
Cantieri aperti dovunque, periferie degradate abbandonate a se stessa, case Aler ridotte a pezzi, occupazione abusive, droga, spaccio e precariato. Ed ancora: paura del diverso, smog, poche piste ciclabili, ect ect. La Milano del 2011 si presenta così, piena di problemi mai risolti e piena di cittadini delusi ed arrabbiati da quello che nel tempo è diventata la loro città.
LE ELEZIONI - Le imminenti comunali vedono come principali avversari Letizia Moratti, in corsa per il suo secondo mandato ed appoggiata dalla destra, e Giuliano Pisapia, vincitore delle ultime primarie per il centro sinistra milanese. Il terzo incomodo di questa corsa a due è Manfredi Palmeri appoggiato invece dal terzo Polo. L’impressione che si ha è che questa campagna elettorale sia stata svolta all’insegna dei colpi bassi, basta vedere lo show di questi ultimi giorni in cui l’incontro/scontro tra Pisapia e la Moratti domina le pagine dei quotidiani nazionali. Milano è una partita importante, anzi la più importante. E’ chiaro che anche solo il ballottaggio sarebbe per Berlusconi e compagni un duro colpo, segno di un abbandono netto da parte della città che lo ha sempre sostenuto e che è dal lontano ’94 il suo quartier generale. Già perché più che la campagna della Moratti, questa sembra essere l’ennesima discesa in campo berlusconiana. Attacchi e accuse e poi ancora cartelloni elettorali contro la magistratura (si ricordi il caso Lassini ed il famoso slogan «via le BR dalla magistratura»). E così Milano ha fatto parlare di sé, come da copione, come succede tutte le volte che Silvio Berlusconi, o chi per lui, scende in campo. Non è più questione di politica allo stato puro del termine bensì di politica mediatica e si invertono quindi le regole superando la sottile linea che divide il rispetto da ciò che non lo è. Elezioni a parte quello che fa paura oggi è una città addormentata e priva ormai di voce in capitolo sulle questione che la riguardano dal profondo. Bastava vedere le facce di chi ha partecipato ai comizi in questo mese. C’era rabbia e delusione, ma anche la sensazione che forse, sentimenti simili non siano in grado di fare il passo in avanti.
LA CITTA' - Dorme. Dorme Milano, cullata dai rumori dei cantieri che occupano più del 50% delle strade milanesi. «Si sta lavorando per voi», «è un cantiere per l’Expo2015», «dovevano finire i lavori un mese fa, ma ci sono stati dei ritardi». Questo racconta la gente per strada, quella che ha a che fare quotidianamente con questi problemi, non quella che ride divertita davanti ai siparietti della “Letizia”. Milano dorme, ma non sonni tranquilli. Le periferie sono state tra i temi centrali su cui si è battuta questa campagna elettorale. Basta farsi un giro in zone come la Barona o la stessa via Meda, a pochi passi dalla centrale Piazza XXIV Maggio, per capire come non si ha la sensazione di abitare nella capitale europea d’Italia, ma sembra piuttosto di trovarsi di fronte quelli scenari di degrado e abbandono che tanto ricordano il lontano sud. Case Aler occupate, distrutte e mai curate. Balconi che crollano, tombini mai spurgati, amianto nelle cantine, cortili interni sedi di appuntamenti di spaccio e droga. Ad abitarli sono le vecchie generazioni o gli immigrati, i «baluba» come si dice da queste parti. Fa paura osservare come la «sciura Maria» non sia preoccupata del balcone pericolante. A quello ormai ci ha fatto “il callo”, l’abitudine. La sua preoccupazione invece, come quella di molti altri, nasce dal dover vivere nello stesso palazzo con un marocchino o un egiziano, un “diverso” insomma. Ecco questo è il risultato della politica di questi ultimi anni, il risultato della brutta fama costruita attorno a via Padova e della chiusura a cui ci siamo abituati. Milano è una città che ha paura. Ha paura ad uscire la sera nel giardinetto sotto casa, ha paura della sua stessa ombra questa città, ha paura di sentirsi libera. Ed inevitabilmente è diventata malinconica questa città. «Muore di malinconia, di sole che tramonta là in periferia, di auto del ritorno, famiglie, freni e gas di scarico. Lontano il centro è quasi un altro mondo, San Siro un urlo che non cogli a fondo, ti taglia un senso vago di infinito panico». Era il 1993 e Francesco Guccini scriveva uno dei suoi tanti capolavori. Fotografia perfetta di una città che non cambia più da anni e che si chiede se ancora sa cosa vuol dire cambiare. «Riprendiamoci Milano, riaccendiamo le “Luci a San Siro”» ha urlato da Piazza Duomo, di fronte a 40mila persone, Roberto Vecchioni. E a vederla così bella questa città, ci si dimentica delle buie periferie, dei parchetti abitati dagli spacciatori, di via Padova, delle case Aler, dei cantieri, della paura e si ha la voglia di chiedere davvero che questa città cambi quasi a dire che forse è arrivato il momento che “Milano si riprenda Milano”.
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