrivata dai piani alti), poi dalle deliranti accuse di Berlusconi che ha presagito una Milano islamizzata e in preda agli zingari in caso di vittoria di Pisapia. Se l'intento del premier era quello di spaventare gli elettori moderati che di fatto fungono da ago della bilancia, di certo ci è riuscito, ma non a proprio favore. Lo spauracchio dei comunisti, degli zingari e dei magistrati delinquenti evidentemente ha smesso di funzionare.

ILLEGITTIMO IMPEDIMENTO- Più pesante è il segnale giunto dal risultato dei referendum abrogativi del 12 e 13 giugno su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Contro Silvio Berlusconi che invitava all'astensione, 27 milioni di italiani, di cui un'importante componente di elettori pidiellini, hanno scelto di disattendere le indicazioni del Presidente del Consiglio e di dichiarare, quasi all'unanimità, l'abrogazione di tutte e quattro le leggi. Una brutta battuta d'arresto per il governo, che si è visto bocciare quattro provvedimenti che portavano il suo marchio di fabbrica, ma un'ancora più pesante batosta per l'uomo di Arcore. Quel "sì" all'abrogazione del legittimo impedimento ha detto "no" al tratto considerato più caratteristico dei governi targati Berlusconi: le leggi ad personam per difendere il premier dai processi a suo carico. E poco importa se il significato del referendum è stato più politico che pratico. La legge sul legittimo impedimento, infatti, era stata già decapitata a gennaio dalla Corte Costituzionale nella sua parte più consistente. Riduttivo sarebbe però leggere i risultati delle urne come un semplice schiaffo a Berlusconi. La vittoria del fronte del sì non premia certo l'opposizione del Pd, con un Bersani che in passato si è schierato a favore della liberalizzazione della gestione dell'acqua e che non ha appoggiato da subito i quesiti referendari. Al contrario, il voto ha segnato la vittoria della società civile rappresentata dai comitati per l'acqua, che hanno condotto la propria battaglia con passione e nel silenzio quasi assoluto dei media asserviti a padroni più potenti, e di chi ha saputo credere nella loro forza, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e i partiti dell'estrema sinistra. “Eravamo sudditi, stiamo tornando cittadini”, scriveva Michele Ainis sul Corriere della Sera il 14 giugno. Evidentemente Silvio Berlusconi non è più capace di farsi capire e di capire questi redivivi cittadini.

I TIMORI DELLA LEGA- Preoccupato dai referendum è anche Umberto Bossi, un tempo solido alleato di Silvio Berlusconi, oggi quanto mai intenzionato ad aggiungere la sua Lega Nord alla lista smisurata di grattacapi del Presidente del Consiglio. Forse dimentico del fatto che anche il leader del Carroccio si era apertamente schierato a favore dell'astensione, all'indomani della disfatta referendaria il Ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli tuonava sibillino: “Alle amministrative di due settimane fa abbiamo preso la prima sberla, ora con il referendum è arrivata la seconda, e non vorrei che quella di prendere sberle diventasse un'abitudine”. L'appoggio della Lega al Pdl sarebbe in discussione, insomma. Questa posizione è stata ribadita da Umberto Bossi domenica 19 giugno al raduno del popolo padano di Pontida: “Berlusconi non dia nulla per scontato, può darsi che la Lega dica stop”. È chiaro che il Carroccio sia insofferente per un'alleanza con il Pdl in difficoltà che rischia di trascinarlo nello stesso baratro in cui pare essere piombata la compagine del Cavaliere. D'altronde Umberto Bossi non può non prendere in seria considerazione i malumori della base per quel connubio con Berlusconi che forse non è mai piaciuto a nessuno, ma che pareva la strada più efficace per raggiungere il potere e dare attuazione a grandi progetti come quello del federalismo fiscale. Oggi l'utilità di questa alleanza appare quanto mai in discussione e i rapporti di forza interni alla maggioranza propendono nettamente a favore della Lega, del tutto interessata a far pagare caro a Berlusconi il suo vitale appoggio.

CAN CHE ABBAIA NON MORDE - A Pontida Bossi ha presentato una lista di dodici richieste, tra cui la riduzione dei contingenti impegnati all'estero e l'abbassamento della pressione fiscale. Berlusconi sa perfettamente che non potrà accontentare gli alleati padani. Il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha imputato alla guerra in Libia la recrudescenza dell'emergenza immigrazione: a prescindere dall'analisi di correttezza di questa tesi, l'Italia non potrà disattendere gli impegni assunti a livello internazionale, pena un'ulteriore compromissione della sua credibilità. Per di più, la richiesta di riduzione della pressione fiscale, oltre che suonare vagamente demagogica, appare quanto mai inaccettabile per un Paese con un debito pubblico che sfiora il 120% del Pil e con un buco da 80 miliardi, recentemente valutato dalle agenzie di rating come ad altissimo rischio default. Il Ministro del Tesoro Giulio Tremonti sta lavorando a una riforma fiscale da 40 miliardi ampiamente invocata da gran parte dei cittadini italiani, ma per ridurre il deficit e fare spazio alla contrazione delle imposte, dovrà necessariamente sfoltire i portafogli dei ministeri. Lo sa benissimo Berlusconi, ma lo sa perfettamente anche Umberto Bossi, che a Pontida si è limitato ad abbaiare per dare una prova di forza davanti ai propri elettori imbufaliti, ma che non ha la minima intenzione di mordere. “Se adesso facciamo cadere Berlusconi favoriamo la sinistra. Non ci prenderemo la responsabilità di mandare in malora il Paese”, ha detto Bossi a Pontida. Ha insomma tirato la corda, facendo però bene attenzione a non spezzarla, perché la verità è che le elezioni anticipate segnerebbero una battuta d'arresto per il Carroccio.
E non solo la Lega è di questo parere. Sia a destra sia a sinistra il mantenimento dello status quo sembra la via più semplice per limitare i danni, sopravvivere alla tempesta ed evitare il naufragio. Poco importa se la nave resta ancorata in acque putride. Nel frattempo Berlusconi ha incassato un'ennesima, artificiale e opportunistica fiducia alle Camere, che non sarà certo indice della possibilità di ampie manovre riformatrici per il Governo. Continua così la lenta agonia di Berlusconi e c'è da scommettere che durerà sino al 2013. Il dramma è che sarà anche l'Italia a rantolare sotto il peso di questo sfarzoso e decadente convivio di carcasse marcescenti che vogliono essere chiamati partiti.

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 29 Giugno 2011 10:00

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