Il 12 e 13 giugno scorsi gli italiani sono stati chiamati ad esprimersi su quattro questioni: la gestione privata dei servizi pubblici locali (tra cui l’acqua), la determinazione della tariffa del servizio idrico in base alla remunerazione del capitale investito, la costruzione di centrali nucleari e le disposizioni in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio e dei ministri di comparire in udienza penale. Per la prima volta dal 1997, la maggioranza assoluta degli aventi diritto, circa 27 milioni di italiani, si è recata alle urne. Se la scheda grigia e la scheda verde, relative alle centrali nucleari e al legittimo impedimento, erano abbastanza chiare nel loro interrogativo, i primi due quesiti, al contrario, erano portatori di una buona dose di ambiguità.
La scheda rossa si intitolava “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica” e recitava così: Volete voi che sia abrogato l'art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall'art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante «Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia», e dall'art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante «Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea», convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale? In poche parole, il primo quesito mirava all’abrogazione dell’articolo 23 bis del decreto-legge n. 112 del 2008, il cosiddetto “decreto Ronchi”, convertito nella legge n. 133 del 2008, modificata a più riprese da successivi provvedimenti durante il 2009 e dalla sentenza 325/2010 della Corte Costituzionale. Tale legge stabiliva, come modalità ordinaria di gestione del servizio idrico, l’affidamento a soggetti privati attraverso gare o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il soggetto privato sia stato scelto attraverso una gara e detenga almeno il 40% del capitale. In pratica, l'acqua sarebbe restata di proprietà pubblica, ma gli acquedotti e i servizi idrici totalmente o parzialmente privatizzati. Terreno di scontro, questo, fra chi crede nell’efficienza del mercato concorrenziale e chi teme che le risorse idriche possano essere oggetto di logiche di profitto. Qualora non si fosse raggiunto il quorum o avessero vinto i No, l’acqua sarebbe restata di proprietà pubblica, ma la sua gestione privatizzata, ovvero le società completamente pubbliche avrebbero cessato l’attività entro il 2012 oppure si sarebbero trasformate in società miste, nelle quali avrebbero dovuto aumentare la propria partecipazione privata al 40% entro il 2012 o, nel caso di società quotate in Borsa, al 65% entro il 2015. Le principali motivazioni a sostegno del No erano le seguenti: ogni anno il dissesto del comparto idrico (specialmente nel Mezzogiorno) costa agli italiani 2 miliardi di euro e l’acqua ha prezzi che differiscono sensibilmente da una parte all’altra del Paese. L’entrata in campo dei privati, quindi, sarebbe servita ad abbassare le tariffe grazie alla libera concorrenza e a migliorare il servizio rendendolo più efficiente, in virtù degli investimenti che le società a capitale pubblico, oggigiorno, non si possono permettere. Con la vittoria dei Sì, la situazione resta quella attuale, cioè resteranno attivi gli affidamenti del servizio a società monopolistiche pubbliche, secondo la loro scadenza naturale, e gli enti locali saranno liberi di scegliere il modo di affidamento del servizio: a privati, a società miste (senza limiti minimi di partecipazione dei privati) oppure a società pubbliche. Di conseguenza, il settore pubblico ha incassato la fiducia della maggioranza dei cittadini, ma ora si pone la necessità di creare un’Authority vera, indipendente dalla politica e con forti poteri sanzionatori e di controllo, che sia in grado di stabilire parametri chiari di qualità del servizio, riducendo le inefficienze delle società a capitale pubblico e gli abusi dei gestori privati.
NO ALLA SPECULAZIONE - La scheda elettorale di colore giallo, invece, si intitolava “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito” e recitava così:Volete voi che sia abrogato il comma 1 dell'art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante «Norme in materia ambientale», limitatamente alla seguente parte: «dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito»? La parte di normativa che si chiedeva di abrogare si riferisce alla possibilità per il gestore (sia pubblico, misto o privato) di aumentare la tariffa idrica fino al 7 % senza che, parallelamente, ci sia un miglioramento del servizio offerto agli utenti. Ciò significa, naturalmente, legalizzare la speculazione sul bene più prezioso, ma che, secondo i sostenitori del No, sarebbe servita in guisa di “incentivo” per permettere ai privati di entrare nel mercato. La maggioranza dei Sì al referendum si traduce con il divieto di fare profitti sull’acqua e perciò le tariffe dovranno tenere conto solamente della copertura dei costi e della qualità della risorsa offerta ai cittadini.
RISVEGLIO CIVICO - L’elevata partecipazione alle urne (57,04 % per il primo quesito e 57,05 % per il secondo) e il doppio Sì sull’acqua (rispettivamente 95,84% e 96,32%) sono stati interpretati da molti come una vittoria per l’Italia Dei Valori, promotrice dei referendum, e come una sconfitta per i partiti di maggioranza, la seconda a poche settimane di distanza dalle elezioni amministrative. Le percentuali più alte sono state registrate in Emilia-Romagna e in Trentino, dove si è superato il 64 %, mentre in Toscana l’affluenza si è attestata sul 63,6%; il 54,4 % dei lombardi si è recato alle urne, in Piemonte il 59 %, mentre in Veneto si è sfiorata la medesima percentuale, come nel Lazio. Da contraltare hanno fatto la Calabria (50,35 %), la Campania (52,3 %) e la Puglia (52,5 %). In parecchie regioni i Sì hanno sfiorato il 98 % per entrambe le schede. Il Partito Democratico ha commentato i risultati delle consultazioni come un “risveglio civico” della popolazione. In effetti, l’istituto del referendum è ciò che di più democratico possa esistere nel nostro Paese e l’alta affluenza dimostra che i temi messi sul tavolo sono stati giudicati importanti. Ora tocca alla classe politica recepire il messaggio dato dai cittadini italiani e impegnarsi per non deluderli ancora una volta.
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